di Paola Barsottelli
"Dormo con il fucile in camera. Non lo so usare, ma non si sa mai" dice Silvana Vignali, un'energica assistente sociale grossetana in pensione, a Scutari da quattro anni. Per Silvana, da sempre simpatizzante delle opere missionarie, con un passato di sindacalista battagliera, la prima visita al Centro Statale di Sviluppo di Scutari, un istituto per disabili, è stato l'inizio di una vita diversa. Arrivata agli inizi degli anni '90 per portare aiuti sanitari, insieme a un gruppo di studenti missionari, fu profondamente colpita dalle condizioni in cui si trovavano i ragazzi ospitati dal Centro. Patologie di ogni tipo: handicap fisici, mentali, disadattamento sociale, chiusi nella stessa struttura fatiscente, tutti non curati nello stesso modo. In un Paese dove moltissimi vivono sotto la soglia della povertà, i disabili sono davvero i più poveri tra i poveri. Non è casuale che ad occuparsi di loro, a Scutari e provincia (70.000 abitanti), ci fossero solo il Centro di Sviluppo Sociale e un centro delle Missionarie della Carità di Madre Teresa. Allora l'Albania era già in condizioni difficili, ma non ancora un paese disperato come oggi. Subito dopo il crollo del blocco socialista era cominciato un veloce declino economico e sociale, aggravatosi nel 1997, dopo la frode delle finanziarie fasulle. Appena andata in pensione, Silvana decise di trasferirsi a Scutari per fornire assistenza qualificata ai ragazzi del Centro di Sviluppo Sociale. E così è nato il "Progetto Speranza", di cui da cinque anni Silvana è responsabile. Inizialmente si trattava soltanto di portare assistenza specialistica "dentro" l'istituto, poi ha ottenuto il permesso di aprire una prima casa di accoglienza esterna, in cui ospitare alcuni dei ragazzi.
Negli istituti i ragazzi sono lasciati a se stessi senza cure né assistenza qualificata né, spesso, una diagnosi. "Non c'è da stupirsi, spiega Silvana, in Albania non esistono scuole di fisioterapia e nemmeno di psicologia, quindi non ci sono le capacità per diagnosticare certi disturbi, e tanto meno per curarli". A leggere i dati riportati dagli organismi internazionali, in Albania le strutture sembrerebbero discrete: 1 posto letto in ospedale ogni 141 abitanti (1 ogni 171 in Italia), 1 medico ogni 720 abitanti (1 ogni 250 da noi), vita media di 72 anni (circa 75 in Italia), mortalità infantile 35 ogni 100.000 nati, il triplo rispetto alla nostra, ma più che accettabile rispetto alla Romania, che ha le statistiche peggiori in Europa. La realtà però è diversa: in tutto il Paese l'unico ospedale dotato di sala operatoria frequentabile è quello di Tirana, gli altri sono poco più che dispensari, mancano medicine, attrezzature e capacità tecnica.
In questo scenario, che cosa mai può essere riservato ai ragazzi disabili? Poco o niente. Solo la pensione di invalidità. L'80% dei disabili vive in famiglia e non sempre riesce a ricevere le cure necessarie. In questo scenario di degrado Progetto Speranza ha ottenuto risultati insperati in soli cinque anni. Le case di accoglienza sono diventate quattro, ospitano 48 ragazzi (al Centro ce ne sono 66), hanno 18 operatori, di cui 6 pagati dallo Stato. Il Ministero per il Lavoro e le Politiche Sociali ha riconosciuto la formula case-famiglia come una soluzione ottimale e ne sostiene l'applicazione dove possibile, anche pagando parte delle spese di sussistenza dei ragazzi ospitati. Progetto Speranza è cresciuto, con l'aiuto dell'Associazione omonima in Italia, che sostiene parte dei costi con le donazioni e con il lavoro della sezione di Scutari di cui fanno parte anche i volontari delle case accoglienza. Il progetto vive con circa 150 milioni l'anno, buona parte dei quali vengono dai gruppi di sostegno in Italia.
Nonostante gli ottimi risultati, lavorare a Scutari rimane difficile. La zona non è lontana dal Kosovo, che gli albanesi considerano Albania (ma l'opinione dei Serbi in proposito è notoriamente diversa), e con la cui popolazione i rapporti sono buoni, ma certamente le tensioni e la violenza abbondano per altri motivi, come nel resto del paese. La povertà è tanta, la delinquenza pure ed è necessario cautelarsi anche per le azioni più semplici. "Andare in banca a cambiare i soldi è un'operazione abbastanza semplice anche nei paesi africani, ma non in Albania". Ogni volta Silvana fa un lungo giro, cambia auto più volte, ha qualcuno che la segue o precede su un'altra auto: impiega mezza giornata, ma così finora è riuscita a evitare di essere rapinata.
