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Dibattito - Il caso dell'italiano incarcerato in Turchia

Dino Frisullo: eroe o kamikaze?

Per solidarietà con i Curdi è finito sotto processo a Istanbul. E non è l'unico militante che, nel nome della pace, rischia di scatenare una guerra diplomatica. Tanto da sollevare un interrogativo: fino a che punto le manifestazioni non violente facilitano la risoluzione dei conflitti? Lo abbiamo chiesto a esponenti delle associazioni umanitarie. E all'ex ambasciatore Sergio Romano.

di Danilo Gallo

Non c'è nulla che non rifarei, perché non credo di essere colpevole di qualcosa: sono un giornalista, che si occupa di diritti umani. Per questo motivo mi è già capitato di avere dei problemi in Palestina e in Bosnia, ma non ho mai fatto qualcosa di cui dovessi pentirmi". Così parlava Dino Frisullo, in un intervista rilasciata al settimanale Avvenimenti durante i 39 giorni trascorsi all'interno del carcere di Diyarbakir, in Turchia, e prima di essere rilasciato, il 29 aprile.
Espulsione, a vita o per 10 anni, per molti dei componenti della delegazione italiana che tra aprile e maggio si erano recati in Chiapas per verificare il rispetto dei diritti umani: esclusi alcuni parlamentari che facevano parte del gruppo, il provvedimento ha colpito i responsabili dell'associazione "Ya Basta", Federico Mariani e Wilma Mazza, giornalisti, fotografi, rappresentanti politici e persino gli ingegneri che stavano lavorando a un progetto di solidarietà.
Molti i denominatori comuni di queste storie capitate in due diversi angoli del pianeta, ma con un elemento fondamentale a unirle: in entrambi i casi si trattava di azioni dirette non violente o, per dirla con una terminologia meno da addetti ai lavori, di interventi diretti in nome della pace. Per essere ancora più espliciti è sufficiente pensare alle modalità di azione che, nel campo della difesa dell'ambiente, ha assunto un'organizzazione come Greenpeace che, accanto al lavoro di denuncia, ha unito costantemente l'azione diretta, il confronto provocatorio al limite, e a volte oltre la legalità, la manifestazione eclatante, fino a giocare a rimpiattino con la Marina militare francese durante i test nucleari nell'arcipelago polinesiano di Mururoa.
Fatte le debite differenze è giusto applicare modalità simili nel campo dei diritti umani e della difesa della pace? "Certamente sì" risponde senza esitazioni Don Albino Bizzotto dei Beati costruttori di pace, protagonista, insieme con altre decine di organizzazioni e di pacifisti, delle marce per la pace a Mostar e a Sarajevo durante la guerra in Bosnia. E aggiunge: "Rivendico il pieno diritto alle azioni dirette non violente. Raramente o mai condivise dalle istituzioni, servono a scardinare quelle regole che, anche in situazioni estreme, tutti sembrano accettare come un triste dato di fatto. Le marce in Bosnia avevano proprio questo significato: denunciare comunque l'illegittimità della guerra e dell'uso delle armi per arrivare alla spartizione di un territorio mentre la diplomazia internazionale considerava ormai il conflitto come un elemento di fatto, con tutto il suo contorno di atroci regole. Con le marce noi dicevamo no a tutto questo".

Attenzione ai protagonismi

Una posizione netta, quella di Don Bizzotto, che però non trova d'accordo Daniele Scaglione, presidente della sezione italiana di Amnesty International. "Un'azione eclatante e mirata rischia spesso, per sua stessa natura, di dimenticare tutti coloro che non ne sono protagonisti. Non so se la nostra strategia sia più vincente di altre, ma noi crediamo invece nella pressione costante, continuativa, perfino pedante. Anche noi eleggiamo alcune cause o persone a simbolo di una battaglia. È successo con Wang Dan, il giovane che guidò la protesta di piazza Tienanmen a Pechino. La sua liberazione, prima che venisse scarcerato ed esiliato negli Stati Uniti, era la bandiera della battaglia per i diritti civili in Cina. Ma sempre con la preoccupazione che la liberazione del "simbolo" non si trasformasse in un facile e conveniente alibi per dire "Vedete, i diritti civili in quel Paese non sono più un problema: hanno perfino scarcerato Wang Dan, che cosa volete ancora?". Ma Scaglione non si ferma qui e affronta anche il problema dell'imparzialità: "Restiamo al caso della Turchia: il governo e l'esercito di Ankara hanno responsabilità gravissime che nessuno vuole negare o sminuire, ma anche il Pkk ha le sue. Lo stesso si può dire per l'Algeria dove è difficile stabilire chi è peggio tra le diverse bande armate che insanguinano il Paese. Si può solo stare dalla parte delle vittime, tutte le vittime, perché sposare una posizione rende facilmente strumentalizzabili e quindi inefficaci e perdenti".

