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Schiavitù del Duemila. L'odissea di un sudanese finito in una tratta di neri

"Sono stato venduto per 17 mila lire"

Ngor Atak Luil ha 27 anni e ne ha trascorsi sette in catene. Nel 1988 è stato catturato dagli arabi e costretto a raccogliere arachidi e sorgo. La sera gli legavano polsi e caviglie. Finché non ha avuto più forze per lavorare, ed è stato liberato. Un caso da Medioevo? No. L'Unesco ha dedicato il 1998 agli schiavi. Che solo in Mauritania e in Sudan sono oltre 120 mila. Questa è la storia di uno di loro.

di Elisabetta Burba

Io, Ngor Atak Luil, sono stato uno schiavo. In Sudan, nel mio Paese. Lavoravo sette giorni su sette, sotto la minaccia di un kalashnikov spianato. E alla sera mi incatenavano mani e piedi". La storia che esce dalle labbra di Ngor riecheggia orrori che sembravano confinati al Medioevo dell'umanità, eppure i suoi occhi non tradiscono alcuna emozione. Sono rossi, lucidi di febbre e inespressivi. Ma al minimo rumore si rianimano e lanciano lunghe occhiate, vigili e furtive, come quelle di un animale braccato. Ngor adesso è libero, ma le catene gli hanno lasciato un segno indelebile. Nell'animo come nel corpo. Ngor Atak Luil ha più o meno 27 anni (non sa quando è nato) e non pesa più di 45 chili. I muscoli delle braccia sono stati consumati dalla fame, le costole sporgono dal torace, la schiena è curva... E pensare che gli uomini della sua tribù, i leggendari dinka, sono marcantoni alti due metri con corpi statuari.
"È un errore pensare che la schiavitù e il commercio di esseri umani appartengano ai secoli passati", denunciava anni fa un rapporto delle Nazioni Unite sulla schiavitù. Le 50 pagine del dossier dimostravano in modo inequivocabile come la Convenzione del 1926 che ha abolito la schiavitù non fosse bastata a sradicare l'antica piaga. Anzi. Ancor oggi sono centinaia di migliaia le vittime della schiavitù, concentrate soprattutto in Sudan e in Mauritania. In quest'ultimo Paese, che per tre volte ha cercato (invano) di abolire il turpe mercato di uomini, vivono almeno 90 mila schiavi.
Il mondo, però, comincia a prendere coscienza di questa vergogna ancora da cancellare: le Nazioni Unite hanno dichiarato lo scorso 2 dicembre "Giornata internazionale per l'abolizione della schiavitù", l'Unesco ha dedicato a questa piaga il 1998.
A metà febbraio l'ong svizzera Christian Solidarity International ha reso noto di aver liberato, pagandoli 180 dollari l'uno, 157 ragazze e ragazzi sudanesi dell'etnia dinka che erano stati comperati da mercanti arabi del nord del paese.
Il commercio degli schiavi è ricomparso in Sudan nel 1985, proprio quando lo Stato Maggiore dell'esercito ha deciso di arginare la guerriglia organizzata che, nel Sud abitato da neri animisti e cristiani, si oppone all'islamizzazione forzata imposta dagli arabi del Nord. In quindici anni, questa guerra civile ha provocato un milione e mezzo di morti sui 9 milioni di abitanti che vivono nelle regioni meridionali del Paese, ha ridotto alla fame milioni di persone e ha costretto all'abbandono delle proprie case oltre tre milioni di donne, vecchi e bambini... "La guerra santa condotta dai fondamentalisti di Khartum", hanno denunciato i vescovi del Sud Sudan riuniti in conferenza a Nairobi, "non disdegna i mezzi più crudeli: crocifissioni, torture, pulizia etnica, terrorismo. E schiavitù".
Nel 1988 l'Anti Slavery International (Asi), un'organizzazione per la lotta alla schiavitù con sede a Londra, ha reso noto che nel Paese africano sono stati fatti schiavi circa 12 mila giovani dinka, il gruppo etnico di Ngor. E non è tutto: secondo la Sudanese Democratie Gazette del marzo 1993, in Sudan sono stati messi in catene anche 20 mila giovani dei gruppi etnici nuba e fur. La schiavitù nel Paese africano è anche al centro della campagna lanciata da Amnesty International per il rispetto dei diritti umani del più grande Paese africano. Di fronte a tutte queste accuse, il governo di Khartum nega. E denuncia montature politiche. Ngor Atak Luil però non è una montatura. Lo abbiamo incontrato in carne e ossa a Nairobi, nella casa di Monsignor Cesare Mazzolari, l'amministratore apostolico del Sudan.

