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Brasile - I segregati delle metropoli

Via dalla città

Per cacciare dai centri cittadini i senza-tetto bastano pochi accorgimenti. Come hanno scoperto di recente i brasiliani. Che stanno sperimentando, con successo, una nuova architettura anti-esclusi.

di Paulo Lima

Paulo Rogério Santos dorme sotto le stelle, su uno dei marciapiedi della famosa Avenida Paulista, cuore finanziario della metropoli di San Paolo. Fino a qualche mese fa l'ingresso di una banca gli faceva da "casa", come quella della canzone del poeta Vinicius de Moraes. Una casa che non aveva un soffitto, né pareti, né pavimento, né bagno. Ma era li, sotto il porticato, che Paulo Rogério poteva passare la notte e proteggersi dalla pioggia. Adesso però la "casa" di Santos non c'è più. L'hanno recintata con una ringhiera di ferro.
Ormai sono cinque anni che ha lasciato la città di Jacobina, nello Stato di Bahia, Nord Est brasiliano, la regione più povera del paese, per tentare di "guadagnarsi da vivere" nel Sud, ricco e industriale. Ma non se la sente di parlare dei motivi che l'hanno portato qui. Paulo Rogério Santos si sfoga mentre tira fuori dalla tasca una sigaretta Hollywood, regalatagli da un passante, tutta sgualcita, come la camicia blu e i pantaloni marroni che porta addosso. "Quello che stanno facendo con noi, abitanti della strada, è un gesto di grande vigliaccheria". Dopo il primo tiro, si spiega meglio: "Nessuno può più restare sotto un ponte o un portico. Ci resta solo la strada". E lui ne ha scelto appunto una molto trafficata, durante tutta la settimana, di giorno e di notte. "Cerco sempre di riposare nei posti in cui passa molta gente. E più sicuro", dice Santos, che è stato già vittima di aggressioni da parte di un gruppo di ragazzi sconosciuti, che dicevano soltanto di "non voler vedere in giro i barboni".
Anche la coppia Carlos Roberto e Ana Maria ha perso di recente la propria "casa". "Da come andavano le cose non ce la facevamo più. L'affitto, il mangiare, il trasporto, tutto troppo caro. E poi senza un lavoro, com'è possibile mantenere la famiglia?", si chiede Roberto, che prima di diventare uno in più nella statistica ufficiale degli 1,8 milioni di disoccupati solo a San Paolo, lavorava nell'edilizia. Da quando sono per strada, i due giovani hanno già perso il conto di quanti viadotti, piazze e portici sono serviti loro da residenza, finché la polizia non li cacciava e non gli portava via i pochi averi. L'ultimo viadotto da cui sono stati, diciamo così, "sfrattati", era situato in una zona ricca della città.

