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Corea del Nord - A rischio la vita di 3 milioni di persone

Morire a Pyongyang

Un paese stremato dalla carestia, dall'instabilità politica e dalle alluvioni degli ultimi due anni. Il 10% della popolazione uccisa dalla fame. E gli aiuti alimentari che finiscono. Cosi racconta Maurizio Carrara, responsabile dell'unica ong italiana che ha avuto il permesso di operare nel paese, appena ritornato da Pyongyang.

di Chiara Adamo

"La Corea del nord è un aereo col motore in panne, divenuto incontrollabile in pieno volo e che rischia di precipitare" sosteneva il politologo francese Christian Lechervy, in un convegno dello scorso anno. E i fatti gli danno ragione. Dal 1995, siccità e inondazioni hanno devastato il paese, distruggendo i raccolti ed esacerbando la stagnazione economica. Da quando i sovietici e i cinesi hanno abbandonato la Corea, sette anni fa, il Prodotto nazionale lordo del paese è in caduta libera. 2 milioni 800 mila persone, più del 10% della popolazione, sono morte nell'ultimo anno per fame e stenti. 800 mila bambini sotto i cinque anni sono a rischio di vita, mentre altri 2 milioni 500 mila bambini con meno di otto anni sono in gravi condizioni di denutrizione. Il bilancio dei morti è fornito dalle stesse fonti ufficiali coreane, di solito restie a diffondere simili.informazioni. La popolazione sopravvive con 180 grammi di riso e cereali al giorno, la razione di aiuti alimentari fornita dagli organismi internazionali, ma che è destinata ad esaurirsi nelle prossime settimane. Rolf Huss, coordinatore del Pam (Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite) ha lanciato un appello alla comunità internazionale nel mese di marzo, affinché i paesi donatori raccolgano 415 milioni di dollari, cifra necessaria per continuare ad assicurare gli aiuti umanitari d'urgenza. Oltre alle Nazioni Unite ci sono altri soggetti, più piccoli ma altrettanto determinati, che stanno intervenendo per arginare l'emergenza alimentare. In Italia il Cesvi, l'unica ong italiana in Corea, in collaborazione con il settimanale Vita, promuove la campagna SOS Corea, a sostegno dei bambini denutriti. Lorella Cuccarini, Marco Columbro, ma anche personaggi come Gatto Panceri e Piero Pelù dei Litfiba, lanciano l'appello da radio e giornali. L'obiettivo è raccogliere fondi sufficienti per riempire di integratori alimentari per bambini l'air-cargo che mensilmente parte da Bergamo in direzione Pyongyang (c.c. postale 324244).
Abbiamo intervistato Maurizio Carrara, responsabile del Cesvi, tornato in febbraio da Pyongyang, dove era già stato nel giugno 1997.

Quale situazione hai trovato al tuo arrivo nel paese?
La prima impressione è stata la miseria e la fame. Non c'è niente da mangiare, nelle campagne ci si nutre di radici. Anche i mercati della capitale sono sprovvisti degli alimenti più elementari. I coreani vivono degli aiuti umanitari, con una razione giornaliera di riso e cereali che sta diventando sempre più esigua. La cosa che mi ha colpito in questa stagione è la rigidità del clima. La temperatura è in media di 15 gradi sotto zero. C'è minor rischio di infezioni, ma i più deboli, come i bambini, muoiono di freddo a decine. Le strutture ospedaliere sono inattive per mancanza di elettricità e di medicine. I bambini, già debilitati dalla mancanza di vitamine, proteine e acqua potabile, si ammalano con una facilità incredibile. Per questo abbiamo avviato un progetto sanitario, che copre due province: 2 milioni e mezzo di persone. Forniamo materiale sanitario (dai medicinali più elementari ai microscopi) a più di ottocento tra ospedali e poliambulatori. Tre nostri volontari, un medico, un infermiere ed un logista, percorrono le province e forniscono corsi di formazione a più di 50 medici locali.

