di Edoardo Nicolotti
"Nei giorni di primavera ed estate capita spesso di imbattersi in gruppi di
giovani che animano l'atmosfera del parco cittadino al suono del "bongo" o
"tam tam". Questo strumento però nasconde una storia affascinante che deriva da
un grande popolo africano, i Maninka o Mandinka, in italiano Mandinghi: il suo vero nome
è "djembé".
Spesso nei mercati delle nostre metropoli incontriamo venditori senegalesi che si portano
nel furgone strumenti musicali in legno, a forma di calici ricoperti di pelle, che ci
conquistano per la loro immediata musicalità e per le loro inconfondibili vibrazioni. Tra
questi c'è il djembé (chiamato bongo da chi ne ignora le origini), uno strumento
musicale direttamente legato al mondo della danza: un tutt'uno con la vita africana che
riflette i costumi, i modi e le espressioni spontanee dell'individuo.
In Europa e nel mondo il djembé ha fatto la sua comparsa soltanto alla fine degli anni
'50, con il nascere dei Ballets Africains della Guinea e del Mali, che hanno
contribuito a diffondere l'interesse per questo strano tamburo, suscitando la curiosità
per i ritmi tradizionali africani da parte dei musicisti occidentali. Secondo il guineano
Famoudou Konaté, uno dei più famosi percussionisti del continente nero: «una vita
intera non basta per imparare tutti i ritmi esistenti». E spiega: «io sono arrivato a
trascrivere i nomi di più di un centinaio, ma ogni generazione crea i propri, e quando
ritorno nei villaggi ne trovo di nuovi, a me sconosciuti. Anche se con il passare del
tempo la tradizione sta scomparendo, i giovani vengono attirati sempre più dalla
televisione, dalle musiche occidentali, e tralasciano la musica e la cultura
tradizionali».
Oggi il successo del djembé in Africa è diviso fra la tradizione e il fascino del
richiamo delle grandi città. I giovani nati nei villaggi cercano di portare il loro
talento musicale nelle città per suonare alle feste e nei festival, attività
ricompensate con il denaro e con un maggior riconoscimento di pubblico.
Molti giovani decidono poi di partire per l'Europa in cerca di fortuna, affidandosi solo
in un secondo momento all'insegnamento delle loro tradizioni musicali, per cui trasformano
il proprio patrimonio culturale in un mezzo per sopravvivere e costruirsi un mestiere.
Sempre Famoudou, durante uno stage, mi disse: «quando, dopo ventisei anni, ho lasciato il
Ballets Africains de la République de Guinée e sono arrivato in Germania, tutti volevano
che insegnassi a suonare i ritmi tradizionali del djembé, ma io non avevo mai insegnato e
dovevo imparare a farlo; qualche volta per stare più tranquillo bevevo molta birra, era
difficile, tutti si aspettavano da me che fossi già un buon pedagogo».
In effetti, i ritmi africani sono trasmessi oralmente di generazione in generazione, non
esistono spartiti musicali, tutto viene appreso attraverso l'ascolto e l'interpretazione,
ma proprio in questo approccio naturale e istintivo sta il fascino delle percussioni
africane. La musicalità e semplicità degli accompagnamenti, che spesso si legano bene
sul "battere" e il "levare", diventano facili da memorizzare anche per
i principianti privi di preparazione musicale.
Il djembé è direttamente legato alla danza; di solito è suonato dagli uomini, mentre
il canto è appannaggio delle donne. Esistono tre tipi di danza: le danze profane,
espressione della vita sociale, sono tipiche di ogni sesso e fascia d'età (ad esempio le
giovani donne hanno la danza Mandriani, gli uomini adulti la Dunumba, la
danza dell'uomo forte, ecc.). Queste danze spesso sono celebrate per segnare le tappe
della vita sociale come la nascita, il battesimo, la circoncisione, il matrimonio e i
funerali. Le danze rituali o religiose invece segnano la celebrazione dei riti iniziatici
o hanno la finalità di richiamare i simboli degli spiriti ancestrali. Infine vi sono le
danze appartenenti alle diverse caste, come i forgerons (fabbri) e i jely
(cantastorie).
Secondo gli africani, l'energia trasmessa dal ritmo e dalla danza mette in contatto le
energie della terra con il cielo e pone l'uomo all'interno di questo flusso, in una
dimensione intermedia tra la realtà terrena e il mondo degli spiriti ancestrali. In
origine, poteva costruire il djembé soltanto la casta dei fabbri, in quanto custode di
alcuni poteri divini: l'utilizzo dell'elemento del fuoco, la costruzione delle maschere
sacre in cui rivivevano gli antenati e il potere di praticare la circoncisione e
l'escissione per iniziare i giovani alla vita adulta, liberandone le energie negative.
Sicuramente il diffondersi di questa musica in Occidente si lega alla nuova ricerca di
spiritualità e soprattutto al desiderio di creare dinamiche consociative che si
distacchino dall'individualismo imperante nella nostra società.
«La musica e la danza sono un rituale al quale tutti indistintamente possono
partecipare» dice Ablaye M'baye, senegalese, discendente da una famiglia di jely:
nelle usanze degli occidentali vi è spesso una netta separazione tra spettatori, che
stanno a guardare, e musicisti e ballerini, che animano la scena; in Africa invece il
rituale è partecipativo, ogni persona, anziana o giovane, entra ed esce dal cerchio
liberamente, esprimendo la propria energia vitale.
«Inoltre noi griots (equivalente francese di jely, ndr), non facciamo altro che
trasferire l'uso della parola attraverso il canto delle percussioni: quando si impara a
suonare il djembé è come imparare a parlare, ci vuole tempo per dire le cose giuste».
Un assolo non è altro che il momento in cui noi possiamo dire attraverso il djembé e la
musica quello che vogliamo e il modo di farlo e del tutto personale».
Proprio per questo, i griots sono temuti nei villaggi: il loro utilizzo della parola, a
volte tagliente, e la loro conoscenza delle tradizioni li pone come mediatori nei
conflitti tra clan: politici, poeti e musicisti al tempo stesso svolgono un ruolo sociale
ancora oggi rispettato. La modernità che avanza, però, sta modificando i valori legati
all'esistenza di questa figura sociale tradizionale, che vede sempre più diminuire il
proprio potere locale.
![]()
Scuole di musica e ritmi africani in ItaliaAssociazione Culturale "Sundiata" di Torino, via Valprato
68, tel.333/3866331, www.sundiata.it Web site: Bibliografia essenziale: Discografia: |
Volontari per lo sviluppo -
Agosto 2003
© Volontari per lo sviluppo