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Rwanda - Il genocidio pagato con i soldi della Banca Mondiale

E i prestiti si trasformarono in armi...

È la denuncia contenuta nel rapporto presentato all'Onu dall'economista Mickael Chossudovsky, professore all'Università di Ottawa. Indagando tra fatture e bilanci mette in luce come dal '90 al '94 i finanziamenti della Banca Mondiale furono stornati dal governo rwandese per l'acquisto di armi ed equipaggiamenti militari, mentre i piani di   aggiustamento strutturale riducevano il Paese alla fame

di Emanuele Rebuffini

Machete e fucili con i soldi destinati allo sviluppo. Il capovolgimento degli obiettivi delle istituzioni internazionali si è verificato innumerevoli volte nel corso della storia, in particolare in questo decennio del dopo-Muro contraddistinto dallo scoppio di microguerre, conflitti locali particolarmente virulenti e di difficile decifrazione. Il Rwanda costituisce però un caso clamoroso, perché il genocidio compiuto a danno dei Tutsi e degli Hutu moderati dal regime di Juvenal Habyarimana non sarebbe stato possibile senza i prestiti della Banca Mondiale. La denuncia è contenuta in uno studio commissionato dalle Nazioni Unite con lo scopo di analizzare l'andamento del debito estero del Rwanda tra il 1990 e il '94. Gli autori, ovvero il belga Pierre Galand, presidente del Centro di cooperazione allo sviluppo, e Michael Chossudovsky, economista dell'università di Ottawa (collaboratore di Le Monde Diplomatique e autore del saggio "La globalizzazione della povertà" pubblicato dalle Ediz. Gruppo Abele), hanno scoperto che gran parte dei finanziamenti concessi dalla Banca Mondiale sono stati utilizzati dal governo rwandese per l'acquisto di armi, munizioni ed equipaggiamenti militari adoperati nelle stragi del '94.
La guerra civile aveva le sue radici nella profonda crisi economica: "due avvenimenti sono stati decisivi - spiega Chossudovsky - l'affondamento dell'economia di esportazione del caffè e l'apertura delle frontiere imposta dalle istituzioni finanziarie internazionali, che ha permesso ai Paesi occidentali di ricorrere al dumping, cioè il surplus agricolo è stato dirottato sul mercato rwandese sotto forma di esportazioni o di aiuti alimentari, causando la distruzione dell'agricoltura locale e la decomposizione della struttura produttiva. Un fenomeno che si è verificato anche in altri Paesi, per esempio in Albania prima della crisi del '97".

Il crollo dell'economia

Quella rwandese era un'economia di esportazione basata sul caffè, coltivato da circa il 70% delle famiglie. Nonostante le pressioni demografiche e l'erosione del suolo il Paese aveva raggiunto una quasi-autosufficienza alimentare, con importazioni cerealicole minime rispetto alle nazioni limitrofe. La situazione cominciò a peggiorare nel '87 quando il prezzo del caffè iniziò a precipitare, per poi crollare del 50% nel 1989, raggiungendo l'apice nel '92 quando i contadini esasperati sradicarono 300 mila piantine. Intanto nel 1988 prese il via un programma di prestiti della Banca Mondiale finalizzati all'aggiustamento strutturale. Il programma prevedeva l'abolizione di tutte le sovvenzioni all'agricoltura, la privatizzazione delle imprese statali (come la Electrogaz e la Rwandatel), il licenziamento degli impiegati pubblici, la rinuncia al progetto di bonifica delle paludi. Nel novembre del '90 il franco rwandese venne fatto svalutare del 50%. I prezzi del carburante e dei beni essenziali si impennarono. Nel 1992 venne decisa una seconda svalutazione e la produzione di caffè diminuì di un altro 25%.
Eppure in quegli anni milioni di dollari erano confluiti nelle casse della Banca centrale, sotto forma di "aiuto alla bilancia dei pagamenti", cioè destinati all'importazione di prodotti. Che fine hanno fatto? Ci risponde Chossudovsky: "Sono stati stornati per armare l'esercito e le milizie. L'aiuto alla bilancia dei pagamenti è fungibile, nel senso che il denaro è facilmente convertibile in altre cose essendo destinato all'acquisto di beni di prima necessità. È stato semplice per le autorità presentare fatture fasulle. Non solo armi automatiche sono state comprate dal Sudafrica, dall'Egitto, dalla Cina, ma anche montagne di machete, acquistati sotto la voce "beni civili". E visto che l'acquirente era Radio Mille Colline, doveva sorgere il dubbio che non fossero destinati alla coltivazione dei campi. Il genocidio non è stato un improvviso scoppio di violenza. C'erano delle entità nel cuore stesso del potere che lo hanno chiaramente programmato, contando anche sul sostegno militare francese alle Forze Armate Rwandesi". Quelle FAR che in pochi anni videro passare i loro effettivi da 5 mila a 40 mila uomini.

Le responsabilità internazionali

Dunque nel dramma dei Grandi Laghi si profila una complicità dell'intera comunità internazionale? Secondo Chossudovsky "la comunità dei donatori internazionali non può essere ritenuta direttamente responsabile dei massacri e del tragico esito della guerra civile, ma le misure di austerità sommate all'impatto delle svalutazioni volute dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) contribuirono all'impoverimento del popolo. La deliberata manipolazione delle forze di mercato distrusse l'attività economica e i mezzi di sussistenza della popolazione.
La Banca Mondiale sapeva. Non c'è alcun dubbio. Probabilmente non era la corrente che si stesse preparando un genocidio, e quindi non si può sostenere che sia stata "complice", ma certamente c'è stata negligenza nei controlli. E questa negligenza dovrebbe almeno portare alla cancellazione del debito estero del Rwanda".
Dietro la gran parte dei conflitti della nostra epoca troviamo l'operato delle istituzioni internazionali, con misure correttive che conducono alla distruzione della valuta locale e al collasso degli investimenti pubblici. Nel saggio "La globalizzazione della povertà" Chossudovsky analizza in modo dettagliato diverse situazioni, dalla Somalia alla ex- Jugoslavia, dall'India al Perù all'ex-Urss, in cui è possibile ritrovare se pur in misura diversa gli elementi che hanno costituito la genesi del dramma rwandese: il collasso agricolo, gli aggiustamenti strutturali, le imposizioni della Banca Mondiale, l'acquisto di armi, la svalutazione della moneta, l'invasione del mercato locale da parte delle eccedenze dei Paesi ricchi ...
Ma alla fine, qual è la lezione del Rwanda? "La ricostruzione richiederà un piano di economia alternativo, attuato da un governo genuinamente democratico, fondato sulla solidarietà interetnica e libero dalle interferenze dei donatori. Un tale piano presuppone la cancellazione del debito estero, insieme con un'illimitata immissione di aiuti internazionali.
Esige anche la soppressione delle costrizioni dell'austerità del bilancio imposta dal FMI, la mobilitazione delle risorse interne e l'offerta di una solida e stabile base produttiva per la popolazione rurale".

Volontari per lo sviluppo - Giugno 1998
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