Architettura anti-esclusi

Questa città di 10 milioni di abitanti, il 20 per cento dei quali vivono nelle favelas, non possiede solo strade chiuse con cancelli automatici, guardie private appostate nei condomini o case protette da recinti elettrificati.
Ultimamente banche, teatri, hotel e negozi del centro hanno incominciato a installare recinzioni di ferro sui parapetti di vetrine e finestre. L'obiettivo: evitare che le persone "indesiderate" si siedano o si distendano su questi spazi vuoti. Alcuni sono arrivati persino a mettere in azione un dispositivo che la gente di strada chiama "piccola doccia" o "lavaggio automatico dei marciapiedi". Si tratta di un tubo fissato sul soffitto che, in determinate ore della notte, rovescia getti d'acqua sul marciapiede.
E questo non è tutto. Adesso vanno di moda anche ponti protetti da recinti di ferro, i porticati sono esclusi dai nuovi progetti architettonici, e potenti luci sono piazzate nei palazzi per impedire a chiunque di addormentarsi. Insomma, si utilizza ogni tipo di meccanismo per impedire che la popolazione di strada, bambini e adulti, facciano di questi posti una "casa", anche se provvisoria.
Questo fenomeno battezzato dagli urbanisti "architettura anti-esclusi", comincia a spiccare sempre più nel paesaggio di tutti i giorni di metropoli come San Paolo, Rio, Brasilia. Grate di ferro invadono persino gli atri delle chiese, cattoliche e protestanti, e occupano l'ultimo centimetro quadrato di cemento o verde di molti locali pubblici: piazze, giardini e parchi.
Alcune stazioni della metropolitana, inaugurate l'anno scorso, servono come esempio. Nella stazione Parada Inglesa molti tratti sotto il viadotto sono protetti con ferro e pilastri di cemento armato. E come se non bastasse, una particolare innovazione si sta diffondendo nell'architettura anti-esclusi: sotto il viadotto, è stato costruito un pavimento con pietre irregolari e sporgenti. Il motivo: rendere difficoltosa la permanenza degli abitanti della strada.
Senza che si presentino alternative di abitazione, questo arsenale di difesa del patrimonio pubblico serve a spingere lontano dai punti turistici e dal centro un contingente formato, solo a San Paolo, da 5.334 persone, secondo i dati vecchi della segreteria municipale della Família e do Bem-Estar Social. Altri organi del Comune e dello Stato informano che misure come queste vengono utilizzate per proteggere i beni pubblici dall'azione dei vandali". In realtà s'inquadrano all'interno dell'operazione "Tolleranza zero", importata da New York e messa in azione prima dall'ex sindaco di San Paolo, Paulo Maluf, e poi dal suo successore Celso Pitta.

Estetica dell'iniquità

Per le organizzazioni non governative e per le associazioni che difendono i diritti della popolazione di strada, questo fenomeno ha un altro nome: intolleranza, e mancanza di rispetto. L'ingegnere Luiz Kohara, presidente del Centro dei diritti umani Gaspar Garcia, è duro nel suo giudizio. Afferma che si tratta di una vera e propria "pulizia sanitaria", sponsorizzata dal potere pubblico e privato.
"Vogliono allontanare la gente di strada dal centro della città. Il recinto è la conseguenza di un modo di pensare e di trattare questa popolazione come se fosse immondizia".
Secondo Kohara, che dal 1976 lavora con gli emarginati, dietro questo tipo di architettura in corso nella città c'è anche "un atteggiamento repressivo" adottato sia dal Municipio sia dallo Stato.
È dello stesso parere anche padre Júlio Lancellotti, vicario episcopale dei Sofredores de rua, movimento pastorale specifico dell'arcidiocesi di San Paolo. "È l'estetica dell'iniquità, una forma in più di violenza contro i poveri. L'architettura, una scienza creata per aggregare e accogliere le persone, viene usata per dividere e allontanare. E questo aggrava ancora di più l'apartheid sociale in cui viviamo. Invece di combattere la povertà, vogliono farla finita una volta per tutte con i poveri".
La questione è arrivata anche all'Università di San Paolo (Usp), la più prestigiosa dell'America Latina. In quell'occasione, nel corso di un seminario internazionale che si è svolto nel novembre del '98, architetti, geografi, sociologi e urbanisti del Brasile e di altri paesi hanno riflettuto sul tema: "Spazi pubblici ed esclusione sociale".
Secondo l'architetto Erminia Maricato, una delle organizzatrici dell'evento, "il trattamento riservato alla popolazione di strada rispecchia il grado di disuguaglianza sociale del paese", che detiene il primato nel mondo. Erminia Maricato, che era già stata responsabile dell'urbanizzazione della città durante la gestione del sindaco di sinistra Luíza Erundina, ribadisce che la società non è solo disuguale, "è anche strapiena di pregiudizi e poco solidale".
Il fatto è che questa città fatiscente - che cresce al margine della città "formale" e che molti vorrebbero veder scomparire - diventa ancora più evidente a causa dell'aumento della disoccupazione e della profonda crisi economica del paese. Senza lavoro e senza casa, l'unica via di uscita che si presenta per molti brasiliani è il viadotto, il ponte, .i porticati. O meglio, solo la strada.

Volontari per lo sviluppo - Gennaio 2000
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