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La denuncia di un'Ong peruviana, che tutela gli indios

Colf a tre anni

Sono oltre 6.000. Hanno dai due ai dodici anni. Lavorano più di dieci ore al giorno e di notte subiscono gli abusi ripetuti dei padroni. Sono le giovanissime colf indigene delle famiglie "bene" di Cuzco, la città più turistica del Perù.

di Claudio Bizzozzero e Danilo Gallo

Schiave. E non in qualche angolo sperduto della foresta o ai confini della civiltà, ma nel retrobottega della vetrina più luccicante del turismo del continente sudamericano, nella meta più agognata da centinaia di migliaia di turisti ogni anno: Cuzco, Perù.
Nella città che per gli Incas era "l'ombelico del mondo" vivono tra le 5.000 e le 6.000 bambine indigene, ma la stima è sicuramente per difetto, ufficialmente fatte passare per "lavoratrici domestiche" ma in realtà ridotte in schiavitù. La denuncia viene dal Caith (Centro de apojo integral a la trabajadora del hogar), una organizzazione non governativa peruviana che dall'inizio del '98 ha avviato (vedi box) un progetto per l'assistenza psicologica e materiale alle vittime di questa inumana forma di sfruttamento.

Rubate alle famiglie

Le bambine, spesso in tenerissima età, vengono a volte rapite ma più frequentemente affidate dagli stessi genitori a degli intermediari (i maestri inviati dal governo nelle comunità più isolate, gli operatori dei centri di salute comunitari e perfino i poliziotti) che promettono di portarle in città. Nelle speranze dei familiari, la città dei bianchi rappresenta la certezza di un futuro migliore e, perché no, di integrazione nella società dei bianchi. Ma la realtà è ben diversa: lontana anni luce dai sogni. La storia di Sara (si tratta di un nome fittizio per proteggerne l'identità) è emblematica. Oggi ha 15 anni ed è libera ma per oltre 10 anni ha vissuto come un cane alla catena, anzi peggio. Sara ricorda perfettamente il giorno in cui venne portata via dalla sua famiglia (probabilmente una comunità delle alte terre peruviane, sicuramente di etnia quechua, la maggioritaria nella zona di Cuzco), e consegnata a una famiglia cuzquegna. Il suo primo lavoro, poteva avere tra i due e i tre anni, consistette nel far compagnia ai suoi coetanei più fortunati. Crescendo le sue mansioni cambiarono: pulire la casa, cucinare, lavare e prendersi cura degli animali. Ogni minimo errore o il più piccolo segnale di insubordinazione veniva punito a suon di botte. Di soldi ovviamente neanche a parlarne: il mantenimento era già un atto di grazia. Ma la parte peggiore doveva ancora arrivare.

Violate tutte le notti

A sei anni, racconta Sara, venne violentata dal padrone. Da quella volta ogni notte si trasformò in un incubo: per cinque anni venne sistematicamente violentata, usata come genere di conforto da chiunque, all'interno della casa, ne avesse voglia. A 11 anni Sara raccolse tutto il suo coraggio e riuscì a fuggire. Ce ne volle molto. Come tutte le bambine e le ragazze che si trovano nella sua condizione, non aveva mai avuto il permesso di uscire di casa. Fuori dalla porta c'era una città sconosciuta e, per chi ha vissuto in un villaggio delle montagne o in una prigione "domestica", enorme. Perfino una banale richiesta di aiuto diventa difficile quando la lingua che si parla è diversa; lo spagnolo dei bianchi, il quechua degli indigeni.

Il difficile recupero

Sara da qualche tempo vive con Vittoria, una ex insegnante di matematica, con un passato di sindacalista della Cgil e di volontaria del Movimento laici America latina, che insieme con altri, Marlene, Ronald, Ada e Sonia, lavora per denunciare questo fenomeno. Tocca a Vittoria raccogliere le storie di queste ragazze, a volte ancora più drammatiche di quella di Sara, o di assistere impotente. Come nel caso di Maria che ha 10 anni e non parla. Di lei non si sa nulla, né da dove arrivi, né che cosa le è successo da quando è stata portata via dalla sua famiglia. Per gli psicologi che l'hanno visitata avrebbe bisogno di almeno tre anni di terapia e senza nessuna garanzia di successo. Un danno enorme, provocato probabilmente da traumi altrettanto violenti.

Una consuetudine atroce

Eppure per le famiglie di Cuzco coinvolte tutto è normale. Peggio: naturale. Tanto che una signora ha candidamente confessato a Vittoria di essere alla ricerca di due ragazze "chole" (meticce) per permettere ai suoi figlioli di sfogare la loro esuberanza sessuale. Naturalmente, affinché tutto avvenisse senza rischi, dovevano essere giovani e vergini: "Perché con l'Aids la prudenza non è mai troppa". Parole inumane che solo la testimonianza di Gabriella permette di comprendere nel loro orrore di normalità e consuetudine: "Fino a 18 anni ho dormito nella stanza dei miei .padroni, ai piedi del loro letto matrimoniale. Le violenze subite non sono nulla rispetto a quell'umiliazione. Un uomo e una donna non possono fare l'amore se nella stessa stanza c'è un'altra persona. Ma possono amarsi tranquillamente se ai piedi del loro letto c'è un cane".

L'intervento dell'Aspem

Un progetto di recupero per le bimbe-schiave

Il Caith (Centro de apoyo integral a la trabajadora del hogar), è una Ong peruviana di donne. Tra loro ci sono psicologhe, educatrici ed avvocate, e ne fa parte anche una volontaria italiana, Vittoria Savio già volontaria del Mlal di Verona in Perù dal 1980. Il Caith ha svolto lunghe indagini sulla drammatica condizione delle bambine-schiave a Cuzco e da lì è nato il progetto denominato "Apoyo integral a las trabajadoras de hogares de Cuzco", avviato all'inizio dei 1998 con l'obiettivo di fornire assistenza psicologica e legale alle bimbe e di lanciare una campagna di sensibilizzazione diffusa nella regione di Cuzco sul.problema dello sfruttamento dei lavoro domestico e sulle discriminazioni degli indigeni.
Il progetto ha durata triennale ed è finanziato esclusivamente a mezzo di una rete di solidarietà costituita in Piemonte e Lombardia a partire dalla prima metà degli anni 90.

Per questo il Caith lancia un appello. Per sostenere l'azione di tutela legale e di assistenza sociale e psicologica delle "trabajadoras del hogar" puoi versare il tuo contributo sul conto corrente postale n. 14226229 intestato ad "ASPEM Cantù", specificando nella causale "progetto Caith Cuzco".

Volontari per lo sviluppo - Novembre 1998
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