Old style, new style
Era da otto anni che dimoravo tranquillo in Nuova Zelanda, nella mia fattoria a pochi chilometri da Aukland, quando nell'ottobre scorso, incredibilmente hanno cominciato a comparire giornalisti da tutto il mondo. Ma non solo, da lì a qualche giorno arrivarono variopinti gruppi di velisti: giapponesi, francesi, americani, italiani, tutti con il loro seguito vociante di appassionati. Quei tifosi che, anche se un po' meno beceri di quelli delle squadre di calcio, sono sempre da evitare non possedendo nulla oltre alla certezza che l'oggetto della loro passione sia il centro dell'universo e comunque l'unica cosa intorno alla quale valga la pena chiacchierare, una marea vociante che improvvisamente affollò il mio piccolo beneamato ritiro. Barche su barche a disturbare il placido sciabordio del mare nel quale, verso il tramonto, andavo a gettare velleitariamente un amo, innocua scusa per cogliere sul viso gli ultimi raggi del sole australe.
Non potendo oppormi all'invasione di questo piccolo paradiso, ho fatto di necessità virtù e sono ritornato agli antipodi, approfittando dell'inconveniente per sistemare alcuni affari che, per firme varie a causa della borbonica burocrazia di questo paese, necessitavano da tempo della mia presenza e per vedere vecchi amici di un tempo passato.
Una sera, durante il mio soggiorno, sono stato invitato a cena a casa di uno di loro: Paolo. Questi, come sempre, mi ha accolto magnificamente, senza fronzoli: due piatti in cucina, senza tovaglia a significare, forse, una libertà nei confronti dei riti quotidiani che, se non poteva esprimersi compiutamente nella grigia routine lavorativa, trovava una sua dignità e realtà nella restante parte del giorno. Una specie di dottor Jekyll e Mister Hide, più presente nel mondo di quanto si possa immaginare.
Comunque piatti sul tavolo, acqua calda per gli spaghetti a bollire sul fuoco, intingolo di pomodoro e basilico per il condimento che friggeva e, al posto del quotidiano di partito di cui mi ricordavo non poteva fare a meno per commentare i fatti salienti, un bel computer acceso sulla credenza.
Devo ammettere che la cosa mi ha incuriosito perché sapevo che Paolo fuggiva le «diavolerie» moderne, ma più ancora mi ha stupito che fosse collegato ad Internet e più precisamente ad un sito scacchistico.
Paolo si avvede del mio stupore e si affretta a magnificarmi le potenzialità della Rete, la comodità di non dover più uscire di casa per giocare contro altri scacchisti, magari antipatici, al club degli scacchi, il fascino di giocare contro avversari di tutto il mondo con i quali poter scambiare idee e pareri e poi questo mezzo di comunicazione avrebbe permesso alla gente di conoscersi e capirsi stemperando i rancori. A questo punto non si trattiene e mi confessa che, in attesa del mio arrivo, aveva iniziato una partita di torneo contro una delle sue bestie nere: non sapeva neanche di che nazione fosse, ma doveva assolutamente massacrarlo. Anzi avrebbe approfittato della mia presenza (che mi avesse invitato a cena apposta?) per qualche consiglio qua e là.
Non potendo certo negargli il mio aiuto comincio, mentre lui butta giù gli spaghetti, a valutare la posizione. La scacchiera bidimensionale mi crea qualche problema ma, dopo qualche minuto di riflessione, individuo il piano da giocare e lo comunico a Paolo. Questi si entusiasma della mia idea a tal punto che dimentica la pentola sul fuoco e, solo ad un mio richiamo, corre a scolare e a condire la pasta, poi me la porta: inesorabilmente scotta!
Capisco che ormai l'idea di cenare normalmente è una pia illusione.
Paolo si piazza con il piatto sulle ginocchia e comincia a inviare e ricevere le mosse tra una forchettata e l'altra, commentando a bocca piena e sbrodolando di sugo tutto intorno: camicia, tastiera e mouse ben presto sono lordati abbondantemente.
Sfortuna vuole che trovi ancora una mossa buona proprio mentre condisce l'insalata e così questa viene irrorata di aceto in abbondanza: immangiabile!
Poi, mentre tento di dare un senso culinario alla serata cercando nel frigorifero qualche formaggio di buon livello di cui l'Italia va fiera, decide di fare una mossa senza consultarmi. Accade l'irreparabile: una cappella incredibile vanifica tutta la strategia portata avanti fino ad allora e la sconfitta si profila a 56000 byte al secondo.
Quando ormai non c'è più niente da fare, ad una mossa dal matto, lo vedo strappare violentemente la spina dal muro interrompendo il collegamento.
Al mio sguardo stupito che domanda spiegazioni commenta trionfante: «Cosi almeno l'Elo non lo guadagna, il porco!».
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