La sconfitta
«Polvere di scacchi» continua a pubblicare i raccontini inviati dai nostri lettori mentre è scaduto il 28 febbraio il termine ultimo per partecipare al nostro piccolo concorso. I testi che eventualmente arriveranno ancora verranno comunque pubblicati ma, ovviamente, fuori concorso. Nel caso ricordiamo che come unica condizione oltre ad essere a tema scacchistico, devono poter essere pubblicati in non più di due pagine e mezzo del nostro bimestrale. Nel prossimo numero daremo la classifica dei racconti in concorso.
Oscar Spadani entrò alla Società Scacchistica verso le 20, quando mancava ancora un'ora all'inizio ufficiale del torneo.
Alto un metro ed ottantacinque, centotrenta chili di stazza, il suo ingresso non passò inosservato già per evidenti motivi di massa.
Per la sua mole, impressionante quando era seduto davanti alla scacchiera, gli avversari lo accusavano scherzando - ma qualcuno anche sul serio - di intimidirli con l'aspetto fisico. Roversi, che veniva battuto regolarmente in tutti i loro incontri e rendeva all'avversario trenta centimetri in altezza e settanta chili di peso, si lamentava con tristezza rassegnata: «Quando gioco con lui, ho paura che mi frani addosso! Come faccio a concentrarmi?»
L'arrivo di Spadani suscitò un'immediata animazione per la sua popolarità scacchistica e anche televisiva. Appariva frequentemente in uno spot pubblicitario, durante il quale affondava la forchetta in un piatto di tortellini e se ne beava commentando: «Non ho mai fatto mossa migliore!»
Chi lo conosceva di persona si precipitò a salutarlo, e Spadani strinse con rassegnazione le mani che si allungavano verso di lui. Cercò di sorridere e firmò qualche autografo.
Per gli scacchisti italiani era una leggenda vivente da quando, due anni prima, aveva vinto a sorpresa il torneo di Berlino e, a Parigi, si era piazzato ad un passo dall'accedere alle eliminatorie per il Campionato del Mondo. Ad Atene, l'anno successivo, avevo affrontato il campione del mondo in quattro partite e, pur essendone uscito sconfitto, nella terza partita gli aveva inflitto una clamorosa disfatta; pochi mesi dopo a Roma, in un torneo organizzato a furor di popolo e finanziato da sponsor generosi, aveva dominato alla grande, anche se il confronto era stato disertato dai primi delle classifiche mondiali.
Spadani si vantava di essere un dilettante ed effettivamente aveva un suo lavoro - un negozio di apparati fotografici. Aveva cominciato a giocare abbastanza tardi, verso i sedici anni e solo a venticinque a livello agonistico. Troppo tardi, ripetevano molti: avesse cominciato come molti ragazzi di oggi durante le scuole medie o elementari, probabilmente sarebbe arrivato molto più in alto.
Era sposato con una ragazza molto più giovane di lui, carina, timidissima, che si occupava del negozio in sua assenza e che si faceva notare qualche volta anche lei, nei tornei scacchistici. Ovviamente rotondetta, aveva fama di essere una cuoca raffinata e che fosse il suo rognone in umido l'arma che aveva dato scacco matto al cuore di Spadani.
Spostando un po' a disagio le sue dimensioni tra i tavoli e gli scacchisti, Spadani raggiunse la segreteria, formalizzò la sua iscrizione e scambiò due parole anche con uno degli arbitri del torneo che gli ricordò di avere giocato contro di lui in passato. Spadani annuì lentamente: ricordava a memoria tutte le partite che aveva giocato, ma raramente riusciva ad associare alle partite i nomi ed i volti degli avversari.
Guardò l'ora, sospirò stancamente, cercò una sedia libera e la trovò nelle file esterne, proprio di fianco alle finestre.
Lanciò uno sguardo distratto e un po' ironico al tavolo vicino, dove si continuava a giocare nonostante il Bianco avesse una torre di vantaggio e stesse guadagnando altro materiale.
Fu allora che vide la ragazzina davanti a lui, la quale, appena colse il suo sguardo, si protese in avanti e sussurrò con una voce leggera, ma un po' acuta: «Vuoi fare una partita?».
Spadani sollevò appena il sopracciglio, più sorpreso che contrariato. E l'espressione mutò appena nel constatare che la ragazza aveva preso il suo atteggiamento come una risposta positiva: «Dieci minuti?».
Suo malgrado Spadani fece cenno di sì e guardò la ragazza prendere l'orologio nelle mani sottili e regolarlo. Poteva avere 15 o 16 anni, magra, minuta, capelli castani chiari con riflessi più bianchi che biondi. Anche la pelle era pallida, liscia, un po' sudata. Indossava una camicetta stranamente vivace, molto sbottonata sul davanti e che lasciava intravedere la curva di un seno ancora acerbo. Occhi liquidi e dolcissimi.
