di Andrea Cairola
La giornalista kazaka Irina Petrushova avrebbe potuto essere ridotta al silenzio dalla minaccia contenuta in un bigliettino, infilzato con un pugnale nella carcassa di un cane sgozzato lasciato davanti al suo giornale: "Non ci sarà una prossima volta". Ma la coraggiosa giornalista ha continuato con le sue inchieste contro la corruzione nel governo kazako, subendo altre minacce e ritorsioni, fino ad essere costretta a espatriare. Finora il lugubre monito è valso solo per i nemici di Irina: non c'è stata un'altra volta in cui un Petrushov sia stato messo a tacere dalla violenza, come era accaduto al padre, anche lui giornalista. Il 26 novembre il Comitato per la protezione dei giornalisti, organizzazione con sede a New York, ha premiato il coraggio di Irina consegnandole il premio internazionale per la libertà di stampa.
La passione per il giornalismo dev'essere un dono di famiglia nella stirpe dei
Petrushov. Nel 1982 il padre di Irina, Albert Petrushov, era stato inviato dalla Pravda a
smascherare la corruzione nella repubblica sovietica del Kazakhstan. Dieci anni di
inchieste e scandali lo resero uno degli uomini più temuti dai "khan rossi"
travestiti da dirigenti comunisti. E quando, con lo sfaldamento dell'Urss, gli stessi capi
clan ex-comunisti si convertirono in artefici della nascente repubblica kazaka, decisero
di sbarazzarsi del giornalista venuto da Mosca. In circostanze misteriose, come in un film
sulla guerra fredda, un'auto investì Petrushov. Mentre era svenuto, mani rapide
sottrassero dalle tasche un manoscritto dove il giornalista ricostruiva un decennio di
retroscena della politica kazaka. Quando Albert Petrushov si risvegliò, il trauma cranico
aveva cancellato per sempre la sua memoria.
La figlia Irina, 37 anni, non ha però dimenticato le parole che il padre, "buon
comunista ma anche buon giornalista", le ripeteva quando era ancora lucido: "Se
credi che quello che fai sia giusto, vai avanti". Lei ha creduto nella necessità di
avere un giornale indipendente nel Kazakhstan, che Reporters sans frontières
colloca al 116° posto nella classifica mondiale della libertà di stampa. Il paese dove
la censura e le minacce sono all'ordine del giorno, e una figlia del presidente Dariga e
il genero Rakhat Aliev controllano i principali media del paese, inclusa la
popolare rete televisiva Khabar.
Terra di tribù nomadi, gulag e poligoni nucleari, il Kazakhstan unisce le montagne
dell'Asia centrale alle steppe. Stretto tra Cina, Afghanistan, Russia e Iran, dopo
l'indipendenza il più esteso paese centroasiatico ha vissuto una riedizione del
"grande gioco" per la conquista di un nodo geopolitico fondamentale: in palio
l'influenza su territori strategici ma anche il petrolio del Caspio. In dieci anni,
destreggiandosi abilmente tra le avances occidentali e i legami tribali,
l'ingegner Nursultan Nazarbaiev, ex leader del partito comunista kazako, ha saputo
consolidare un potere quasi illimitato accentrato sulla sua persona. "La mafia e la
corruzione sono al governo" riassume senza mezzi termini la Petrushova intervistata
da Volontari per lo Sviluppo.
Irina Petrushova ha seguito il consiglio del padre ed è andata avanti in quello che credeva. Due anni fa ha fondato il quotidiano Respublika. Dalle colonne del suo giornale ha cominciato a denunciare favoritismi e nepotismi da khanato feudale. Come quella volta che un aereo di linea fu sequestrato all'aeroporto per far viaggiare una figlia del presidente, da sola. Il motto di Petrushova è: "se non pubblichiamo noi chi lo fa". Ma in Kazakhstan quello di giornalista è un mestiere pericoloso, tanto più se si è di etnia russa. I cittadini di etnia kazaka costituiscono infatti il 45 per cento della popolazione, e la principale etnia antagonista è quella russa, che costituisce circa un terzo degli abitanti. Tra kazaki e russi scorre un odio atavico, frutto di anni di contrapposizione. Per secoli, durante l'impero zarista prima e sovietico poi, gli slavi hanno sottomesso le popolazioni nomadi dell'Asia centrale. Ora i clan kazaki sono al potere e sembrano volerla far pagare ai russi rimasti nel loro territorio, che per ironia della storia sono in genere i discendenti degli oppositori deportati nei gulag. "Da russa - spiega Irina Petrushova, occhi azzurro-verdi - per vivere e lavorare in Kazakhstan bisogna avere amicizie nelle alte sfere".
