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Incontro con la "volontaria dell'anno"

Il mio asilo in Albania

Dall'assistenza nelle carceri minorili a quella ai senza dimora, alla realizzazione di un asilo per orfani a Tirana. Rosaria Cortellessa, sociologa, racconta la sua vita al servizio degli altri e spiega perché il volontariato può cambiare il mondo.

di Carlo Mazzi

A 15 anni lavorava con i gruppi di animazione missionaria, e qualche anno dopo nell'assistenza ai senza fissa dimora e nel carcere minorile di Roma. In Madagascar, insieme a un gruppo di giovani provenienti da diverse parrocchie salesiane del Lazio, si è occupata, poco più che ventenne, di un progetto di animazione per bambini. Ma per Rosaria Cortellessa, 28 anni, sociologa, il terreno d'azione privilegiato è stato l'Albania. In quel paese martoriato ha trascorso in tutto quasi tre anni lavorando per il Vis (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo) nelle ex baraccopoli della periferia di Tirana, occupandosi di un asilo, inventando attività di formazione e animazione, organizzando e sensibilizzando gruppi di donne. Ha svolto, in altre parole, un'attività così ricca e utile da meritarsi, quest'anno, l'ambitissimo oscar del volontariato, assegnato da Focsiv, una delle tre federazioni nazionali di organizzazioni non governative.

Al di là del premio in sé, che impressione le ha fatto essere consacrata, così giovane, come la migliore volontaria dell'anno?
Non mi ha fatto una grande impressione. Non per snobismo o finta modestia, ma perché conosco molte persone che hanno lavorato quanto me o anche di più, che si sono trovate in situazioni molto più dure. Quindi, non posso dire che questo premio mi lasci indifferente, ma nemmeno gli attribuisco grande importanza.

Come è nata la sua passione per il volontariato?
Diciamo che è nata e si è sviluppata all'interno dell'ambiente salesiano: io sono ex allieva delle Figlie di Maria Ausiliatrice, ho frequentato i loro asili, le loro scuole elementari e medie, anche nello sport sono stata seguita da loro. È stato quindi del tutto naturale che, già a 15 anni, cominciassi a intervenire nelle attività di volontariato. Nello stesso tempo partecipavo ai corsi di formazione, tenuti dai salesiani e dal Vis, per ragazzi che volevano partire in missione nei paesi in via di sviluppo.

Quando è stata la sua prima esperienza all'estero?
Nel '93 partii per l'Albania, con un gruppo di sei persone dell'oratorio di Don Bosco Cinecittà, per un periodo breve ma molto intenso, un'esperienza che definirei traumatizzante. Avevo deciso di partire senza sapere quasi dove fosse l'Albania, e quando arrivai sul posto mi trovai di fronte una realtà allucinante. Perché se si pensa all'Africa si è già pronti ad accettare una certa idea di povertà, ma le aspettative sono diverse quando si va in un paese a poche centinaia di chilometri dall'Italia. E invece, la situazione che trovai fu terribile: gente poverissima, baracche che in qualche caso fungevano anche da stalle, si faceva perfino fatica a trovare da mangiare.

E la seconda esperienza in Albania?
Cominciò nel gennaio del 1997 e andò avanti fino al luglio di quest'anno, due anni e mezzo che ho trascorso tutti a Breglumasi, nella periferia di Tirana, in origine una baraccopoli che col tempo si è trasformata in un quartiere più o meno accettabile. In quel periodo mi sono occupata di parecchie cose, dai corsi di formazione professionale alle varie forme di assistenza sociale.

È vero che ha messo su, dal nulla, un asilo per piccoli orfani?
A dire il vero non l'ho messo su io, ho semplicemente continuato il lavoro cominciato dal volontario che mi aveva preceduto, cercando di aiutare le persone del quartiere a organizzarsi e a coordinare e programmare le attività dell'asilo, che adesso ospita circa 80 bambini, ma in qualche periodo è arrivato a ospitarne 120. Un'altra esperienza che mi ha dato grande soddisfazione è stato il coordinamento di un gruppo di donne, che ho spinto a impegnarsi in piccole attività artigianali, per esempio nei lavori di ricamo che poi, per nostro tramite vendevano in Italia. Naturalmente non si è trattato di una passeggiata, soprattutto all'inizio: il mio arrivo coincise con il periodo più duro e drammatico del dopo Hoxha e del dopo fallimento finanziario. Il paese era in uno stato di estrema instabilità, di grande insicurezza e violenza. Era una strana guerra civile in cui non si sapeva chi combatteva con chi, C'erano bande armate ovunque, ricordo che la sera quando tornavo a casa pensavo: "Un altro giorno è passato e per fortuna sono ancora viva".

Sull'Albania e sugli albanesi si sentono racconti contraddittori. Qual è la sua opinione al riguardo?
La mia opinione è che si tratti di persone di grandissimo valore, che hanno vissuto però esperienze molto dure, che sono entrate in una logica di violenza, di forza e di prevaricazione, e che dobbiamo avere il coraggio di lavorare insieme a loro se vogliamo che ricostruiscano una realtà nuova e migliore.

Alla luce della sua esperienza, cosa risponde a chi sostiene che i progetti nei paesi in via di sviluppo servono a poco, e cioè creano soltanto una nuova forma di dipendenza verso i paesi più ricchi?
Non penso che questi progetti non servano, credo però che abbiano efficacia solo nei lunghi periodi, perché si tratta di cambiare la mentalità della gente, di cambiare uomini che sono stati profondamente traumatizzati e distrutti da esperienze di cui noi non abbiamo idea. Spesso si criticano gli albanesi perché la maggior parte di loro aspira solo ad andarsene, anziché a ricostruire il paese. Ma io dico che bisognerebbe vivere nelle loro condizioni prima di giudicare, trovarsi con la luce razionata, con stipendi ridicoli, insomma nella stessa situazione di povertà e disagio. Quanto alla dipendenza di cui ha parlato, le farò l'esempio dei gruppi di donne che, con il nostro coordinamento, realizzavano lavori di ricamo per venderli poi in Italia. È vero che, per quanto riguarda gli oggetti meno costosi, la gente li comprava probabilmente senza pensarci tanto, più che altro per fare un'azione di beneficenza, ma questo discorso non valeva per i lavori più complicati e più cari, come le tovaglie, ecc. In questo caso le garantisco che gli acquirenti diventavano particolarmente esigenti, compravano solo se i lavori erano eseguiti a regola d'arte. Insomma, per quello che ho visto e vissuto sulla mia pelle, posso testimoniare che i progetti servono eccome, perché attivano delle molle, buttano dei semi che, se non cambiano subito il mondo, possono però cambiare profondamente, e in modo radicale, le piccole realtà.

Volontari per lo sviluppo - Gennaio 2000
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