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Viaggio nei cinque continenti alla scoperta delle tradizioni natalizie

Dove il Natale non è "bianco"

Una serata con il filmino in superotto sui martiri cristiani, un Babbo Natale in slitta sulla spiaggia di Copacabana a 40°, una festa con sfrenate danze tradizionali o anche solo una gran bevuta di birra.
I volontari nei paesi in via di sviluppo raccontano il loro Natale, e quello dei popoli del Sud.

di Fabrizio Cellai

Vi ricordate quando Lucio Dalla cantava "Nemmeno Natale è una sera normale"? Probabilmente non pensava al Natale festeggiato nei Paesi del sud del mondo.
Dall'Africa all'America latina, passando per il continente asiatico, il Natale abbandona molti aspetti che per i credenti "all'occidentale" fanno ormai parte della tradizione.
Lo confermano Davide e Paolo, volontari del Celim in Zambia nella prima metà degli anni '90: "Nei villaggi e in tutte le zone rurali è un giorno come un altro; se sei agricoltore, lavori comunque perché il Natale cade durante la stagione delle piogge e bisogna pensare ai raccolti anche nei giorni di festa. Solo nelle città, dove l'influenza del mondo occidentale è più forte, i negozi chiudono e per uno o due giorni si festeggia".

Il filmino in superotto

"Nessun festeggiamento particolare - continua Paolo, che per 3 anni è stato agronomo-animatore nelle campagne dello Zambia vicino al lago di Kariba - A messa ci andavamo in pochi, solo i cattolici; nessuno, però, si perdeva le proiezioni di film natalizi organizzate dal parroco: filmati anni '50 in super 8 con storie dell'Antico Testamento. E la cosa più bizzarra era vedere che la gente scoppiava a ridere di fronte alle scene più drammatiche, quelle di tradimenti o violenze colossali. Sintomo veramente di una cultura diversa dalla nostra; una cultura dove il messaggio evangelico del peccato e del pentimento fa fatica a essere percepito".
In alcuni stati africani come il Sudan di oggi, poi, il governo integralista ha vietato addirittura che si parli del Natale nei mass media, perchè la religione ufficiale è l'Islam.
"Questo non impedisce - spiega però padre William Deng - che i musulmani rispettino la festa cristiana. Anzi spesso accadeva che si festeggiasse assieme con le danze tradizionali.
Comunque un giorno di festa, anche se non c'è la ritualità del Natale come lo viviamo per esempio noi in Italia. Per alcuni è l'occasione di grandi bevute di birra di banane e di sorgo, come raccontano Carla e Maria, volontarie Cisv in Burundi negli anni '80: "Ecco perchè il parroco non organizzava mai la messa di mezzanotte; avrebbe creato un'ulteriore occasione per alzare il gomito".
Anche Spes, ragazza del Burundi che si è trasferita da poco in Italia, conferma che le famiglie cristiane, almeno fino allo scoppio della guerra, organizzavano il Natale senza tanti fronzoli, magari con pranzi a base di carne (un'eccezione durante l'anno) oppure comprando un nuovo vestito per i figli.

La neve a 40°

"In Brasile è la festa della famiglia - ci spiega Enrica, coordinatrice dei progetti in Brasile per il Mlal di Verona - anche se non è la festa più importante per i brasiliani. Qui tutti aspettano il carnevale e al Natale preferiscono il Capodanno, chiamato "passagem de ano", che viene celebrato con un bagno purificatorio nell'oceano, seguendo i riti dell'antica religione candomblé di origine africana"
E i simboli come il presepe, l'albero e le consuetudini come lo scambio dei regali la sera della Vigilia?
Il Natale è una festa importata e come tale trascina con sé le sue tradizioni. Ecco allora spuntare un abete addobbato, con tanto di neve finta, a Recife, sulla costa brasiliana dove a dicembre la colonnina di mercurio segna almeno 40 gradi. E ogni tanto, accanto all'alberello un po' accaldato, spunta anche l'immancabile panettone, naturalmente portato in dono da un Babbo Natale munito di slitta e di renne.

