di Roberto Barbiero
Si direbbe che il vecchio detto "Yankee go home!" sia di questi tempi tornato di moda; anzi sia diventata la parola d'ordine del governo messicano. Solo che sotto il titolo di yankee ci stanno ormai tutti, in particolare i volontari italiani per cui è diventato pressoché impossibile mettere piede nel paese. Proprio poche settimane fa un volontario del Cisv di Torino, pronto a partire per un progetto di sviluppo avviato nella regione di Tehuacan (sud del Messico), si è visto negare il permesso di entrare nel paese con un secco comunicato dell'Istituto Nazionale di Migrazione per mano del Consolato Messicano in Italia. Ma i casi sono molti: sono stati bloccati i progetti di una decina di amministrazioni, tra le quali Venezia, Genova e Ravenna, proprio mentre l'assedio dell'esercito, gli incendi e le recenti alluvioni catastrofiche, rendono sempre più drammatiche le condizioni della popolazione messicana. Fatto particolarmente grave è stata la negazione del visto di entrata ad un assessore del comune di Cinisello Balsamo, espulsa dal Messico dopo aver partecipato al viaggio di maggio, e a tre suoi accompagnatori a causa della loro "mancanza di professionalità" quando gli aiuti umanitari del comune di Cinisello erano stati approvati da una formale delibera dell'amministrazione.
Si fa dunque sempre più difficile la situazione per gli osservatori sui diritti umani
e in generale per volontari e cooperanti stranieri, soprattutto in seguito alle misure
restrittive adottate dal governo messicano dal mese di giugno. Misure senza precedenti nel
continente americano, come denuncia Amnesty International. "Il comportamento del
governo messicano viola le più elementari norme stabilite negli accordi internazionali e
quelle sottoscritte dallo stesso governo a Vienna nel 1993 durante la Conferenza Mondiale
ONU sui diritti umani, che prevedono proprio, tra l'altro, il sostegno al lavoro delle
Ong" sostiene Daniele Scaglione presidente italiano di Amnesty.
Ma perché questo inasprimento delle relazioni tra i nostri due paesi? Il motivo, a detta
del console Mario Arriola, è da ricercarsi nelle vicende che in maggio hanno portato
all'espulsione del gruppo di 140 osservatori italiani in Chiapas. Il gruppo si scontrò
con le autorità governative messicane per aver voluto visitare senza permesso la
comunità di Taniperlas in Chiapas in cui un gruppo di donne e bambini si trovava sotto la
minaccia di una nuova strage da parte di bande paramilitari. La vicenda è rimasta poco
chiara: alcuni di loro infatti furono costretti ad aspettare per due giorni l'aereo per il
rientro, tempo nel quale gli scadette il visto, e furono poi costretti a lasciare il paese
sotto minaccia e subendo la sanzione dell'espulsione a vita. Si sfiorò la crisi
diplomatica. In seguito a questi avvenimenti l'Istituto Nazionale di Migrazione messicano
ha adottato misure fortemente restrittive nei confronti degli stranieri imponendo una
serie di requisiti vincolanti alle organizzazioni e ai loro rappresentanti. E questa
situazione è caduta come un macigno sulle attività svolte dalle associazioni e dagli
organismi di solidarietà in tutto il Messico.
"Il Governo italiano si è espresso più volte affinché si facesse chiarezza sul
caso dei 140 osservatori - dichiara l'On. Patrizia Toia, sottosegretario al Ministero
degli Esteri italiano - per molti di loro non abbiamo ancora in mano i documenti di
espulsione. E, anche se non è chiaro cosa abbiano fatto, ritengo che in nessun caso sia
giustificabile un provvedimento grave come l'espulsione a vita. Ma considero molto più
grave che il governo faccia delle ritorsioni sui volontari italiani delle Ong che non
operano in Chiapas, né hanno a che fare con la missione di maggio".
D'altronde il legame tra questi diversi avvenimenti è ormai evidente: Javier Schunk,
coordinatore dei progetto Cisv in Sudamerica, recatosi recentemente in Messico per
incontrare i funzionari del Ministero messicano che bloccavano da marzo la pratica del
volontario italiano, dopo quattro riunioni rimandate, si è sentito rispondere dalla
Dott.ssa Irma Jaimes, funzionaria dell'ufficio del Ministero dell'immigrazione che
"con il pasticcio combinato in maggio, degli italiani non volevano più sentir
parlare". Così, dopo mesi di attesa, il volontario Alberto Lombardi e sua moglie
(entrambi già pronti alla partenza e senza lavoro da sette mesi) hanno dovuto rinunciare
all'idea di andare a lavorare per gli indios di Tehuacan. E ugualmente ha dovuto
rinunciare al loro aiuto l'organizzazione locale (Sepicj) con cui avrebbero dovuto
operare, che, per contro, si è vista raddoppiare la sorveglianza militare.
