di Emanuele Fantini
Si scrive dumping, ma si può tranquillamente leggere "concorrenza
sleale". Si tratta di un termine inglese che spiega come mai, in un mondo dove oltre
un miliardo di persone deve sopravvivere con meno di un dollaro al giorno, una mucca
europea ne riceva invece ben due e mezzo e una sua collega giapponese addirittura sette.
Grazie a questa cospicua dote, l'Unione europea è diventata il secondo produttore e il
primo esportatore di carne bovina. In seguito alla crisi della mucca pazza e al crollo del
20% dei consumi di carne bovina in Europa, gli stock comunitari sono ulteriormente
aumentati e le mucche del continente hanno girato ancora di più il mondo. Germania e
Inghilterra hanno pensato bene di smaltire le loro eccedenze in Nigeria, esportandole al
patetico prezzo di 0,2 euro al chilo e destabilizzando i mercati locali.
Bingo? No, più semplicemente, dumping.
Nei manuali di economia, il dumping viene definito come la vendita di prodotti al di
sotto del costo di produzione e al di sotto del prezzo mondiale di mercato. Nella vita di
tutti i giorni questo si traduce, ad esempio, nel fatto che in Ghana il concentrato di
pomodoro prodotto in Italia costi cinque volte meno rispetto ai pomodori freschi locali.
Difficile da giustificare con il costo di manodopera più basso, o con minori spese di
produzione e trasporto. Il trucco sta infatti nei sussidi che i paesi industrializzati
concedono ai loro produttori per favorire lo smaltimento delle eccedenze agricole.
In Europa, tutto ha origine negli anni '50, quando i sei paesi fondatori dell'allora
Comunità economica europea, ancora traumatizzati dal recente passato di guerra e fame,
danno vita alla Politica agricola comunitaria (Pac). Gli obiettivi principali sono
garantire l'autosufficienza alimentare, migliorare la produttività e il tenore di vita
dei contadini. All'inizio è un successo, ma negli anni '70 gli alti livelli di
produttività raggiunti si traducono in saturazione del mercato e crescenti surplus. Oltre
alle eccedenze agricole crescono anche le polemiche e si moltiplicano progetti e tentativi
di riforma del sistema. Fino ad arrivare ai nostri giorni, quando la Pac costa 40 miliardi
di euro all'anno, e comporta 23 euro in più di spesa settimanale per ogni famiglia
europea. Un sacrificio per i consumatori che si traduce in un guadagno generale per i
produttori europei? Non sempre, visto che il 70% dei sussidi della Pac finisce nelle
tasche del 20% dei più grandi agricoltori europei. I piccoli produttori, che
rappresentano il 40% dell'agricoltura europea, ricevono soltanto l'8% dei sussidi.
Ma a rimetterci sono soprattutto i paesi in via di sviluppo. In base ai dati del Rapporto sullo sviluppo umano 2002, i sussidi alle esportazioni praticati dai paesi industrializzati, in particolare Unione europea e Stati Uniti, si traducono in 100 miliardi di dollari l'anno di perdite per mancati introiti da parte dei paesi in via di sviluppo. Una somma pari al doppio dell'intero ammontare dei fondi stanziati per la cooperazione allo sviluppo. Ma prezzi più bassi non dovrebbero favorire i consumatori e migliorare l'accesso al cibo di una buona fetta della popolazione ancora malnutrita? Il problema è più complesso, perché i prodotti sovvenzionati rappresentano una concorrenza insostenibile per i produttori locali: chi ci rimette sono soprattutto i piccoli agricoltori, che perdono mercati e lavoro, con pesanti ripercussioni per il tessuto sociale e la sicurezza alimentare del paese. Più della metà della popolazione mondiale dipende dall'agricoltura o dal lavoro agricolo per il suo sostentamento. Inoltre, non sempre i prezzi per i consumatori alla fine sono più bassi: i prodotti venduti sottocosto spesso vengono utilizzati dagli intermediari locali per manipolare i prezzi a proprio vantaggio, importando e stoccando grandi quantità prima del raccolto per abbassare i prezzi da corrispondere ai produttori locali. Una volta comprati a basso costo i raccolti locali, le importazioni diminuiscono e i prezzi risalgono. I contadini ci perdono, e i consumatori non ci guadagnano.