Il presepe degli stregoni

Quella del presepe, la cui paternità spetterebbe a San Francesco nel 1223, è forse la tradizione più diffusa del Natale nei paesi in via di sviluppo. Soprattutto nei paesi latino-americani, dove il retaggio del cattolicesimo imposto dagli spagnoli è molto forte. Basta gironzolare nelle botteghe del commercio equo e solidale di casa nostra per trovare presepi fabbricati tanto in Perù quanto in Guatemala o in Ecuador.
In alcuni casi, come in Burundi, la capanna del Gesù bambino assume un duplice significato: da una parte quello del messaggio cristiano, indicato dai sacerdoti delle missioni; dall'altra continua a rappresentare, nella tradizione popolare, il luogo dove gli stregoni dei villaggi vanno a invocare gli dei affinché i raccolti siano abbondanti. Un sincretismo che ogni tanto ha provocato incomprensioni reciproche.
Questi allora alcuni aspetti del Natale vissuto dai contadini del Brasile nord-orientale, da quelli dell'Africa equatoriale e saheliana. E quello dei volontari che lavorano nei progetti di cooperazione delle ong?

Il Natale dei volontari

"Il Natale era un momento importante per noi volontari - esordisce Mario, infermiere Cisv a Rabiro, in Burundi - tutti ci riunivamo ogni anno con i missionari di Abikele per celebrare la festa in compagnia. Era un modo per ricreare l'ambiente familiare che avevamo lasciato in Italia e che un po' ci mancava".
"Un'occasione per incontrarci - conferma Renato del Ccm, in Etiopia come medico - magari seduti dietro a una tavola imbandita perchè ognuno di noi portava qualcosa da mangiare".
Il Natale è insomma il giorno in cui il frigorifero è pieno, a differenza degli altri giorni dell'anno. Ma l'aspetto più importante è il fatto che, in questi Paesi, la festa perde gli aspetti più consumistici per riscoprire i significati più profondi. "Non dico che qui in Italia per me sia meno importante - precisa Mario del Cisv - ma è sicuro che quando ero in Africa l'arrivo del Natale era molto più sentito. Forse anche la lontananza dalla famiglia mi faceva apprezzare di più le piccole cose". Buon Natale allora, a tutti i volontari in giro per il mondo.

Le origini della tradizione

Se Babbo Natale è turco

Forse non tutti sanno che il Natale è una festa di origine pagana. Il 25 dicembre era festeggiato in tutto l'impero romano come festa del "Sole invictu", perché, pochi giorni dopo il solstizio d'inverno in cui giorno e notte sono perfettamente uguali, il sole tornava a dominare sulla notte. Soltanto nel IV secolo dopo Cristo, quando il cristianesimo stava diventando dominante a Roma, l'imperatore Costantino ha attribuito questa data alla nascita di Gesù a Betlemme.
Così quasi tutte le usanze tradizionali che si riferiscono al Natale hanno origine pagana.

Babbo Natale nasce in Turchia, poi si sposta, anche attraverso l'Italia, in Scandinavia, in Germania (dove diventa Santa Klaus, dalla devozione a S.Nicolaus, S. Nicola da Bari) e infine negli Stati Uniti e in Russia (con il nome di nonno gelo).

Il Presepe, invece, viene datato dalla tradizione all'anno 1223 quando Francesco d'Assisi, futuro santo, fece portare in una piccola grotta, a Greccio, una mangiatoia, un asino e un bue e pregò il cardinale Ugolino dei Conti di Segni di celebrare in quel luogo e con quello scenario la Messa. Il tutto nello sforzo di riportare la pietà popolare alle tradizioni del primitivo cristianesimo. Dopo il 1223 l'usanza del presepio diventò popolare al punto che si rese necessaria nella rappresentazione, la sostituzione di persone viventi con statue di marmo e di terracotta.

Fonte: Francesco Grisi
"Il Natale. Storie e leggende",
Newton Compton 1988.

