di Alberto Barbero e Mauro Papotti
"Il momento in cui una popolazione vive sulla sua pelle il dramma di una guerra è
sicuramente traumatico. Ma altrettanto traumatico è il dopo-emergenza. Se solo la gente
si immaginasse quali conseguenze negative - specie per la salute - si hanno sulla
popolazione civile nei mesi ed anni successivi al conflitto, quando le telecamere si
spengono ed i giornalisti tornano nei loro uffici, probabilmente non farebbe così in
fretta a dimenticarsi dei sopravvissuti". A parlare così è Paola Bianco, infermiera
volontaria, nei campi profughi in Rwanda e nello Zaire in diversi periodi tra il 1993 ed
il 1996. Un'esperienza maturata in particolare tra i 200 mila profughi ammassati nel campo
di Goma, in fuga da una guerra fratricida che non ha risparmiato nessuno.
Ma un conflitto non solo continua a fare vittime tra i profughi, ma può cancellare in
poco tempo tutti gli sforzi sanitari fatti in decenni per migliorare gli standard del
paese. "A Butezi, in Burundi, funzionava dal 1978 un ospedale che serviva un bacino
di utenza molto vasto in una zona rurale con pochi altri posti di salute - racconta Elisa
Facelli, dottoressa volontaria dell'Aspem tra il 1991 ed il 1995 -. La popolazione
usufruiva di una struttura sanitaria efficiente e sicura, con personale medico e
paramedico (anche locale) preparato e disponibile. Dopo l'ultima guerra civile, l'ospedale
non funziona più: i volontari sono dovuti rientrare per motivi di sicurezza e i pochi
infermieri locali - quelli rimasti e scampati alle stragi - gestiscono un piccolo
dispensario per curare semplici patologie. Tutti gli sforzi fatti per avere una struttura
sanitaria funzionante sono stati vanificati."
Storie purtroppo comuni ma che sono solo la punta di un iceberg. Le conseguenze a lungo
termine generate da un conflitto, perdurano nel tempo e mietono talvolta più vittime del
conflitto stesso. Le difficoltà di approvvigionamento di cibo portano in breve tempo alla
carestia o alla dipendenza dagli aiuti umanitari. Nella ex-Jugoslavia, nel 1993, circa 3
milioni di persone dipendevano dagli aiuti alimentari, ma il cibo distribuito assicurava
una quota calorica pro-capite largamente al di sotto del necessario, così che la
mortalità in quegli anni era quadruplicata.
La guerra, poi, spesso impone l'abbandono delle proprie terre alla ricerca innanzitutto di
incolumità personale, ingrossando così le lunghe fila di profughi che vivono in
condizioni. disumane. Il dramma dei 250.000 profughi rwandesi che hanno perso la vita nei
campi profughi dal 1994 ad oggi, rimarrà come una delle più gravi vergogne
dell'umanità. Nei campi dove sono ammassate centinaia di migliaia di persone, senza acqua
potabile e servizi igienici, le malattie infettive mietono vittime più dei kalashnikov:
epatite, febbre tifoide, colera sono all'ordine del giorno. "Le epidemie di
dissenteria e di morbillo uccidevano ogni giorno centinaia di persone - racconta Gloria
Schiavi, infermiera volontaria in uno dei primi campi profughi in Rwanda - avevamo
addirittura dovuto ricorrere all'assunzione di un uomo che aveva il triste compito di
contare quotidianamente il numero di cadaveri classificandoli in base al tipo di infezione
che li aveva uccisi, in modo da poter intervenire in maniera appropriata sulla popolazione
del campo - 20 mila persone circa - con strategie curative che fermassero le epidemie. Io
passavo la mia giornata a distribuire medicine a seconda delle infezioni individuate,
lavoravo anche 12 ore al giorno, ma era come cercare di arginare un fiume in piena".
Spesso pesano in misura non secondaria le sanzioni economiche imposte a un paese
belligerante (ad esempio l'Iraq, in tempi recenti) che portano alla mancanza di cibo e
medicine.
Talvolta, inoltre, durante il conflitto, ospedali e attrezzature sanitarie sono oggetto di
distruzione sistematica (a Sarajevo 38 delle 42 ambulanze della città sono state
distrutte nel primo anno di guerra!). E l'aumento spropositato degli interventi chirurgici
d'urgenza, la riduzione di personale, l'assenza di manutenzione delle strutture fanno il
resto. In pratica si arriva al collasso totale del sistema sanitario.
Così vengono irrimediabilmente compromessi non solo gli aspetti curativi, ma anche quelli
preventivi, cioè il normale cammino verso la salute, che spesso è fatto di cose
invisibili o date per scontate. In Bosnia, in Burundi e Rwanda, in sud Sudan, a Gaza (ai
tempi dell'Intifada) i servizi di medicina preventiva e comunitaria sono stati sospesi o
ridotti. Le campagne di vaccinazioni hanno subito rallentamenti o sono state cancellate.
L'assistenza alle donne in gravidanza non è stata più garantita. Per non parlare
dell'impossibilità di formare nuovi operatori sanitari, dato che le scuole professionali
e le università funzionano a singhiozzo. Problemi che con gli anni peseranno come macigni
sulla gestione della salute delle generazioni future.
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Intervista a Giuseppe Meo, volontario in Sudan, Uganda e PakistanCome si diventa medici per l'emergenzaGiuseppe Meo, medico chirurgo del Ccm, è sicuramente un veterano del volontariato
internazionale. Sessantenne, specializzato in chirurgia d'urgenza, ha prestato servizio 2
anni in Kenya con la moglie Carla e, per periodi più brevi, in Uganda, Pakistan e Sud
Sudan. Oggi lavora all'ospedale di Cuneo, ma è il primo a ripartire quando c'è
necessità. Gli abbiamo posto alcune domande per capire quali sono i requisiti di un
medico che voglia impegnarsi in una situazione di guerra. Indirizzi utili:Comitato Collaborazione Medica (CCM) Collegio Universitario Aspiranti Medici Missionari (CUAMM) Medecins sans frontières Liverpool School of Tropical Medicine London School of Hygiene & Tropical Medicine |
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Il Sud Sudan è una delle regioni africane devastate da più anni di guerra civile. Due milioni di morti, feriti e sfollati. Trent'anni di violenze e distruzioni. Oltre 300.000 famiglie hanno dovuto abbandonare casa, terra e bestiame. In questo scenario dove neppure le strutture sanitarie sono state risparmiate, il Ccm ha mantenuto in attività l'ospedale di Billing, un raro esempio di struttura sanitaria costruita interamente con bambù, terra e materiali locali e oggi unico punto di riferimento per un enorme bacino di utenza. Ora, con l'avvio della stagione secca, si rendono necessari alcuni lavori di riparazione e ampliamento, in particolare: costruzione di un laboratorio, ampliamento dei reparto tubercolosi e laboratorio analisi, completamento dei servizi igienici.
I COSTI PREVISTI
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Puoi versare il tuo contributo sul c/c n. 13404108 intestato al CCM, Corso G. Lanza, 100 - Torino. Indicare nella causale: Sudan.
Volontari per lo sviluppo -
Febbraio 1998
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