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In discussione un nuovo accordo sulla circolazione dei capitali

La finanza che uccide la politica

Si chiama "AMI" (Accordo Multilaterale sugli Investimenti) e si sta negoziando a Parigi tra i 29 paesi più ricchi al mondo. Obiettivo: togliere ogni privilegio alle imprese nazionali e liberalizzare gli investimenti esteri. Risultato: si annulla il potere degli stati di pianificare la propria economia. E le multinazionali potranno addirittura portare in tribunale i governi.

di Stefano Squarcina

Quando si parla di "globalizzazione dei mercati" si intende soprattutto la libera circolazione dei capitali e degli investimenti esteri diretti che stanno acquistando sempre maggior importanza nella produzione della ricchezza mondiale. Anzi, nell'ultimo decennio, il flusso di capitali e investimenti ha registrato un incremento due volte più rapido di quello del commercio mondiale di merci, e in media quattro volte più rapido di ogni singola produzione nazionale. Quello che si sta verificando, insomma, è la creazione di una vera e propria "economia finanziaria virtuale" sempre più lontana in volume dalla produzione di merci e beni materiali, cosa che allarma gli economisti internazionali perché questa è una situazione che potrebbe rivelarsi esplosiva se non sottoposta a controllo, come la recente crisi finanziaria asiatica dimostra ...

Il nuovo accordo

Se il problema è quello di ristabilire un controllo sulla circolazione dei capitali e degli investimenti - ormai fonte autonoma di legittimazione politica che sfugge ai controlli dei governi - non può non suscitare estrema preoccupazione il negoziato in corso a Parigi, in sede di OCSE, per un "Accordo Multilaterale sugli Investimenti" (AMI oppure MAI nella versione inglese) il cui scopo ultimo è la ulteriore liberalizzazione degli investimenti finanziari. In sintesi l'AMI si basa su tre disposizioni fondamentali: 1) gli stati devono eliminare ogni trattamento preferenziale su base nazionale, ovvero mettere tutti gli investitori nazionali ed internazionali sullo stesso piano giuridico, rinunciando a privilegiare le imprese nazionali; 2) i governi si devono impegnare ad abbattere ogni ostacolo alla circolazione dei capitali stranieri nel loro territorio; 3) le imprese multinazionali si vedono riconosciute il diritto di portare in tribunale quei governi che a loro avviso hanno dato vita a "politiche discriminatorie", sancendo in tal modo la fine della possibilità per le istituzioni legali, democraticamente elette di decidere cosa si fa in casa propria ...

Governi senza potere

Nessuno, ovviamente, vuol mettere in discussione il ruolo degli investimenti quale meccanismo di sviluppo economico sul piano internazionale, ma l'AMI può avere un impatto sull'economia mondiale in grado di modificarne gli equilibri: non a caso il Direttore Generale dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, Renato Ruggiero, ha definito l'accordo come "la costituzione dell'economia mondiale". Ciò che è messo in discussione dai critici di questa impostazione è che l'accordo erode in via definitiva il potere dei governi, democraticamente legittimati dagli elettori in via diretta o attraverso i parlamenti, di regolare gli investimenti, di orientarli secondo priorità politiche autonomamente decise ed ispirate dalla ricerca del "bene comune", di sottoporre il loro operato a determinate priorità o di decidere sull'uso dei profitti che gli investimenti producono. Il tutto perché si vuole liberalizzare, togliendo ogni ostacolo, nella convinzione che questo sia il modo migliore per creare sviluppo economico.

Il parere negativo dell'UE

Recentemente, sull'AMI si è espresso anche il Parlamento Europeo che, proprio su questi punti, afferma: "In termini di democrazia la supremazia, ulteriormente sancita nell'accordo, dell'economia sulla politica ha conseguenze fatali. È importante che resti garantito il primato della politica nella definizione del quadro di riferimento e che non avvenga alcun trasferimento di competenze a poteri economici non legittimati democraticamente. Soprattutto va garantito un effettivo controllo democratico sulle transazioni economiche e finanziarie interagenti fra loro e imperscrutabili per i cittadini.
Dato l'enorme intervento dell'AMI in settori centrali dell'economia e della politica e in campo sociale degli Stati nazionali, risulta inderogabile la trasparenza e un dibattito pubblico approfondito all'interno degli Stati firmatari". Non a caso, infatti, il Parlamento Europeo ha chiesto a grandissima maggioranza che gli "stati membri dell'Unione Europea non sottoscrivano l'Accordo Multinazionale sugli Investimenti nella sua formulazione attuale". E non si venga a dire che il Parlamento di Strasburgo è ideologicamente "contro lo sviluppo" o "contro il capitalismo internazionale"... dato che questa posizione ha avuto i voti di socialisti, democratici cristiani, verdi, radicali, gollisti e comunisti. L'ampia maggioranza, così eterogenea, la dice lunga sulle riserve che l'insieme della comunità internazionale deve nutrire nei confronti dell'AMI, un accordo che liquiderebbe l'organizzazione politica attuale in favore di una circolazione non controllata dei capitali. E non si tratta solo di fare un vago discorso sugli equilibri democratici, bensì di mettere in luce altri aspetti decisamente inquietanti delle attuali discussioni in sede OCSE. Innanzitutto, è bene sapere che a Parigi si è sin qui discusso in maniera segreta e a livello di alti funzionari internazionali, senza che nessun responsabile politico potesse venire a conoscenza del contenuto degli accordi.

Il Sud emarginato

Non a caso è stato scelto l'OCSE, ovvero l'organizzazione che raccoglie i 29 stati più ricchi al mondo: si tratta infatti di concludere un negoziato "tra di noi" per poi imporlo agli altri paesi, in particolare ai più poveri che non hanno voce in capitolo. Non partecipando ai negoziati, i paesi in via di sviluppo avranno solo la scelta di "ingoiare il rospo"... Grandi dubbi poi devono essere emessi sulla capacità che gli "Investimenti Diretti Esteri" hanno di essere uno strumento che promuove lo sviluppo sostenibile dei paesi del Sud del mondo: perché, se è vero che assistiamo ad un aumento del volume di tali investimenti, è altrettanto vero che questo si concentra in un numero ristretto di paesi - non più di dieci, come dimostrano i rapporti dell'UNDP - e che la stragrande maggioranza del Sud rimane escluso dal mercato finanziario mondiale. Non parliamo poi del carattere della regolamentazione sin qui negoziata: ovviamente, non c'è nulla che parli di "clausole sociali" o di "clausole ambientali" capaci di proteggere l'ecosistema o i diritti fondamentali dei lavoratori nell'ambito degli investimenti. Eppoi, i principi fondamentali dell'AMI richiedono comunque dai governi una loro comprovata capacità di far fronte alla già dura competitività internazionale, cosa che non è vera per i paesi più poveri. Ci sono multinazionali al mondo il cui volume di investimenti supera l'insieme dei bilanci di numerosi paesi in via di sviluppo. Insomma, è necessario che sull'AMI si apra una grande discussione pubblica e democratica, che si dia vita ad una verifica indipendente e approfondita dei suoi effetti sul piano sociale, ambientale, delle politiche di sviluppo internazionale. Meglio prevenire che curare ...

Volontari per lo sviluppo - Aprile 1998
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