La necessità di riformare il sistema è sotto gli occhi di tutti. I politici europei ne hanno discusso per decenni e finalmente, il 26 giugno scorso a Lussemburgo, nel corso del consiglio dei ministri dell'agricoltura dell'Ue, hanno varato la riforma della Pac. Questa prevede in particolare di tagliare, a partire dal 2005, il legame tra gli aiuti diretti versati agli agricoltori e il livello della loro produzione, e istituisce un sistema di pagamento unico diretto alle aziende agricole, condizionando la concessione di aiuti ad alcuni criteri ambientali e di sicurezza alimentare. Decisamente soddisfatto il ministro dell'agricoltura italiano, Gianni Alemanno: «Il principale obiettivo della riforma della Pac era rendere meno distorcente il sostegno alla produzione e, di conseguenza, più offensiva ed efficace la posizione dell'Unione europea di fronte ai propri partner multilaterali». Ma i sussidi all'esportazione restano. E infatti, di tutt'altro avviso è Sergio Marelli, direttore generale della Focsiv: «Con la riforma della Pac, l'Unione europea ha perso una grande occasione per dimostrare di voler concretamente aiutare i paesi del Sud del mondo. La scelta di mantenere intatto il capitolo dei sussidi diretti all'esportazione dei prodotti agricoli è incomprensibile: l'Unione europea, in contraddizione con la sua filosofia di piena apertura dei mercati, continua a perseguire, quando le fa comodo, la via del protezionismo».
La partita si sposta adesso a Cancùn, dove sul tavolo della Conferenza ministeriale dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc) c'è anche la rinegoziazione dell'Accordo che regola il commercio internazionale di prodotti agricoli (Aoa). Ma quali sono le proposte e gli scenari? Per molti, la soluzione del problema si trova in una ricetta chiara e incontrovertibile: più commercio internazionale. In particolare, i paesi industrializzati dovrebbero aprire i loro mercati ai prodotti provenienti dai paesi in via di sviluppo, in modo da rivitalizzare e rilanciare le economie di questi ultimi. Alcuni intravedono anche un possibile scambio: apertura dei mercati agricoli dei paesi ricchi in cambio della liberalizzazione del settore dei servizi nei paesi in via di sviluppo, attraverso l'accordo Gats (Accordo generale sul commercio dei servizi), che tanto fa gola alle multinazionali del Nord. Ma la semplice apertura dei mercati non significa automaticamente maggior ricchezza per tutti i produttori del Sud. «Da un punto di vista teorico il ragionamento funziona - spiega Umberto Triulzi, professore di economia all'Università La Sapienza di Roma - L'apertura dei mercati crea maggiori opportunità di esportazione, ma il discorso non vale allo stesso modo per ogni paese e per ogni prodotto. Non sempre legare la propria agricoltura al mercato internazionale è una soluzione che si rivela vincente».
