di Marco Bello
"Libertà non è solo una parola, vuole essere soprattutto una realtà ... per aiutare il popolo haitiano a vederci chiaro, a camminare nel percorso di luce e dignità, che sta cercando da più di 30 anni" conclude l'editoriale del primo numero di "Libète", libertà appunto, nell'ormai lontano dicembre 1990. Nato dall'idea di un padre bretone, Jean-Yves Urfié, della congregazione dello Spirito Santo (noti come Spiritani), il primo settimanale haitiano in lingua creola rompe gli schemi. Un periodico nella lingua parlata da tutti gli haitiani, il creolo appunto, "lingua da sempre "dominata" dal francese "dominante", non solo perché anticamente dei coloni europei, ma anche perché ereditata dalle élites al potere, impiegata nei documenti e nella burocrazia di stato", spiega Max Dominique, scrittore e professore alla Scuola Normale Superiore di Port-au-Prince. Ma l'80% degli haitiani, non conosce che il creolo, inventato dai loro avi, gli schiavi africani, che venendo da diverse località del golfo di Guinea, con una varietà di lingue, dovettero crearne una nuova per comunicare. "Immaginatevi una causa in tribunale, una denuncia, una contesa che venga risolta in francese, quando per il malcapitato contadino o venditore ambulante si tratta di una lingua sconosciuta". Continua il professore. Il creolo, nato come lingua esclusivamente "parlata", è diventato poi scritto e, solo recentemente, lo si sta promuovendo nelle strutture statali, nell'educazione e nell'informazione.
Basso e rotondo, con un viso perennemente arrossato e sudato, padre Jean-Yves Urfié
sembra uscito da un libro di Tolkien. Sbarcato sull'isola nel '64 viene espulso cinque
anni più tardi con tutti i confratelli, non graditi al sanguinario dittatore François
Duvalier. Dopo un periodo in Gabon e poi a New York, finalmente, nell'86 dopo la fuga di
Jean-Claude Duvalier (figlio di François) gli Spiritani tornano ad Haiti. Si sente
profondamente haitiano e, per la sua competenza e impegno, è il punto di riferimento di
tutti i giornalisti stranieri che passano nel paese.
"Libète si poneva due obiettivi principali - spiega - raggiungere quel 70-80% della
popolazione che vive nelle campagne, ed è da sempre tagliato fuori da quello che sono i
giochi di potere o, più semplicemente, l'informazione. Questa parte di popolazione non ha
accesso agli altri giornali, peraltro tutti in francese, che sono distribuiti quasi
esclusivamente in capitale". Ad Haiti è molto diffusa la radio come mezzo
informativo, ma anche in questo caso, spiega il prete giornalista, Libète ha dei vantaggi
"Spesso i contadini non possono permetterei di comprare le pile, mentre il prezzo di
questo settimanale è stato scelto in modo politico, per permetterne a tutti l'acquisto.
Senza contare che una copia viene solitamente letta da molte persone".
Legata alla questione linguistica, ma anche alle condizioni di vita, è l'altissima percentuale di analfabetismo, intorno al 56% secondo le Nazioni unite (UNDP '97), fino al 67% per altre fonti. Per questo motivo svariate sono state le campagne di alfabetizzazione negli ultimi 10 anni, quasi sempre interrotte per motivi politici o mancanza di fondi. Anche oggi, con René Préval, secondo presidente eletto democraticamente dopo il più famoso predecessore Jean-Bertrand Aristide, i fondi destinati al parco macchine della presidenza sono molto superiori a quelli per l'alfabetizzazione. Chi ha imparato a leggere, però, ha estrema difficoltà nel recuperare il materiale a causa della rarità di testi in creolo, concentrati in capitale, e un sistema di educazione basato su quello francese. "Il secondo obiettivo di Libète è quello di fornire qualcosa di scritto agli alfabetizzati. Perché, si sa, se non si pratica si dimentica" ricorda père Jean-Yves. Così fin dall'inizio il giornale viene distribuito in modo capillare nei centri di alfabetizzazione sparsi in tutto il paese.
Ma la connotazione forte di Libète è anche politica. Fondato nel momento magico della storia della più antica repubblica nera del mondo, il settimanale creolo è stato il portavoce delle sofferenze e delle denunce di questo popolo. Dopo 30 anni di dittatura dei Duvalier e quasi cinque di generali, nel 1990 per la prima volta nella storia del paese gli haitiani delle campagne, insieme a quelli della capitale eleggevano il loro candidato, il padre Jean-Bertrand Aristide. Si creava un legame diretto tra il leader e la popolazione con una partecipazione massiccia alle elezioni e quindi all'avvio del processo democratico. Ma il sogno dura poco. Passano solo 7 mesi, e il colpo di stato del generale Cédras, appoggiato dalla Cia, fa cadere il paese nella violenza. La repressione è particolarmente dura perché la partecipazione popolare e la voglia di cambiamento erano forti. Anche chi lavora nel giornale corre grossi rischi. "Dovemmo chiudere una prima volta" ricorda il fondatore "poi ricominciammo a uscire, stampando di notte in clandestinità. In quel periodo era molto pericoloso vendere il nostro giornale. I venditori di strada (solo così si distribuiscono i periodici ad Haiti, ndr.) dovevano fare molta attenzione. Quando arrivavano i militari erano costretti a inghiottire le copie invendute, perché questi non le trovassero. Molti di loro furono selvaggiamente percossi per questo motivo. Il giornale sopravvisse anche grazie ad amici professionisti che rischiarono la pelle per aiutarci".