Uomini vestiti di bianco

Seduto sotto un ibisco carico di fiori rosa, Ngor ricorda: "Ho lasciato la mia famiglia il 7 luglio 1988. Avevamo fame. E nulla da mangiare". Quell'anno il Sudan è colpito da una carestia che in un anno provoca la morte di 250 mila persone. Ngor possiede una mucca. Ma un dinka non può mangiare carne della sua mandria: una maledizione si abbatterebbe su lui e su tutta la sua stirpe. Così va al mercato di Abyei per barattare la mucca con del sorgo. Parte con una trentina di uomini del suo villaggio. Ad Abyei, Ngor carica il sorgo su un asino e si incammina verso casa. Ma a una decina di chilometri dalla città, di lungo il fiume Nyamoura, si imbatte in un gruppo di arabi. Sono del gruppo etnico baqqara. E sono tutti armati."Ci circondano", ricorda Ngor. "Ci rubano il sorgo e gli asini. E poi ci dividono fra loro". Con altri tre uomini, Ngor finisce in mano a un arabo che si fa chiamare con un nome africano, Malwal Acut. "Siete miei schiavi", annuncia Malwal ai quattro dinka tremanti. "E non sperate che il vostro leader John Garang vi liberi. Io brucerò le vostre case, ammazzerò i vostri cari, prenderò il vostro bestiame, distruggerò tutta la vostra terra ...". È un incubo. Ngor aveva sentito parlare di "uomini vestiti di bianco che rapivano i neri per portarli nei Paesi del Nord", ma pensava che fossero storie passate. "Mai avrei immaginato che io sarei diventato un "abt", uno schiavo", spiega con lo sguardo perso nel vuoto.

Il valore di una pizza

L'arabo prende i quattro uomini, li lega uno all'altro e li fa incamminare verso Nord. In Sudan la tratta degli schiavi segue sempre questa rotta: dal Sud al Nord. Ma soltanto meno della metà dei prigionieri rimane nel Paese. Gli altri vengono trasferiti in camion in Libia o a Port-Sudan, sul Mar Rosso, per essere imbarcati per l'Arabia Saudita. Costano una cifra compresa fra i dieci e i cento dollari. Proprio così: in Sudan bastano 17 mila lire, il prezzo di una pizza margherita e di una Coca Cola, per avere potere di vita e di morte su un essere umano. Ngor e i suoi tre compagni di sventura, Akok Macham, Nyong Deng e Deng Aguer, marciano per 18 giorni. Appena rallentano il passo, gli arabi li colpiscono con bastoni di bambù. Di notte viaggiano. Di giorno dormono, legati mani e piedi e circondati da quattro uomini armati. Il viaggio finisce nella fattoria di Malwal, in un villaggio che si chiama Tuoun Kordofan.

Incatenato mani e piedi

"Ci mettono a lavorare nei campi", ricorda Ngor. "A coltivare arachidi e "millet", sorgo giallo". Alla mattina e alla sera i quattro Kunta Kinte del Duemila mangiano un po' di "faterita", farina di sorgo. Non toccano carne. Mai. Alla sera vengono portati in una capanna di paglia. Prima di uscire, le guardie li incatenano alle mani e ai piedi. Ogni notte i quattro discutono della fuga. Ma dopo poco desistono: si distendono sui sacchi di juta e cercano di dormire. "Dove potevamo andare? Saremmo stati uccisi immediatamente", spiega Ngor con voce fioca. "Ormai avevo perso ogni speranza nella vita. Mi sentivo già morto. Ero preoccupato solo per mia moglie e per mio figlio ...".