L'esperienza del Forum sulla Sovranità alimentare, che la società civile ha organizzato in contemporanea al Vertice Fao sull'Alimentazione (giugno 2002), ha inoltre dimostrato come molto spesso l'agricoltura orientata all'esportazione faccia a pugni con la sicurezza alimentare di un paese. Per esportare frutta in Europa a prezzi competitivi, ad esempio, si sottraggono risorse alle colture destinate al consumo interno, a vantaggio dei grandi gruppi agroalimentari e a svantaggio della produzione agricola familiare e contadina. «La chimera dei mercati ricchi opera un forte processo di "vampirizzazione" dei sistemi agrari locali, lasciandoli alla mercé dei prezzi essenzialmente politici che le derrate alimentari hanno sul mercato globale - spiega Antonio Onorati, presidente del Centro Internazionale Crocevia - La sicurezza alimentare è un problema troppo complesso per essere risolto attraverso mere logiche commerciali. Sarebbe molto meglio se l'agricoltura venisse esclusa dall'Omc e affidata alle agenzie delle Nazioni Unite competenti, come Fao e Ifad, anche perché la produzione agricola mondiale destinata all'esportazione rappresenta soltanto il 10% del totale, ma pretende di regolare con i suoi meccanismi l'intero sistema». Da ciò deriva una triste contraddizione: «La maggior parte di quel miliardo e duecento milioni di affamati del pianeta si concentra proprio tra i piccoli produttori agricoli».
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Dumping alimentare/1Cotone e riso: l'Africa non competeLa coltivazione di un ettaro di cotone negli Stati Uniti costa 1.100 dollari, contro i
250 dollari di un ettaro in Mali o in Ciad. Eppure gli Usa sono diventati il primo
produttore e, soprattutto, il principale esportatore mondiale di cotone. Le sovvenzioni
promosse dall'Unione europea attraverso la Pac (Politica agricola comunitaria), e dagli
Usa attraverso il Farm Bill, hanno stimolato artificialmente la produzione,
causando sovrapproduzione e una vertiginosa caduta del prezzo del cotone sui mercati,
ridottosi di due terzi dal 1995. Con grave danno per quei paesi, come il Burkina Faso, per
cui il cotone rappresenta la principale coltura d'esportazione. «In Burkina - spiega
l'agronomo Riccardo Capocchini, responsabile del Cisv nel paese - i produttori di cotone
hanno da sempre ricevuto fertilizzanti e sementi a credito da una società, la Sofitex,
originariamente con capitale francese e oggi con capitale statale e privato. I rimborsi
avvenivano al momento del raccolto, sulla base del prezzo d'acquisto stabilito
dall'impresa cotoniera. A partire dal 1998, i contadini si sono organizzati nell'Unione
nazionale dei produttori di cotone burkinabé (Unpcb), acquistando il 30% del capitale
della Sofitex e riuscendo a imporre condizioni più eque per i produttori. Ma, come
risultato del dumping praticato negli ultimi anni e dell'abbassamento del prezzo di
vendita, la Sofitex non riesce più a fornire sementi e fertilizzanti a prezzi agevolati,
per cui i produttori non possono più coltivare il cotone. L'unica alternativa è quella
di rivolgersi direttamente al mercato, dove i prezzi sono carissimi. L'aumento dei costi
di produzione ha poi fatto salire il prezzo finale del cotone africano, ormai meno
competitivo rispetto al prezzo mondiale». |
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Dumping alimentare/2Latte europeo, Giamaica in polvereSecondo i dati della Commissione europea, nel 2001 un terzo dei sussidi europei all'esportazione sono stati destinati alla produzione di latte e derivati. In particolare, l'Unione europea risulta essere il maggior esportatore di latte scremato in polvere. Ciò ha causato non pochi problemi, ad esempio, ai produttori della Giamaica, che nel 1992 ha abbassato le barriere doganali all'importazione di latte, e per compiacere la Banca mondiale ha eliminato i sussidi ai produttori locali. Ciò si è tradotto in una rapida crescita della quota di latte importato dai paesi europei, che nel 2000 ha raggiunto il 67% del totale. La disponibilità di latte in polvere importato ha spinto l'industria alimentare giamaicana a voltare le spalle al latte fresco locale, con particolare danno per i piccoli allevatori costretti a distruggere buona parte della loro produzione: 500.000 litri di latte sono andati buttati tra il 1998 e il 1999. |
