di Alessandro Berruti
(con la collaborazione di Valeria Arnaldi, Pamela Cioni e Maria Micheli)
Vanna Rossi è una brillante casalinga cinquantenne di Marsaglia, paesino della bassa modenese. Madre di due figli, ospitale come ci si aspetterebbe da una romagnola, dopo essere stata più volte in Tanzania, ha iniziato a soffrire di mal d'Africa e a collaborare con il Cefa di Bologna. La straordinaria normalità della sua storia dimostra ancora una volta la "banalità del bene".
Ogni due settimane la signora Rossi organizza a casa sua una cena tra amiche, «per stare in compagnia innanzi tutto», precisa lei, dove chi partecipa lascia una libera offerta in favore di un progetto di sviluppo che tutela le donne albanesi. Lei fa la spesa, ci mette del suo e alla fine ne escono ottime pizze e almeno 400 euro da donare al Cefa. Chiamatela pure "solidarietà fai da te", ma questo modello di iniziative sta uscendo sempre più dall'ombra dell'informalità (e dalle nicchie della controcultura). Cene solidali, serate etniche, mostre fotografiche che aprono squarci su paesi e drammi lontani, se in passato erano episodi verniciati d'esotismo, ora cominciano ad animare il sottobosco del passatempo italiano, popolato di bar, ristorantini e circoli, che della solidarietà fanno la loro specialità. Basta guardarsi intorno e sbirciare tra gli appuntamenti in calendario nelle maggiori città per accorgersene.
Nella regione della signora Rossi, 8 persone su 100 sono tesserate all'Arci, che vanta oltre 6 mila circoli in Italia. Si tratta di circoli legati al territorio nel quale hanno sede, ma non chiusi in se stessi, tant'è vero che grazie alla campagna "Attivarci" in favore dei bambini poveri del Sud del mondo, l'ong Arci Cultura e Sviluppo, in un anno e mezzo, attraverso 200 iniziative locali è riuscita a raccogliere un miliardo e mezzo di vecchie lire. «Una campagna - ammette Enzo Piperno di Arci Cultura e Sviluppo - che rappresenta una minima parte di quanto viene fatto a livello locale. Non c'era mai stato un flusso di fondi del genere. Questa capacità di raccolta capillare è partita dopo la guerra in Bosnia, e non si è più fermata». I nuovi movimenti sociali e il risveglio del pacifismo sono il brodo di coltura che ha permesso a inedite reti di solidarietà di fermentare e maturare nel giro di pochi anni. Ne è un esempio il circolo Fuori Luogo di Torino. Nato nel 1997 dall'iniziativa di un gruppo di giovani universitari legati al collettivo .Zip, è ormai un punto di riferimento per i giovani simpatizzanti no global (ma non solo). In questo locale piccolo, essenziale e un po' futurista sono passati Luther Blisset, Marco Revelli, Aldo Nove; si tengono cineforum, si apre uno sportello di assistenza legale ai tossicodipendenti e, soprattutto, una sera al mese si fa solidarietà. Di recente, ad esempio, hanno devoluto metà del loro incasso a un progetto per i bambini del Gabon curato dall'ong Alisei, ma il loro impegno è costante: come indicano poster contro la guerra, volantini antiproibizionisti sparsi sui tavoli e, dietro il bancone del bar, i prodotti equo solidali, ingredienti essenziali degli aperitivi di solidarietà.
L'unico bar "solidale" noto in Italia è invece il milanese Chico Bar. Il nome deriva dalla cooperativa Chico Mendes, il maggiore punto vendita di prodotti equi a livello nazionale. Il Chico Bar si è ricavato il suo spazio due anni fa, all'interno della sede dell'emittente milanese Radio Popolare, dove offre (oltre agli aperitivi "politicamente corretti") uno sguardo sul mondo. Ma cosa vuol dire bar solidale? Che i proventi se ne vanno, per lo più, a finanziare il Sud del mondo. Che quello che si mangia e si beve arriva dal mercato equo, e che il bar in questione, ma questo è collaterale, ospita concerti e serate etniche: per esempio quella brasiliana, dove sono bandite Coca Cola e simili, ma si beve rigorosamente sciroppo di guaranà a corredo di noci dell'Amazzonia. Luogo di incontro per i soci della cooperativa (2.000 circa), il Chico Bar fa informazione e promozione per tutti, organizzando serate di vario genere: la conferenza del missionario appena rientrato dal Congo, le cene etiopi, gli incontri sul turismo responsabile...