Cuba

E Fidel riscopre la "Noche Buena"

"Noche buena" a L'Avana. Dopo anni in cui il Natale era fuorilegge nell'isola di Fidel Castro si torna a festeggiare grazie, anche, alla recente visita del Papa. E ritornano alla luce del sole le antiche tradizioni custodite per vent'anni nella memoria dai contadini cubani: dall'immancabile banchetto a base di maiale, alla Messa di mezzanotte, agli alberi di Natale nelle vetrine della capitale.
Come ricordano gli scrittori Daniel Chavarrìa e Leonardo Padura Fuentes intervistati da Chierici sul Corriere: "La cena della vigilia era un incubo: maiale alla brace, maiale in umido, montagne di cotolette, e birra fino alle prime luci dell'alba. È stata l'incoscienza degli spagnoli a imporci di mangiare come loro in inverno, mentre in America latina a dicembre si muore di caldo".
Eppure dopo i divieti di Stato, quando fare l'albero poteva essere considerata provocazione e partecipare alla Messa voleva dire espulsione automatica dal partito, le famiglie cubane tornano a celebrare il Natale proprio sacrificando l'immancabile maiale, o rispolverando le vecchie statuine del presepio, o ancora danzando tuta la notte tra i palazzi della vecchia Avana dietro fantasiose processioni.
Un ritorno al passato, forse, ma anche un balzo nel futuro. E comunque oggi ogni famiglia può acquistare per l'occasione quante bottiglie di rum vuole, senza più alcuna limitazione.

F.C.

Indonesia

Gesù e Maometto festeggiati insieme

I cristiani in Indonesia sono una minoranza assoluta (insieme all'induismo e al buddismo sono meno del 10% della popolazione, mentre il 90% è mussulmano). Eppure il Natale è una grande festa, con tanto di doni e alberi addobbati. L'eccezionale tolleranza religiosa del governo indonesiano fa sì che - ad esempio - la notte del 24 dicembre il presidente rilasci un breve discorso alla televisione per fare gli auguri ai fedeli. E i credenti delle diverse religioni festeggiano insieme. I mussulmani vanno a casa dei cristiani e viceversa. Un vero miracolo, se pensiamo ad altre regioni del mondo. Anche nel Corano, comunque, è riconosciuta la figura di Gesù, descritto come un grande profeta; e in lingua indonesiana compare con il nome di Isa Almasih. Quest'anno in particolare la festa di "Isa Almasih" sarà celebrata in coincidenza con la conclusione del Ramadan islamico (che nel calendario romano cade invece in gennaio). Così tutti sono ancora più coinvolti nel clima di festa che già si percepisce dalla pubblicità e dalla propaganda commerciale. Neanche qui infatti si scappa alla tradizione natalizia del regalo e della lauta cena della vigilia, anche se quest'anno, con l'aggravarsi della crisi economica, è probabile che molti dovranno accontentarsi di ricevere semplici biglietti d'auguri (magari inviati via Internet per risparmiare) e di cibi preparati in casa, meno elaborati del solito.
Ma il Natale è anche la festa della famiglia; un'occasione di incontro e di consolidamento dei legami tra parenti e amici. È una tradizione irrinunciabile per gli indonesiani far ritorno a Natale al villaggio natio per ritrovarsi con tutta la famiglia allargata a celebrare la festa: una sorta di vera e propria migrazione annuale! Le vie di Jakarta (10 milioni di abitanti) si svuotano per un giorno. E l'atmosfera natalizia coinvolge tutti i luoghi della vita collettiva: non solo le case, ma anche le scuole (quelle cattoliche o cristiane), gli uffici e i luoghi di svago, come zoo, cinema, ecc. E si respira uno spirito di maggiore calma e generosità (è anche l'occasione in cui si raccolgono fondi per opere sociali): d'altronde ogni festa religiosa - quale essa sia - reca sempre con sé un maggior senso di umanità, un innegabile conforto per chi - come la popolazione dell'Indonesia attuale - vive condizioni dolorose e spesso insostenibili.

Tanti Djojowijoto (da Jakarta)

Volontari per lo sviluppo - Novembre 1998
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