Nonostante tutto questo le Ong non rinunciano a sostenere gli indios messicani, sempre
più minacciati dal processo di "strangolamento" economico e di violenza
politica. E, benché gli sia negata la possibilità di vivere direttamente a fianco della
popolazione, rilanciano la sfida con il sostegno a distanza delle organizzazioni locali.
Un modo per manifestare la propria solidarietà e la volontà di cambiamento.
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Crisi economica e guerra "a bassa intensità"Il comportamento del governo messicano non fa che mettere in luce la difficoltà nel
gestire una situazione interna che si fa sempre più tesa. Nella generale situazione di povertà della gran parte della popolazione messicana, gli
indigeni sono sempre i più colpiti. In seguito al sollevamento zapatista in Chiapas del
1994 la questione indigena è tornata al centro dell'attenzione in Messico e, anche se il
presidente Zedillo ha provato a ridimensionarne l'importanza, 70-80.000 militari, gran
parte dell'esercito federale, sono stati dislocati nelle zone calde del conflitto. Con la
strage di Acteal a Natale è iniziata una fase di guerra "a bassa intensità"
simile a quella già drammaticamente impiegata in Guatemala. Secondo l'analisi di Martin
Hernandez, segretario generale dei Comitati Oscar Romero e braccio destro del vescovo
Ruiz, "Si tratta di una strategia del terrore sotterranea, fatto di atti anonimi di
violenza sulle comunità indigene, con l'obiettivo di creare un clima di paura e
indebolimento psicologico. Le violenze non sono compiute dall'esercito, ma dalle numerose
bande paramilitari sorte recentemente al soldo dei latifondisti, ma di fatto finanziate e
appoggiate dal governo (guarda caso il maggior numero di queste bande è situato a cerchio
intorno al territorio dell'Ezln)". L'esercito in tutto questo non svolge un ruolo
diretto, e in questo modo il presidente Zedillo tenta di ridurre il conflitto ad un
semplice problema locale tra zapatisti e bande paramilitari. |
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L'intervento del CISVUn sostegno alle comunita' indiosIl progetto, promosso dal Cisv di Torino e co-finanziato grazie ai contributi della Conferenza Episcopale Italiana, è rivolto ad alcune comunità indigene di origine Mixteca e Popoloca della zona di Tehuacan, nella parte sud-orientale dello stato di Puebla. Avviato nel mese di agosto, nonostante l'assenza forzata del volontario, il progetto viene gestito localmente dal Sepicj (Servicios de Promocion Integral Comunitario Juvenil) un'associazione di giovani messicani che promuove attività sociali a sostegno delle comunità indigene e delle realtà più emarginate. In questa regione, per gran parte semidesertica, la maggior parte del terreno fertile è proprietà dei latifondisti che utilizzano la manovalanza indigena a condizioni di vero sfruttamento e l'agricoltura si limita alla produzione di pura sussistenza con la coltivazione di mais e fagioli. Una condizione che spinge i giovani e i capi famiglia ad abbandonare le comunità ed emigrare in città o negli USA in cerca di fortuna. Il progetto, articolato in tre anni, si propone di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni e soprattutto valorizzare la cultura indigena che la forte emigrazione e la politica messicana di "assorbimento" stanno drammaticamente cancellando. In concreto saranno avviati dei laboratori di cucito per rilanciare le antiche tradizioni di produzione artigianale delle donne, che oggi si trovano ad essere quasi sempre i capi famiglia. E aperti alcuni canali commerciali per rivendere questi prodotti (di notevole bellezza) attraverso la rete del commercio equo e solidale. Saranno inoltre realizzati dispensari alimentari e medici, e finanziata una cooperativa di produzione della ceramica. All'interno di ogni comunità si cerca di far emergere gruppi di giovani e adulti che con la collaborazione del Sepicj siano in grado di avviare e gestire le attività previste dal progetto. |
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Nel 1998 si intendono realizzare 3 centri di cucito fornendo ai gruppi di donne indigene strumenti per migliorare la produzione tradizionale, in particolare dei tipici grembiuli "Popoloca" e parallelamente aprire canali di commercializzazione attraverso la rete internazionale del commercio equo e solidale. I costi da sostenere sono l'acquisto del terreno per la costruzione del centro, l'acquisto materiali da costruzione (mattoni, cemento, calce, travi, ecc..), l'equipaggaiamento dei centri (macchine da cucire, righelli e squadre, materia prima) e l'organizzazione di corsi di formazione delle donne.
| I COSTI DEL PROGETTO Con 50.000 lire puoi contribuire all'acquisto di una macchina da cucire per le donne "Popoloca" |
Puoi versare il tuo contributo sul c/c n. 26032102 intestato al CISV, corso Chieri 121/6 - Torino, indicando nella causale: "Progetto Messico".
Volontari per lo sviluppo -
Novembre 1998
© ASPEm - CCM - CISV - CELIM - CMSR - MLAL