Come siete riusciti ad intervenire in Corea?
Prima del giugno scorso l'unico organismo umanitario presente in Corea del Nord con dei volontari era Médecins Sans Frontières. Poi la crisi economica è esplosa e lo stesso governo coreano, di solito restio all'ingresso di stranieri, ha fatto appello agli interventi umanitari. Nel maggio 1997, il Cesvi era l'ong italiana più presente in quella parte dell'Asia, così siamo stati invitati dall'Unione Europea a verificare la possibilità di un intervento nel paese. Ad oggi siamo gli unici ad avere avuto l'autorizzazione ad entrare.

Il 13 marzo, in concomitanza con i negoziati a Ginevra, è stata decretata la "mobilitazione nazionale da stato di guerra". Cosa significa per la vita della gente?
La mobilitazione è generale. Alle esercitazioni militari partecipano tutti; sono allertati come se ci fosse davvero una guerra. Periodicamente le piazze si riempiono di gente che si esercita nelle marce, un po' come da noi al tempo del fascismo. Non credo che temano veramente un conflitto. Per i coreani, come per la comunità internazionale, queste misure non sono altro che una dimostrazione di muscoli del governo. Intanto tutti speriamo nel prossimo raccolto.

Come sono i vostri rapporti con la popolazione locale?
I contatti con la gente sono molto ridotti, perennemente filtrati dagli interpreti locali. Tutto è organizzato, ad esempio durante la mia visita un autista, ogni giorno, mi portava dove si poteva andare, secondo itinerari prestabiliti. Ho però notato che da giugno ad oggi si è allentata la diffidenza della gente. All'inizio erano persino spaventati dalle nostre fattezze fisiche inusuali per un popolo non abituato a vedere degli stranieri. Adesso si stanno abituando a noi. Ma di politica non si parla mai. Le cause dell'emergenza? Le alluvioni del 1995 e del 1996. D'altronde neanche a me interessa parlare di politica. In Corea ci sono tre nostri volontari. Ci staranno per almeno altri sei mesi. E non per discutere, ma per aiutare la gente.

Falliti a Ginevra i negoziati per il trattato di pace tra le due guerre

Un paese in stato di guerra perenne

In Corea dei Nord, alla crisi economica strutturale si accompagna l'instabilità politica, dovuta alla morte, l'8 luglio 1994, di Kim Il Sung, storico "Grande Leader" del paese. Il figlio, Kim Jong Il, non ha certo lo stesso carisma, è stato nominato Segretario del Partito dei Lavoratori solo il 9 ottobre 1997, con un ritardo di tre anni e non dal Comitato centrale del partito comunista, bensì dai comitati delle forze armate, atto che fa pensare ad un colpo di Stato esauritosi all'interno dei palazzo. Le sue apparizioni pubbliche sono scarsissime, e il suo potere si basa solo sulla propaganda.
A metà marzo il leader-dittatore si è recato a Ginevra per un incontro quadripartito tra Corea del Sud e del Nord, Stati Uniti e Giappone, per discutere della riunificazione delle due Coree, che dalla guerra civile degli anni '50 non hanno mai firmato un trattato di pace, ma si trovano ancora in stato di "armistizio". L'incontro si è concluso ancora una volta con un nulla di fatto. Alla vigilia dell'incontro, in compenso, Kim Yong Il ha decretato "la mobilitazione nazionale da stato di guerra". Probabilmente l'ha fatto per mercanteggiare sugli aiuti umanitari o per coprire l'instabilità politica del suo governo. Resta il fatto che Hwang Jang Yop, ex Segretario del Comitato Centrale nord-coreano fuggito dal paese nel febbraio 1997 e rifugiatosi a Pechino, ha rivelato l'esistenza di un vero e proprio arsenale atomico a soli trenta chilometri da Seul, con missili, e armi chimiche capaci di raggiungere anche Giappone e Stati Uniti. Se le sue rivelazioni fossero veritiere, vorrebbe dire che i coreani avrebbero completamente ignorato l'accordo siglato con gli americani nell'ottobre 1994, con il quale si impegnavano a congelare il programma atomico. Pyongyang nega, ma Seul trema.

Volontari per lo sviluppo - Aprile 1998
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