di Alfredo Somoza
Tra le tante novità in ambito italiano riguardanti la declinazione pratica dei
principi della sostenibilità e della responsabilità turistica, l'esperienza della
Pescaturismo è forse quella più dirompente. E non ci voleva tanto, in un paese con 8.000
chilometri di costa e pochissima o scarsa cultura marina, dove milioni di bagnanti si
assiepano sulle spiagge, ma pochi affrontano le onde, la voglia di "uscire in
mare" per vivere un'esperienza per certi versi unica.
Da questa consapevolezza nasce nel '99 l'esperienza della Pescaturismo, un'attività
integrativa alla pesca artigianale che offre la possibilità agli operatori del settore di
ospitare a bordo delle proprie imbarcazioni un certo numero di persone in aggiunta
all'equipaggio per lo svolgimento di attività turistico-ricreative. I pescatori
artigianali, specie "in via di estinzione" per colpa del calo della pescosità
delle acque del Mediterraneo, per la concorrenza della pesca industriale e per la durezza
del lavoro che allontana i giovani, diventano all'improvviso protagonisti di un tipo di
turismo che a tutti gli effetti è "responsabile", sostenendo la piccola
imprenditoria locale, salvaguardando la cultura del mare, valorizzando le infrastrutture
esistenti e diffondendo principi di tutela dei vecchi mestieri e della vita naturale.
Questa piccola rivoluzione, che estende la pratica del turismo responsabile alle coste
e alle zone costiere protette italiane, è stata possibile grazie a un decreto
ministeriale del '99 che autorizza lo svolgimento di attività nell'ottica della
divulgazione della cultura del mare e della pesca, come ad esempio brevi escursioni lungo
le coste, l'osservazione delle attività di pesca professionale, la ristorazione a bordo o
a terra, la pesca sportiva e tutte quelle attività finalizzate alla conoscenza e alla
valorizzazione dell'ambiente costiero che possono servire ad avvicinare il grande pubblico
al mondo della pesca professionale. Dopo due anni, oltre 100.000 persone hanno partecipato
alle proposte di pescaturismo in molte località italiane, da Punta Campanella in Campania
a Lipari e nella Valdèmone in Sicilia, ma anche nelle lagune venete, nell'Arcipelago
Toscano, nelle piccole isole della Sardegna e lungo le affascinanti coste liguri.
Una tipica giornata di pescaturismo inizia al mattino, uscendo in mare a salpare le reti
calate la sera prima. Succede ad esempio nell'area sorrentina, dove le cinque imbarcazioni
della cooperativa Ulixes partono intorno alle nove. «Di solito facciamo piccola pesca -
racconta Maria Grazia Gargiulo della Ulixes - a volte si può pescare con la lenza ma
soprattutto con la nostra barca storica, la Santa Rosa, facciamo la pesca del
parapandalo». Un tipico gamberetto, pescato con tradizionali strumenti in giunco
nell'area marina protetta di Punta Campanella, che ha spopolato all'ultimo Salone del
gusto di Torino. Il costo di una giornata sul mare è di 52 euro.
Punto da non sottovalutare, se il turismo diventerà un'attività complementare di una
certa consistenza rispetto a quella tradizionale della pesca, è che sarà meno doloroso
programmare periodi più lunghi di protezione ittica e ampliare le zone protette dove
viene interdetta la pesca.
Questa parziale riconversione dovrebbe però avvenire senza traumi, perché il turismo con
i pescatori esalta la cultura centenaria della gente del mare e potrebbe attirare
nuovamente sulle barche i giovani che preferiscono lavori sulla "terraferma".
Dal successo della pescaturismo nasce ora l'ittiturismo, che consiste in un'attività di
ospitalità esercitata dai pescatori, nelle proprie abitazioni o in appartamenti
indipendenti, con l'offerta di servizi di ristorazione e degustazione dei prodotti tipici.
In poco tempo, cioè, si è passati dalla gita di giornata all'ospitalità diffusa. Una
specie di bed & breakfast marinaro che si pone come alternativa all'affollamento e
all'omologazione del turismo di massa. In questa ottica la Lega Pesca, principale soggetto
propulsore di queste iniziative, promuove attraverso le sue cooperative affiliate il
progetto turismo con i pescatori, con lo scopo di ripristinare aree soggette a degrado,
come antichi borghi marinari e località isolate da problemi storici e logistici. Con i
segni ancora vivi del suo passato latino, ecco che si potrebbe per esempio sostare
nell'arcipelago delle Egadi, dove una cinquantina di posti letto sono messi a disposizione
dalle famiglie dei pescatori del posto, con i quali si trascorre la giornata e si
condividono i segreti del mestiere. Da quelle parti riassumono il turismo ittico come un
modo per "imparare la fatica di un mestiere vecchio quanto l'uomo, capire quanto è
difficile convivere con il mare, carpire i suoi segreti, adattarsi ai suoi capricci".
Tre righe che condensano un patrimonio di saggezza. Il presidente della cooperativa
trapanese di San Giuseppe, Salvatore Braschi, parla del passaggio all'ittiturismo della
sua isola, Marettimo, come di una svolta.
«La pesca in generale va male - spiega Braschi tra i rombi del suo aliscafo - quindi
serve diversificare l'attività. Noi con l'ittiturismo abbiamo fatto una scelta di
sviluppo ecocompatibile».
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Un marchio di qualitàIl consorzio Pei (Progetto economia ittica)-turismo con i Pescatori nasce nel '98 su
iniziativa di Lega Pesca e oggi associa una ventina di cooperative di pescatori, attivi
dalla Sicilia alle lagune venete, dalla Sardegna alle coste liguri. Grazie ad alcune
agevolazioni pubbliche, i pescatori hanno potuto dotare le barche e le abitazioni di
quanto occorre per la ricezione degli ospiti, che resta comunque volutamente spartana. Una
camera matrimoniale con bagno costa dai 45 ai 55 euro a notte, mentre affittare per un
mese un appartamento con 5 posti letto dai 115 ai 140 euro. È stato definito un marchio
"turismo con i pescatori", che serve a garantire al pubblico la qualità dei
servizi offerti. Il consorzio aderisce ad Aitr. |
Volontari per lo sviluppo -
Maggio 2003
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