Sistemato l'orologio, verificata la posizione delle lancette con un improvviso scrupolo, la ragazza prese un pedone bianco ed uno nero, li portò dietro le spalle e poi presentò a Spadani i due pugni chiusi. Dopo un nuovo momento di perplessità, l'uomo scelse il pugno di destra e trovò il pedone nero.
Fece un sospiro profondo, fu proprio sul punto di dire: «Mi dispiace, ma guarda che non voglio giocare!», ma alla fine sbuffò e sistemò i propri pezzi davanti a quelli già ordinati della sua avversaria.
La ragazza aprì di re, Spadani rispose con una siciliana ed entrò subito in una variante poco giocata ma molto insidiosa che aveva rivisto da poco tempo.
Perdendo solo una piccola parte del suo tempo di riflessione, la ragazza riuscì ad evitare i rischi con fortuna e buon senso, anche senza trovare le continuazioni più efficaci. Poi, con molto ordine e senza strafare, completò lo sviluppo.
Spadani prese l'iniziativa e cominciò a macinare il suo gioco aggressivo e preciso, ma presto si rese conto, più con sorpresa che disappunto, di avere un vantaggio veramente minimo - se aveva qualche vantaggio.
Sbuffò per l'ennesima volta - faceva anche molto caldo nel salone - e lanciò uno sguardo circolare al piccolo pubblico che si era radunato intorno al tavolo poi, più per dovere che per reale opportunità della posizione, lanciò in avanti i suoi pedoni sull'ala di donna e guadagnò spazio.
La ragazza, per la prima volta smarrì un po' il filo della partita, però - perso per perso e poco disposta a subire passivamente - si lanciò al contrattacco sull'ala di re.
Spadani non era certo il tipo da spaventarsi e, senza scomporsi, si concesse anche il tempo, mentre la ragazza meditava un attimo di più la sua mossa, di guardarla con una curiosità in parte affettuosa e ammirata - in gamba la piccola! - in parte anche beffarda - «Cosa vuoi fare? IO SONO SPADANI!».
Anche la ragazza alzò gli occhi e li abbassò subito, arrossendo all'improvviso. Poi giocò la sua mossa.
Spadani rispose e cominciò all'improvviso a rendersi conto di possibili problemi ai quali la sua posizione andava incontro. Spostò a disagio la propria sedia e si avvicinò ulteriormente alla scacchiera.
La ragazza sembrava essersi resa conto del momento favorevole e anche il modo con cui muoveva i pezzi era secco e deciso. Spadani provò a tentarla con una dubbia spinta di pedone centrale ma, dal modo con cui la sua mossa fu ignorata, si rese conto con un po' di amarezza di stare comunque perdendo contro un avversario decisamente tosto.
Pochi, tra quanti osservavano il gioco, si rendevano conto di quanto era ormai critica la posizione del nero.
Spadani scosse la testa, rinunciò ad imbastire una difesa del re che gli sarebbe sicuramente costata materiale e riprese con poche speranze la sua avanzata sull'ala di donna. La ragazza perse un paio di mosse per evitare imprevisti, forse giocando con prudenza anche eccessiva, e quindi riorganizzò l'attacco sul re.
Spadani guardò l'orologio - ma la ragazza aveva ancora quasi cinque minuti del suo tempo a disposizione - poi nuovamente la scacchiera. Trovò una mossa che per un attimo gli ridiede speranza, ma subito le due successive mosse lo convinsero che non aveva via di fuga.
Continuò lo stesso, anche se era inutile. Alla fine si trovo a scegliere tra subire un matto in quattro o perdere una torre e preferì lasciare il matto, chiedendosi se la ragazza l'avrebbe visto.
Mosse e la guardò. Lei analizzò un attimo ed alzò gli occhi arrossati, come bruciati di febbre: «C'è matto in quattro, così!».
Alzando un cavallo con un'esitazione evidente, fece la prima mossa della combinazione.
Spadani trovò la forza di sorridere: «Ok! Basta così!»
Tra le persone attorno al tavolo ci fu un po' d'agitazione e non tutti capirono che la partita era finita e come era finita.
Spadani si concesse una smorfia un po' amara e pensò che la sua sconfitta contro una ragazzina avrebbe fatto notizia: «Mi prenderà in giro anche mia moglie!»
Malgrado tutto riuscì a sorridere di se stesso, finché il sorriso gli si appannò un poco.
La ragazza stava sistemando nuovamente i pezzi sulla scacchiera, prendendo questa volta i neri.
«No! - pensò con tutte le sue forze - No!»
Ma la ragazza si sporse in avanti nuovamente, facendo ondeggiare un attimo il seno da capretta. Gli occhi le brillavano come quelli di un demone cattivo, ma la voce era dolce e infantile come quella di una sirena: «Vuoi giocare ancora?».
L'orologio era stato risistemato e la ragazza lo avviò.
Rassegnato, Spadani spinse in e4.
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