di Paolo Conti*
Un mondo come il nostro, abituato alle grandi cifre e alla scomparsa del singolo nell'immensità dei numeri, difficilmente si stupisce. Ma le notizie che vengono dal Bangladesh atterriscono anche chi è abituato a maneggiare tragedie e a scrutare con distacco le pene del mondo. Eppure della spaventosa inondazione che quest'anno ha colpito quel disgraziato ma splendido Paese, poggiato sul più vasto delta fluviale del mondo, si è detto ben poco: forse perché non è stato un disastro improvviso, ma un lento crescere della tragedia. Le piogge cadute sul Gange e Brahmaputra sono state più copiose del 40 per cento rispetto al solito. Per di più mesi fa si è registrato un terremoto sottomarino al largo del Golfo del Bengala che ha alzato il livello del mare.
Di fatto il Bangladesh è diventato un immenso catino d'acqua: che straripa più
abbondante del solito (l'unica ricchezza di quel paese è la terra resa fertile dai fiumi
che lasciano il loro letto per qualche settimana e poi si ritirano creando l'humus ideale
per la coltivazione del riso e di altri cereali), ma non riesce a uscire. Ecco il perchè
della grandezza delle cifre. Se gli abitanti sono 130 milioni, i senza tetto sono circa 21
milioni, perchè due terzi del territorio si ritrovano sott'acqua. Dipende dalle zone:
può trattarsi di qualche decina di centimetri (per esempio certe strade di Dhaka, la
capitale) ma anche di mezzo metro, o di uno, nelle aree agricole più prossime alle rive
dei grandi fiumi. Per capire che cosa significhi in Bangladesh l'espressione "senza
tetto" occorre prima sapere che nella quasi totalità delle zone rurali dire
"casa" equivale a pensare a una semplice capanna di bambù e paglia, oppure di
tufo o argilla essiccata. "Case" destinate a crollare appena vengono a contatto
con l'acqua. Ecco il perchè di quei 21 milioni di senza tetto.
Osservare dall'alto il Bangladesh (come è capitato a chi scrive, imbarcato su un
elicottero dell'esercito grazie all'aiuto della nostra rappresentanza diplomatica) e
sorvolare tutta l'area interessata dalle inondazioni significa scrutare una sterminata
laguna. Insomma il Bangladesh, fatta eccezione per le aree intorno alle principali città,
è una sola, immensa distesa d'acqua. Poche isole in tanta acqua: poche zolle di terra
fradicia, i piani alti delle rare palazzine. E molte visioni quasi surreali. strade che
cominciano o finiscono nella palude, treni sospesi sull'acqua, barche ormeggiate a un molo
che non esiste più perchè è sommerso.
E veniamo alle conseguenze. Prima di tutto quelle legate alla condizione alimentare. Il buon raccolto di riso del periodo "Aus" (cioè luglio) è stato trascinato via oppure utilizzato per sfamarsi. Il che significa aver lasciato senza sementi i contadini. In più è completamente saltata la raccolta di "Aman" (semina ad agosto, raccolta a novembre): in sostanza un intero ciclo agricolo, alimentare ed economico si è rotto. E solo gli aiuti internazionali (contributi in cibo e in sementi, i secondi forse più importanti dei primi) potranno ripristinarlo. Ancora. La distruzione della campagna spinge ogni ora di più i contadini (stanchi, ammalati, affamati) a spingersi verso le grandi città. Dhaka, naturalmente, ma anche Chittagong o Rangpur. Altro elemento di grande preoccupazione per i politici del Bangladesh: secondo molti studiosi (la previsione è del prestigioso settimanale Asia Week) Dhaka, che già conta 10 milioni di abitanti, nel 2010 potrebbe arrivare a quota 24. Dovrebbe essere registrato lì il mega-slam del XXI secolo, ovvero la più vasta baraccopoli dell'intero pianeta. Troppo facile immaginare cosa significherà un inurbamento incontrollato di massa di simili dimensioni: epidemie, crescita esponenziale dell'analfabetismo (nei piccoli villaggi è più facile che in città convogliare i bambini in un'area pubblica), distribuzione di manovalanza a bassissimo costo nel racket del lavoro nero.
Altre conseguenze riguardano naturalmente la questione sanitaria. Quasi 150.000 abitanti sono stati colpiti dalla diarrea per aver ingerito cibo avariato o bevuto acqua inquinata. Soprattutto l'acqua è il veicolo della dissenteria: nelle campagne l'acqua è dappertutto e serve contemporaneamente da fogna e da fonte. E sono in pochi a conoscere le regole igieniche più elementari, come per esempio la necessità di bollire l'acqua prima di berla o di utilizzarla per cuocere il riso. Sconvolgente il bilancio dei danni materiali: mezzo milione di edifici (in muratura) allagati, 11.300 chilometri di strade sott'acqua, 6.500 ponti distrutti, 300.000 ettari complessivi di colture inondati. La situazione sanitaria peggiore è comunque registrata nelle città: li esistono le fogne e molti collettori sono saltati, perciò i liquami hanno invaso molti pianterreni e primi piani, per esempio, dei quartieri residenziali di Dhaka.