Ma fu quello il periodo di massima tiratura di Libète, circa 10 mila copie alla settimana. "Perché era rimasta l'unica voce libera nella stampa scritta" ammette lo spiritano. In passato molto vicino ad Aristide, Jean-Yves Urfié comunicava telefonicamente con il presidente ed il governo in esilio negli Stati Uniti. "Naturalmente il mio telefono era sorvegliato, così parlavamo in parabole". Rischia personalmente la vita e si deve nascondere. "Una volta - ricorda - avevo il menabò dell'ultimo numero nascosto in macchina. Fui fermato ad un posto di blocco. Mi identificai come religioso, ma il giovane militare volle aprire il cofano. Visto il giornale esclamò "non sapevo che queste cose le facesse un prete" e, chiuso immediatamente il portellone mi fece velocemente passare. Ancor oggi non so che santo ringraziare".
Libète viene chiuso altre due volte in quei tre anni. Nell'ottobre del 1994 gli americani riportano il presidente Aristide, dopo aver negoziato una buona fuoriuscita agli uomini forti della dittatura, tuttora impuniti, e invade il paese con 20 mila uomini. Aristide ritorna come politico, compromesso con il governo Usa, che tanto aveva attaccato dal pulpito in passato. Ora ha amici influenti, sposa un avvocato di origine haitiana della ricca borghesia newyorkese. Ma si è rotto quel legame diretto con le masse di diseredati. Il popolo non glielo perdonerà. Alla fine del '95 scade il suo mandato presidenziale e, non potendosi ricandidare, viene eletto René Préval, suo ex-primo ministro e uomo di fiducia. Questa volta la partecipazione al voto è crollata. La sete di potere dilaga nella neonata classe politica haitiana e nuove forme di corruzione coinvolgono tutti i principali attori. "Il lavoro di.Libète diventa oggi più difficile, anche se è meno pericoloso" continua Jean-Yves "in passato si sapeva chi erano i cattivi e si lottava per la democrazia. Oggi servire il popolo cercando di restare neutrali è diventato estremamente complesso".
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Haiti: una scheda per conoscere il paesePopolazione. Su una superficie di 27.750 chilometri quadrati (pari circa alla Sicilia) vivono circa 7 milioni di persone con un tasso di crescita dei 2%. Il 90% sono discendenti diretti degli schiavi africani che furono impiegati dai francesi nella coltivazione della canna da zucchero, circa il 10% sono i mulatti e rarissimi i bianchi, per lo più di origine medio orientale (libanesi, siriani), che costituiscono l'élite economica. L'80% della popolazione è di religione cattolica, ma sono sempre più numerose le sette. Molto diffuso il vudù. Situazione politica. Riportato al potere dagli americani il 15 ottobre del '94, Jean-Bertrand Aristide, termina il suo mandato nel febbraio del'96 avvicendandosi con René Préval. Nell'autunno dello stesso anno fonda il suo partito Lafanmi Lavalas, iniziando, di fatto, una campagna personale per le presidenziali del 1999. In questo modo spacca in due la maggioranza che guida il paese, sia al governo che al parlamento. Aristide cavalca la battaglia contro il neoliberismo, fingendo di dimenticare che proprio le condizioni del suo rientro e gli aiuti finanziari successivi impongono al paese una dura ricetta strutturale di Banca Mondiale e Fondo Monetario. La popolazione è profondamente delusa della nuova classe politica, che sembra ormai aver girato le spalle agli elettori e, ammaliata dal potere, cerca nuove alleanze con l'élite economica. Economia. Con un pil procapite medio di circa 250 dollari, Haiti è considerato il paese più povero dell'emisfero occidentale. Si parla di un 85% di popolazione in assoluta povertà, mentre lo 0,5% controlla il 45% delle entrate. La disoccupazione tocca il 50%, mentre le multinazionali pagano gli operai 2 dollari al giorno. La mancanza quasi totale di infrastrutture di base rende difficili gli investimenti stranieri nell'industria e nel turismo. Paese prevalentemente agricolo (circa il 65% della popolazione attiva dipende da questo settore) è in grave crisi da una decina di anni anche a causa dell'applicazione di misure di liberalizzazione economica. Sanità. La speranza di vita alla nascita di 55 anni, il tasso di mortalità del 131 su 1000 nei primi 5 anni di età e la mortalità materna di 6 su 1000 nati vivi sono alcuni sconvolgenti primati del paese nell'area americana. Meno del 60% della popolazione ha accesso a cure, sanitarie di base, mentre si contano circa un medico ogni 7100 abitanti e un infermiere ogni 9000. La malnutrizione infantile è diffusa su tutto il territorio. Nel 1992 il 50% dei bambini in età prescolare ne era soggetto, di cui il 3% a un grado elevato. HIV e tubercolosi sono endemici. |
Volontari per lo sviluppo -
Giugno 1998
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