di Gianluca Carmosino
Era il 1982, l'anno delle cosiddette "Colombiadi": si festeggiavano in pompa
magna i cinquecento anni della scoperta dell'America. Ma in Guatemala, l'antica terra dove
fiorì la civiltà maya, da festeggiare c'era ben poco. Non solo perché quella
"scoperta" ricordava l'invasione spagnola, ma anche perché il 23 marzo 1982,
pochi giorni dopo le ennesime elezioni inficiate da brogli, un pugno di militari aveva
imposto come capo del governo il generale Rios Montt. Il nuovo dittatore aveva appena
preso il potere, quando lanciò una campagna senza precedenti per reprimere qualunque
rischio di insurrezione e opposizione: il primo anno furono assassinati 15 mila
guatemaltechi, 70 mila cercarono rifugio nei paesi vicini (soprattutto in Messico), quasi
500 mila andarono a vivere sulle montagne per sfuggire all'esercito, centinaia di villaggi
furono distrutti. Non contento, il generale sfidò la comunità internazionale, che
accusava il suo esercito di violare di continuo i diritti umani, e invitò alcune
associazioni a verificare che quello che si raccontava di lui era pura menzogna.
È in quell'edificante quadretto che intervennero per la prima volta, a livello
internazionale, le "Brigate della pace" (Pbi, Peace Brigades International),
un'organizzazione che ha sede a Londra e che lavora nella nonviolenza, per la protezione
non armata di militanti dei diritti umani.
"In diciotto anni di attività - racconta Giovanni Turra di Vicenza, referente
nazionale dell'organizzazione - Pbi ha realizzato interventi a lungo termine non solo in
Guatemala (dove ha "accompagnato", tra gli altri, Rigoberta Menchú, che tornava
nel suo paese dopo anni di esilio), ma anche nello Sri Lanka, in America del Nord,
Colombia, Haiti e, insieme ad altre organizzazioni, in Chiapas e nei Balcani".
Pbi offre il suo operato solo su richiesta, per lo più da parte delle ong (ma nel caso
del Guatemala, paradossalmente, l'invito arrivò proprio dallo stesso
"accusato", il dittatore Rios Montt). L'équipe di volontari interviene, nelle
regioni di conflitto, fornendo principalmente un accompagnamento protettivo alle persone e
alle organizzazioni che sono state minacciate di violenza, e rimane sempre imparziale: Pbi
infatti non interferisce sulle attività dei militanti, né dice loro cosa devono fare e
perché.
L'accompagnamento prevede diverse forme: scorta individuale, presenza negli uffici di
un'organizzazione minacciata, accompagnamento dei rifugiati sulla strada del ritorno alle
proprie comunità, ruolo di osservatori internazionali durante le elezioni, visita alle
persone "a rischio" in momenti particolarmente critici. "I volontari
funzionano da "monitor" sulle violazioni dei diritti umani - spiega Giovanni. -
Quando si accerta che certi abusi vengono effettivamente compiuti, si attiva la Rete
d'Allerta Urgente di Pbi, che costituisce un appoggio d'importanza vitale". In uno,
massimo due giorni, questa rete è infatti in grado di esercitare una forte pressione
sulla comunità internazionale attraverso l'invio massiccio di fax, lettere, e-mail alle
autorità appropriate, con un effetto dissuasivo notevole, come dimostra l'esperienza.
Nella Rete entrano in gioco "semplici" cittadini che, oltre a essere sensibili a
un certo tipo di cause, sono in grado di esercitare un'ulteriore pressione per il ruolo
che ricoprono: in genere si tratta di politici, magistrati, religiosi.
Nel caso del Guatemala l'intervento fu all'inizio di semplice conoscenza (si trattava di
capire la situazione), e solo in seguito si è sviluppato un progetto che è andato avanti
fino allo scorso anno. Il lavoro realizzato non si è limitato ad accompagnare le persone
minacciate, ma anche a informare, attraverso un bollettino settimanale, e a educare, con
training di formazione nonviolenta. È solo nel '95 che l'équipe ha cominciato a lavorare
anche con le popolazioni interne rifugiate, per esempio recandosi regolarmente in alcune
bidonville della capitale, dove i rifugiati soffrivano di continue intimidazioni da parte
di gruppi clandestini.
I paesi, le esperienze e le prospettive da cui provengono i volontari delle Pbi, sono
le più varie. Ad accomunarli è un forte impegno per la nonviolenza e la fiducia che la
gente comune sia capace di creare un mondo più pacifico e giusto. "Forse queste
motivazioni oggi sono meno sentite", prosegue Giovanni. "Perché le persone che
di questi tempi si dichiarano disponibili a esperienze come quella di Pbi sono davvero
poche: in Italia lo "zoccolo duro" è composto da non più di dieci volontari, e
gli iscritti sono appena una cinquantina. Eppure la necessità di attività come quelle
svolte dalle Brigades oggi è più viva che mai. Basta pensare che l'ultimo progetto in
cantiere, che poi è naufragato a causa dell'evolvere degli eventi,.era quello di
intervenire a Timor Est ... ".
Certo, in questo lavoro non mancano i rischi. "Nel '93, in Guatemala, capitò che
venisse lanciata una bomba carta nell'ufficio che stavamo "presidiando".
Un'altra volta, a Sri Lanka, fu accoltellato un volontario, per fortuna senza gravi
conseguenze". Ma è certo che le soddisfazioni sono molte, soprattutto quando ci si
rende conto dell'efficacia della scelta nonviolenta".
Come aderire a Pbi? Basta mettersi in contatto con uno dei referenti locali (Giovanni lo
è a livello nazionale, anche se sarà sostituito entro breve). Prima bisogna sottoporsi a
esperienze di formazione per imparare ad agire in modo nonviolento e a promuovere la
riconciliazione sociale e politica. A quel punto si può decidere di rimanere semplici
sostenitori oppure offrire la disponibilità personale, di almeno sei mesi, a partecipare
a uno dei progetti in atto.
Proprio là, dove gli Stati non possono e non vogliono intervenire, il lavoro dei
volontari di Pbi dimostra che persone che agiscono collettivamente, sotto l'occhio attento
della comunità internazionale, possono contribuire efficacemente al mantenimento della
pace. Dal Guatemala confermano.
Volontari per lo sviluppo -
Gennaio 2000
© Volontari per lo sviluppo