E gli albanesi? Vivere tra fucili in camera da letto e rapinatori per strada, con 80.000 lire al mese di reddito, il 18% di inflazione all'anno, alta probabilità di rimanere disoccupati, poche possibilità di cavarsela in caso di malattia, certamente non è una vita facile. A chi verrebbe in mente di fare volontariato in una casa di accoglienza per disabili? E invece il progetto ha trovato l'apporto entusiasta di molti albanesi. Secondo Silvana questo è possibile perché c'è una grande fame di ideali e di valori, il bisogno di ritrovare un'identità culturale distrutta da 30 anni di comunismo e da un decennio di povertà, disordini e violenze. Proprio per questo è il momento che Progetto Speranza si occupi, oltre che dei ragazzi disabili, anche degli operatori e dei volontari, con un piano di più ampio respiro. Tocca quindi ora alla Caritas e al Celim - che da un anno ha iniziato ad occuparsi di Albania - dare il loro contributo, con un progetto che si prenda cura della formazione dei 18 operatori e 17 volontari che lavorano nelle quattro case accoglienza, e che da tempo si occupano anche di portare assistenza a domicilio all'80% dei disabili che vive in famiglia.
Infine, è il momento di cominciare un nuovo cammino di inserimento dei ragazzi disabili nella società, prendendo ad esempio l'esperienza delle cooperative sociali italiane, ma con i distinguo necessari in un paese come l'Albania. "Inutile illudersi - sostiene con decisione Silvana - qui non ci sono i presupposti perché una cooperativa possa essere autosufficiente, ancora per parecchi anni". In altre parole, se per una famiglia albanese è difficile sopravvivere, non ci si può illudere che questo sia possibile per un gruppo di disabili e minori a rischio, fino a ieri abbandonati e dimenticati. C'è troppa povertà e le capacità tecniche sono troppo limitate perché la cooperativa, pur con l'apporto di artigiani abili, riesca a vendere a sufficienza per autofinanziare le case accoglienza. Rimane l'obiettivo di inserire i ragazzi nella vita sociale e lavorativa, facendoli partecipare ai laboratori artigianali, pur sobbarcandosene le spese.
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Storia di un paese allo sbandoDal comunismo alle finanziarie-truffaL'Albania è rimasta per decenni il più impenetrabile dei Paesi dell'Europa dell'est: niente visti per turismo, isolamento rispetto all'Europa, ma anche verso i paesi fratelli. Inizialmente legata all'URSS, rompe le relazioni diplomatiche nel 1961 e si avvicina alla Cina, per rompere anche con quest'ultima nel 1978, poco dopo la morte di Mao (1976). Autarchia, ortodossia comunista stretta, xenofobia sono i caratteri dominanti durante il lungo governo di Enver Hoxha. Alla sua morte, comincia il processo di rinnovamento e di apertura internazionale. Ma scomparso il regime socialista, con esso si dissolvono il sistema di proprietà pubblica dei campi, la regolamentazione dell'agricoltura, la statalizzazione delle attività produttive: nell'ubriacatura di libertà tutto viene abbandonato. Campi lasciati a se stessi, fabbriche disertate, si arriva presto all'insufficienza alimentare. Il 1991 è un anno drammatico: comincia l'esodo in massa, soprattutto verso le coste italiane (50.000 sbarchi in Puglia in cinque mesi), si avvicendano due governi che devono soprattutto fronteggiare la disastrosa situazione alimentare. Berisha viene eletto Presidente della Repubblica; per cinque anni i problemi più gravi sembrano contenersi e la crescita è dei 9% annuo. Ma è solo un'illusione: il valore della produzione è quasi nullo, i prodotti non sono commerciabili e l'agricoltura è di sussistenza. Nel gennaio 1997 scoppia lo scandalo delle finanziarie truffa. Lo schema è noto: si promettono interessi favolosi, che vengono inizialmente pagati al risparmiatore sul primo investimento - ovviamente piccolo. Carpita la fiducia, si fanno effettuare 'investimenti" più cospicui e a "lungo termine", e si sparisce. Rimangono derubate dei risparmi migliaia di persone: è la scintilla che fa esplodere la rivolta che si placherà solo dopo le nuove elezioni dei giugno'97 in cui uscirà vincitore il Partito socialista di Fatos Nano. Ma la situazione è tutt'altro che tranquilla: le armi passate ai rivoltosi non sono state restituite, la malavita è molto ben organizzata e rimpinguata dai profitti dei traffico di clandestini, droga, prostituzione, auto rubate. I salari, che in media sono di $80 (140.000 lire) al mese devono sostenere un'inflazione dei 18% all'anno. L'insieme è esplosivo. |
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Il progetto prevede la formazione di 18 operatori di case accoglienza e di 17 volontari, con corsi settimanali curati da specialisti italiani ed associazioni del settore. In contemporanea, si formeranno due laboratori artigianali, uno di sgrossatura delle materie prime e uno di produzione artigianale. Nel primo è previsto l'inserimento di 10 ragazzi portatori di handicap medio-gravi e di tre operai esterni in grado di guidare le attività. Nel secondo laboratorio si curerà la rifinitura di oggetti di uso comune, con la partecipazione di 5 ragazzi e 5 artigiani.
I COSTI PREVISTI
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Puoi versare il tuo contributo sul c/c n. 52380201 intestato al Celim, p.zza Fontana, 2 - 20122 Milano, indicando nella causale- Albania
Volontari per lo sviluppo -
Giugno 1998
© ASPEm - CCM - CISV - CELIM - MLAL