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Dumping ecologicoI conquistadores transgeniciDegrado dei suoli, abuso di fertilizzanti chimici, smaltimento attraverso
l'esportazione sui mercati dei paesi in via di sviluppo di prodotti non conformi alle
norme di salute pubblica dei paesi industrializzati: sono solo alcuni esempi di come la
corsa all'abbassamento dei costi di produzione spesso avvenga a scapito della tutela
dell'ambiente e degli ecosistemi. «Il Sud America si sta trasformando in terra di
conquista per l'industria biotecnologica: in forme legali, come in Argentina, o
fraudolente, come nel sud del Brasile»: è l'allarme lanciato dagli attivisti di
Greenpeace. Dal 1996, anno in cui la Monsanto ha ottenuto l'autorizzazione a
commercializzare la propria soia Roundup Ready, geneticamente modificata per
tollerare l'erbicida Round-up (sempre prodotto da Monsanto), la produzione di
soia è raddoppiata e per il 90% è ormai costituita da soia geneticamente modificata. |
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Dumping socialeDiritti sindacali calpestatiNella rincorsa forsennata al prezzo più competitivo tra imprese e paesi, spesso la
strategia adottata è quella di pagare il minimo indispensabile e di sfruttare al massimo
la forza lavoro. «La prossima Conferenza dell'Organizzazione mondiale del commercio si
terrà proprio in un continente in cui questo tipo di pratica si sviluppa all'interno
delle cosiddette "zone franche"». Lo denuncia Cecilia Brighi, responsabile del
dipartimento internazionale del sindacato Cisl. |
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A colloquio con Pascal LamyEcco perché liberalizzare il commercioIl rappresentante del commercio europeo, Pascal Lamy, è in marcia verso Cancùn con uno sconosciuto eurobagaglio di proposte che i membri dell'Ue gli hanno affidato in vista del Vertice autunnale dell'Organizzazione mondiale del commercio. Una tappa di mezzo cammino in vista del negoziato finale, fissato nel 2004. Lamy non chiude la porta in faccia alle ong che vorrebbero incontrarlo, ma si capisce benissimo che, almeno per lui, il dumping non sarebbe un problema. «Tutto gira intorno agli affari» premette l'eurocommissario, relegando subito nel recinto del velleitarismo molte proposte della società civile. «Una maggiore apertura dei nostri mercati ai prodotti agricoli di altri paesi - afferma Lamy - insieme alla riduzione di aiuti interni e alle esportazioni fanno parte della trattativa». Cioè li calerete sul tavolo per raggiungere, ad esempio, qualche compromesso nella
privatizzazione dei servizi? Pensa che nel settore agricolo ci siano regole giuste a livello mondiale? Come si fa ad appropriarsi di un negoziato dominato dalle regole dei più potenti? Come rappresentante del commercio europeo quindi lei non vede colpevoli nell'ambito
della politica commerciale? L'Ue si sente la coscienza a posto? Il divario tra Nord e Sud è sempre più
ampio... Stati Uniti e Ue si fronteggiano sul versante degli ogm. Resisterà la moratoria
europea alle trattative di Cancùn? |
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Campagna No DumpingA che punto siamo"On. Silvio Berlusconi, Dear Mr. Pascal Lamy": è questa l'intestazione delle
cartoline della campagna "No Dumping", che chiede l'abolizione dei sussidi alle
esportazioni europee e un commercio internazionale più trasparente. Alla campagna,
promossa da Volontari nel mondo-Focsiv e dal settimanale Vita, hanno aderito numerose
associazioni, tra cui Amici della Terra, Arci, Banca Etica, Centro Internazionale
Crocevia, Cisl, Cipsi, Greenpeace, Legambiente, Manitese, Movimondo e Wwf. Le cartoline
inviate via posta o via Internet hanno superato quota 50 mila e sono state consegnate il 5
settembre al Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri dell'Ue, riuniti a Riva del Garda,
in vista della Conferenza di Cancùn. |
Volontari per lo sviluppo -
Agosto 2003
© Volontari per lo sviluppo