Peggio, molto peggio di qualsiasi guerra. Sembra quasi che la natura si stia prendendo una serie di rivincite (la quantità di piogge e l'innalzamento del livello del mare sono collegabili all'effetto serra) accanendosi contro il Bangladesh, cioè uno dei paesi più poveri del pianeta. Gli aiuti internazionali fortunatamente non sono mancati. Proprio pochi giorni fa (grazie ai contributi decisi dagli Stati Uniti) è stato possibile pianificare la riattivazione di 1200 industrie danneggiate dall'inondazione. Ma chi ha visto questa stagione del Bangladesh, chi ha assistito alle scene dei malati di dissenteria negli ospedali, sa bene che esiste un solo metodo per evitare che il Bangladesh cronicizzi i propri mali: ricorrere a un piano di ingegneria idraulica in stretta collaborazione con l'India, in particolare con lo stato federale del West Bengala, per far sì che il flusso delle acque nelle stagioni delle piogge venga adeguatamente governato per evitare ulteriori alluvioni. Solo così il Bangladesh potrà sperare in un futuro almeno in parte diverso dal presente: che somiglia, purtroppo per la povera gente del Paese dei Fiumi, a una straordinaria tragedia collettiva.
*Ringraziamo sentitamente Paolo Conti, inviato speciale del Corriere della Sera, che ha scritto per noi gratuitamente e a puro titolo di amicizia.
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Da dove arriva tutta quest'acquaNegli ultimi mesi il diluvio si è abbattuto su una vasta fascia di paesi. Chi non ricorda lo straripamento del fiume Yangtze in Cina che ha causato oltre 3 mila vittime? E i rovesci torrenziali a Calcutta dove in luglio e agosto è caduto il doppio della pioggia normale? Persino l'Africa subsahariana, sempre assetata, è stata colpita da piogge eccezionali che hanno provocato straripamenti del Nilo Blu in Sudan e alluvioni in Niger. E poi Bangladesh, Centroamerica, dove i morti sono stati decine di migliaia. Ma da dove viene tutta quest'acqua? I meteorologi hanno parlato della "Niña", parente prossima del più conosciuto"Nino", il fenomeno climatico che ha causato disastri in Ecuador e Perù all'inizio dell'anno, dovuti rispettivamente al surriscaldamento delle acque del Pacifico alle latitudini tropicali e al successivo raffreddamento. Tutti fenomeni naturali. Certo. Sempre avvenuti nella storia della terra. Ma che in questi anni, è inutile negarlo, si manifestano con una particolare violenza e in tempi sempre più ravvicinai. Ormai anche gli scienziati più scettici cominciano ad ammettere che l'innalzamento della temperatura media terrestre di alcuni gradi (effetto serra), dovuta anche alle immissioni umane di anidride carbonica nell'atmosfera, abbia una possibile relazione diretta con la violenza dei cataclismi. (in Bangladesh il disastro è stato dovuto all'innalzamento dei livello del mare che ha impedito alle acque dei Gange di defluire, problema previsto come una delle prime conseguenze dell'effetto serra). Fenomeni sempre meno "naturali", dunque. E di fronte ai quali non è più sufficiente dire "è accaduto", ma occorre strutturarsi per prevenirli, anche rivedendo il nostro stile di vita. Le migliaia di morti nel fango ce lo chiedono. |
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Emergenza uragano in CentroamericaCoperte e medicine per gli sfollati del NicaraguaE la natura si accanisce ancora. L'uragano Mitch all'inizio di novembre devasta i paesi
centroamericani. Oltre 10 mila morti, un milione di senzatetto, interi villaggi travolti:
ferite profonde che mettono in ginocchio i paesi più poveri dell'area, soprattutto
Honduras e Nicaragua. Vicino a Managua frana un'intera montagna e travolge con sé
migliaia di famiglie. El Nuevo Diario, il giornale di Managua, descrive la situazione come
"l'apocalittico, peggior disastro naturale dopo il terremoto del '72 ". |
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Per far fronte alle prime necessità servono alimenti (riso, fagioli, zucchero, olio,
sale, ecc.) coperte, medicine, ma anche materiali da costruzione per riedificare le case,
distrutte, nel dipartimento di Leòn, per il 90%.
Il Mlal ha attivato per questo un fondo per gli aiuti d'emergenza al Nicaragua.
Puoi versare il tuo contributo:
| utilizzando il bollettino postale c/c N. 12808374 intestato a Movimento Laici America Latina, Viale Palladio n.16,Verona | |
| oppure con bonifico bancario: beneficiario C/C 14039 intestato a Movimento Laici America Latina CREDITO ITALIANO AG. 3, ABI 2008 CAB 11799 |
Nei due casi è molto importante indicare nella causale: Emergenza Nicaragua -
Dipartimento di Leòn.
Contiamo sul vostro aiuto generoso e tempestivo perché insieme a noi possiate diffondere
il più possibile questa richiesta urgente d'aiuto.
Per ulteriori informazioni:
Mlal
Tel. 045/8102105
Volontari per lo sviluppo -
Novembre 1998
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