Ma iniziative del genere si scoprono sempre più spesso anche nelle notti romane. Presso il Centro Sociale Brancaleone si organizzano serate a tema e spettacoli il cui ricavato è in parte devoluto in beneficenza. Una serata per tutte? "Tangherie d'amore", spettacolo di tango e poesie che raccontano della cultura e delle difficoltà di un paese, con parole e passi di danza. Ma è molto attivo anche il circuito del commercio equo, che entra sempre più nei ristoranti o nelle osterie biologiche, dove si allena il palato a gusti differenti. In estate poi le proposte si moltiplicano e le serate all'aperto si fanno coinvolgenti, come nel caso di Intermundia, il festival dell'intercultura.
Serate e luoghi che elaborano, a modo loro, un mondo migliore e possibile. Lo si
respira, ad esempio, al circolo Arci Isolotto, che ha avuto per nume tutelare
Sergio Staino, nel quartiere 4 della Firenze già capitale europea dei social forum. Erede
di quella che per i toscani è una vera istituzione, questa "casa del popolo" è
ormai ben lontana dall'assomigliare a un "covo di comunisti". Alle sacrosante
serate di tombola e ballo, si alternano quelle dedicate al dibattito politico. Qui si
riuniscono il laboratorio della democrazia di Pancho Pardi, la rete Lilliput fiorentina,
il Social forum. Non diversamente da quanto accade nella città di Asti, dove quello che
altrove è un insulto può diventare un invito cordiale: da queste parti, infatti, farsi
"mandare al diavolo" significa farsi augurare una sana bevuta al Diavolo
Rosso, locale "atipico" ricavato in una chiesa sconsacrata. Nato tre anni
fa, ha preso spunto dal nome di battaglia del leggendario ciclista astigiano Giovanni
Gerbi (già cantato in salsa jazz da Paolo Conte), ed è gestito da un'associazione di
volontari. Attraverso concerti d'autore (da Massimo Bubola a Pippo Pollina), spettacoli e
conferenze sostiene nuove attività (mercatini equi, dibattiti del Social forum, e così
via) e progetti di solidarietà. Le cene etniche più recenti, dedicate a Nepal, Palestina
e Senegal, hanno permesso di raccogliere oltre 6.000 euro, tutti devoluti a progetti di
cooperazione nei rispettivi paesi.
Insomma si va delineando un universo di esperienze composito, dinamico, verso il quale
inizia a posarsi lo sguardo delle ong. Perché questi luoghi, oltre a drenare banalmente
fondi, creano l'humus per la cultura della solidarietà di domani.
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Solidarietà popolareSecondo la Fund Raising School di Forlì, nel 2002, un italiano su due ha contribuito
di tasca propria a quel monte di 19 milioni di euro destinati a cause di solidarietà (in
un caso su tre ci si è rivolti verso il "Terzo Mondo"). Ma raccogliere fondi è
un'arte: non si tratta di "vendere" una causa, ammoniscono i manuali di
marketing, ma cercare di spiegarla. E di fronte all'attuale emorragia di fondi pubblici,
la cooperazione allo sviluppo dovrà imparare a battere nuove strade per alimentare la
propria azione. Le ong minori si muovono, per ora, con la circospezione di chi esplora una
realtà parzialmente nuova. Propongono iniziative una tantum, di
sensibilizzazione, ma senza strategie sistematiche. |
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Qualche "buon" indirizzo
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Volontari per lo sviluppo -
Agosto 2003
© Volontari per lo sviluppo