Ridotto a pelle e ossa

Un'infelicità senza desideri che si spezza un giorno del 1989, quando Malwal, il suo padrone arabo, dice a Ngor di andarsene. Non ha più bisogno di quel mucchio di pelle e ossa. "Perché tenersi quel peso? Nel Sud ci sono tanti giovani con braccia forti: basta andarseli a prendere ...". Ngor si mette in cammino. Vuole tornare a casa. Ma la strada verso casa è bloccata a causa della guerra. Allora si dirige a Est. Inizia così il suo secondo calvario.
Nella città di Jaraban un uomo lo fa lavorare. Ma quando viene il momento di pagarlo, tira fuori un mitragliatore. "Vuoi sopravvivere? Sparisci". Ngor raggiunge il centro di Nahud, dove lavora nei campi per tre mesi. Dopo è la volta di Khartum. Nell'agosto 1991 approda a Gedaref, in una fattoria di arachidi. Poi passa in Etiopia, dove vaga per oltre un anno alla ricerca di un passaggio per il Kenya.

Combattere gli arabi

Così per cinque anni di fughe, fino all'approdo a Nairobi. E adesso, che ne sarà di lui? Ngor solleva la schiena e allarga le spalle. La sua voce è forte e chiara. "Adesso? Adesso mi addestrerò per combattere gli arabi. Ma prima voglio vedere mia moglie Nyanut e mio figlio Garang, che sono in un campo profughi". Poi aggiunge, con un'ombra negli occhi: "l'ultima volta che ho visto Garang aveva un anno. Adesso ne ha sette. Chissà se mi riconoscerà ...".

Il film di Spielberg sugli schiavi

Le catene di Hollywood

Ci voleva il regista Steven Spielberg, mago degli effetti speciali, per illuminare sul grande schermo un capitolo di storia oscurato dai libri. Il suo ultimo film, in Italia a marzo, ci riporta nell'America schiavista. Si intitola "Amistad" (dallo spagnolo "amicizia"), come la nave che nel 1839 porta 53 schiavi africani della Sierra Leone verso le coste della Nuova Inghilterra. In una notte di tempesta al largo di Cuba gli schiavi si ribellano, uccidono il comandante e cercano di invertire la rotta per tornare in Africa. Ma sono catturati al largo del Connecticut, incarcerati e processati per omicidio. Il loro diventa un caso politico che infiamma l'America vent'anni prima della guerra civile tra schiavisti e abolizionisti. Gli schiavi vengono assolti al primo processo grazie alla difesa di un negro ex schiavo (l'attore Morgan Freeman) e un bianco abolizionista (Matthew Mc Conaughey): quegli uomini sono nati liberi, dicono gli avvocati, e sono quindi vittime di un rapimento. Portati davanti alla Corte Suprema, vengono poi difesi dall'ex presidente John Quincy Adams (l'attore Anthony Hopkins) che ottiene la loro liberazione con un'arringa tra le più appassionanti della storia del cinema. Un film che mette in catene, per qualche ora, anche gli spettatori. Per farli calare nella condizione psicologica di uno schiavo, Spielberg si è ispirato ai quadri di Goya e ne ha riprodotto le luci cupe, trasmettendo un senso di "claustrofobia". E ha chiesto agli schiavi-attori di sottoporsi a una dura preparazione fisica e culturale. Tutti hanno seguito un corso di due settimane sulla cultura africana dell'epoca: lezioni di musica, danza, della lingua Mende, il dialetto della Sierra Leone. E tutti hanno dovuto portare vere catene, che immobilizzavano il collo, i polsi e le caviglie. "Se qualcuno mi chiedesse oggi se sono mai stato imprigionato, gli direi di sì" racconta Chike Opkala, uno degli attori. Ma Amistad non è soltanto un capitolo della storia trasformato in un grande film. È un "Incontri ravvicinati dei terzo tipo", anche se alla rovescia. Ha detto Spielberg: "Barriere linguistiche e razziali dividevano gli africani dagli americani. In realtà, il caso dell'Amistad è anche una drammatica, attualissima metafora della nostra incapacità di capire davvero gli altri". Anche questo, in fondo, è un viaggio tra gli extraterrestri: tutti quegli uomini del nostro pianeta che non vogliamo trattare da eguali.

V.V.

Volontari per lo sviluppo - Febbraio 1998
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