di Massimo Cavallini
Due notizie, dalla prima pagina di El País del 2 maggio 2003.
La prima: "Atchugarry ottimista sul piano di scambio del debito". La seconda,
appena più in basso: "Quattro bambini muoiono per denutrizione all'ospedale Pereira
Rossel".
E la storia potrebbe, a suo modo, finire qui. Perché qui - racchiusa nello spazio che
separa, o che unisce, quella plurima morte bambina per fame agli esiti della corsa per
ristrutturare un debito estero pari a 11 miliardi di dollari - va in questi giorni
consumandosi la storia dell'Uruguay.
Dei quattro bambini morti si sa poco: venivano da quello che a Montevideo chiamano
"el corredor de la miseria", da El País descritto come la "lunga
linea di case di legno compensato e cartone" che s'estende "ben oltre l'ultima
fermata degli autobus". Le loro condizioni avevano sorpreso "anche i medici del
reparto pediatrico del Pereira Rossel, abituati a trattare casi di povertà estrema".
E la loro morte "è parte d'una tendenza che, solo nell'ultimo anno, ha visto i casi
di denutrizione estrema aumentare del 23 % tra i bambini poveri della capitale". Di
Alejandro Atchugarry si sa, invece, praticamente tutto: è dallo scorso agosto - quando
sostituì Alberto Benison, caduto in disgrazia dopo la disastrosa svalutazione del peso -
il ministro dell'Economia nel governo di Jorge Batlle. E oggi presiede quello che i
tecnici di Fondo monetario internazionale e Banca mondiale definiscono "un coraggioso
piano finanziario", teso a risparmiare all'Uruguay la triste sorte della confinante
Argentina. Più esattamente: a organizzare uno swap (uno scambio) di buoni del
debito, onde evitare il precipizio della "morosità".
Tra i bambini uccisi dalla fame e questa "audace" manovra finanziario-politica
non c'è alcun nesso di causa-effetto. Ma entrambi i casi sono figli d'una medesima
tragedia: quella di un paese - o meglio, di un continente - chiuso nella morsa di un
debito impagabile. O pagabile soltanto a spese della crescita. E la loro storia è la
stessa che, chiamata "la decada perdida" negli anni '80, negli anni '90 è
sopravvissuta anonima e dimenticata perché da tutti ritenuta - più per convenienza che
per convinzione - una malattia definitivamente debellata. Una malattia che è oggi
prepotentemente riemersa ovunque, più o meno dissimulata, sotto molti e diversificati
nomi. In Uruguay si chiama canje de deuda, scambio del debito.
In questa storia dai mille risvolti l'Uruguay di Jorge Batlle recita la parte del "buon debitore", in contrapposizione con la "cattiva" Argentina, uscita (o forse, come molti sostengono, condannata a non uscire mai) da questi ultimi cinque anni di recessione sfociata in depressione e caos politico. I fatti sono noti. Nel dicembre 2001, l'allora presidente argentino Adolfo Rodríguez Saá - da poco subentrato al radicale Fernando de la Rua, dimissionario a furor di popolo e, prestissimo, lui stesso dimissionario - aveva annunciato, tra gli applausi dei deputati d'ogni parte politica, la "forzata sospensione" (per totale mancanza di fondi) del pagamento degli interessi sul debito di 132 miliardi di dollari. Ma l'Uruguay s'era rifiutato di seguire il medesimo cammino di "sfida al sistema". In primo luogo testimoniando, a ogni occasione, la propria ferma volontà di "far fronte agli impegni"; e - data l'oggettiva impossibilità di farlo - offrendosi come "cavia" d'un piano alternativo, concordato con il Tesoro americano (allora retto da Paul O'Neill) e, grazie alla benevola intercessione di quest'ultimo, con il Fmi. Obiettivo: definire un "piano volontario di riduzione del debito" attraverso il libero scambio di vecchi buoni del debito con nuovi buoni rinegoziati. Il tutto per alleggerire del 10-15 % un carico che - ormai pari al 90 % del prodotto nazionale lordo - era altrimenti destinato a trascinare a fondo il paese (con conseguenze spiacevoli anche per i creditori o bondholders, i detentori dei buoni).
I risultati dell'operazione - sostenuta da un prestito d'emergenza di 3,8 miliardi di
dollari - sono stati un "grande successo". Così, almeno, sono stati salutati
dal governo di Jorge Batlle e dalla comunità finanziaria internazionale. E, di fatto, el
canje ha liberato l'Uruguay - rinviando ad altra data il pagamento di 5 degli 11
miliardi di debito pubblico - dall'immediata bancarotta. Ma, nonostante la buona e (più o
meno"volontaria") disposizione dei bondholders, resta un fatto. Tragico
quanto la sorte dei bambini uccisi dalla fame al Pereira Rossel. La riduzione
"volontaria" del 15 % serve solo a rinviare a tempi più lontani (ma in ogni
caso assai prossimi) un problema - quello di un impagabile debito - ormai motore di un
circolo vizioso fatto di recessione e di alti interessi.
Devastato dall'onda d'urto della crisi argentina - pagata con la
"desertificazione" del sistema bancario e con un restringimento del 10,5 % del
Pil - l'Uruguay ha bisogno per tornare a essere "solvente" di una crescita
annuale di almeno il 5 %. Ma non vi è possibilità alcuna che, restando solvente (sia pur
nella forma "volontariamente ridotta") possa anche solo avvicinare questo
obiettivo. E vale la pena rammentare come, nel maggio 2001, anche la "cattiva"
Argentina avesse tentato, invano, di battere questa strada. Ragione del fallimento:
l'incapacità di affrontare il problema principale che, come per l'Uruguay, era (e resta)
un problema di crescita. Morale della storia: da oltre due decenni, in America Latina, i
tempi sono duri, anzi, durissimi, tanto per i "troppo buoni" quanto per i
"troppo cattivi". Che sia giunto, per entrambi, il momento di cambiare
direzione?
Volontari per lo sviluppo -
Agosto 2003
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