Nessuna regola generale

Più possibilista e pragmatico Alberto Quattrucci della Comunità di Sant'Egidio e, dall'88, presidente dell'Associazione Incontri internazionali uomini,e religioni. "È impossibile stabilire una regola di comportamento generale, schierarsi a favore o contro le azioni dirette. Un semplice esempio: la pena di morte viene decisa dai governi e la pressione dell'opinione pubblica è determinante: in questo caso non ho dubbi sull'utilità delle azioni dirette e degli interventi provocatori. Ma non sempre è così". Insomma "l'intervento" come uno degli strumenti da utilizzare ma non lo strumento per eccellenza? "Esattamente - conferma Quattrucci e aggiunge: - In alcune situazioni abbiamo messo in campo una diplomazia internazionale parallela. A questo livello, è inutile negarlo, bisogna avere uno sguardo lungo, una visione più ampia del problema che si sta tentando di risolvere. Bisogna cercare quello che unisce piuttosto che quello che divide. La sola affermazione delle proprie istanze rappresenta un modo infantile di affrontare i problemi: bisogna invece ragionare in termini di "real-politik", sapendo che si faranno dei compromessi. Solo seguendo questa linea siamo riusciti ad arrivare agli accordi di pace per il Mozambico".

La real-politik pacifista

Compromesso, real-politik, parole che possono suonare strane e appartenere più al mondo della politica che non a quello dei diritti e della morale. "Bisogna - conclude Quattrucci - avere il coraggio di dire che in alcune situazioni un'azione diretta può anche essere controproducente, distruggere il lavoro appena realizzato. Un esempio: nel Kosovo abbiamo lavorato per la riapertura dell'Istituto di studi albanesi. Un piccolo risultato utile però alla gente e agli studenti. Strombazzarlo avrebbe provocato la reazione dei serbi, mancando l'obiettivo principale che era quello di condurre un'operazione finalizzata a creare condizioni di pace e non di conflitto.
Su questo punto è d'accordo anche Don Bizzotto. Non solo: il religioso aggiunge una serie di condizioni perché si possa praticare l'azione diretta: "Per avere il giusto valore le azioni dirette non violente devono essere attentamente preparate guardando alla metodologia e all'obiettivo finale. Bisogna essere quindi consapevoli, pienamente consapevoli, anche dei rischi che si corrono. Inoltre non devono essere coinvolte altre persone se non quelle strettamente legate all'azione. Durante le marce in Bosnia ricevevamo dalla popolazione locale continue richieste di unirsi a noi: le abbiamo sempre rifiutate. E chi partecipava aveva sempre, a ogni ostacolo, a ogni fermata, la piena possibilità di tornare indietro, di rinunciare. Infine nessuno poteva agire a livello personale vanificando il lavoro del gruppo".

L'opinione di Sergio Romano

Ma non chiamateli pacifisti

Ex diplomatico, docente di Relazioni internazionali, commentatore di politica internazionale, ecco l'opinione di Sergio Romano sull'"interventismo pacifista".
«Niente vieta che una persona decida di sposare una causa ma deve essere chiaro che le diverse forme di solidarietà con i movimenti di liberazione, come nel caso del Pkk curdo, sono tutto tranne che pacifiste. Se non si fa chiarezza su questo punto ogni analisi risulta sbagliata e superficiale. Proprio per questo non nego che in alcune situazioni l'intervento diretto dei pacifisti sia assolutamente comprensibile: le marce per la pace durante la guerra in Bosnia sono esemplari. Vi era una situazione conflittuale, una città assediata e con l'intervento si chiedeva la cessazione immediata delle ostilità.
Anche in quel caso vi poteva essere il rischio di essere identificati con una delle parti in causa ma si trattava di una lettura certamente malevola e interessata. Al contrario appoggiare incondizionatamente la richiesta di indipendenza del Kossovo equivale a creare una situazione di conflitto e non di pace».

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