Il punto di non ritorno il giornale Respublika lo supera quando nella
primavera scorsa comincia a indagare sull'esistenza di conti privati in Svizzera intestati
al presidente-dittatore. Quello dei conti all'estero era un segreto di pulcinella, in un
paese dove la corruzione è ovunque e da anni si parla di figlie scarrozzate in giro per
il mondo su jet privati e di ville faraoniche in Costa Azzurra. Sapevano delle fortune
nascoste i manager delle multinazionali del petrolio costretti, ogni pochi mesi, a
rinegoziare gli accordi segreti intessuti con le dirigenze kazake. Sapeva o almeno intuiva
il terzo dei cittadini che vivono sotto la soglia di povertà, e nelle città vedono
sfrecciare fuoristrada di lusso con i vetri fumé che entrano nelle sontuose dimore
presidenziali. Tutti sapevano. Ma Irina Petrushova ha avuto il coraggio di scriverlo. Lo
scandalo è esploso, e il presidente è stato costretto ad ammettere l'esistenza di conti
in Svizzera per l'ammontare di un miliardo di dollari.
Mentre lo scandalo cresce, crescono anche le intimidazioni. Un mattino il direttore della
tipografia dove Respublika era stampato trova sulla soglia di casa un cranio
umano. Non se la sente di fare l'eroe, e la Petrushova si ritrova a stampare in proprio il
giornale con i suoi collaboratori usando una fotocopiatrice. A maggio 2002 l'avvertimento
del cranio sgozzato, questa volta di cane, compare appeso alle inferriate della sede del
giornale. Pochi giorni dopo alcune molotov devastano la redazione. La polizia prima
attribuisce il gesto a non ben identificati "teppisti"; poi cambia idea, decide
di prendere due piccioni con una fava e arresta il socio di Irina, Muratbek Ketebaev,
accusandolo di aver architettato l'attentato.
Insieme agli attentati arrivano le pressioni legali. Il sistema giudiziario comincia a
"fabbricare" quelle che la Petrushova definisce "accuse arbitrarie".
È il vecchio metodo del compromat, inventato dal Kgb e tuttora comune nei
territori dell'ex Unione Sovietica, dall'Ucraina all'Uzbekistan. Per
"compromettere" l'avversario si fabbricano accuse infondate, possibilmente
infamanti. Il resto lo fanno sistemi giudiziari di parte. Com'è avvenuto per Daniar
Rahmanovich Ashimbaev, giornalista kazako arrestato un anno fa per "detenzione di
stupefacenti", una messa in scena, secondo le denunce di molti suoi colleghi. Ultima
presunta vittima del sistema del compromat in Kazakhstan è il giornalista
antigovernativo Sergei Duvanov, arrestato il 27 ottobre per "stupro di
minorenne", accusa che il giornalista rigetta con tutte le sue forze.
Dopo le inchieste sui conti in Svizzera, l'ora del compromat scocca anche per la
Petrushova. La prima accusa è quella di "attività imprenditoriale illegale".
La giornalista è condannata alla confisca dei beni e a 18 mesi di carcere con la
condizionale. La pressione sulla famiglia cresce e la Petrushova assolda guardie del corpo
per proteggere i figli e il marito. Colleghi giornalisti continuano a subire violenze. Due
"drogati" - secondo le ricostruzioni della polizia - irrompono nella redazione
del giornale d'opposizione Soldat e picchiano a sangue due redattori. Ma la
piccola comunità di penne libere di Almaty è scossa da un episodio di particolare
efferatezza. Leyla Baisetova, figlia della giornalista Lara, scompare poco dopo che la
madre ha pubblicato su Soldat un'intervista a funzionari svizzeri sempre a
proposito dei conti all'estero del presidente. Il 21 giugno 2002, la polizia del distretto
Medeo di Almaty comunica alla madre che Leyla si è suicidata in prigione, in
seguito a un arresto per detenzione di droga. La International Helsinki federation,
un'associazione per la tutela dei diritti umani, afferma di aver raccolto informazioni
attendibili su segni di tortura e di violenza sessuale reperiti sul corpo di Leyla. La
polizia ha respinto la richiesta della madre Lara di compiere un'autopsia sul corpo della
figlia "suicida".
La situazione nel paese precipita. Dopo l'11 settembre il Kazakhstan, a maggioranza
moderatamente musulmana, si è schierato contro il terrorismo, e come merce di scambio gli
alleati occidentali sembrano sempre più disposti a chiudere tutti e due gli occhi di
fronte alle sistematiche violazioni dei diritti umani e della libertà di stampa. Contro
la Petrushova si aprono tre nuovi procedimenti giudiziari. "Le accuse sono assurde e
fabbricate - afferma la giornalista kazaka a VpS - stavano per mettermi in carcere e
rischiavo la vita e il silenzio". Irina capisce che non ha senso rischiare oltre e
con riluttanza decide di lasciare il paese. Scappa a Mosca e si mette a redigere il
giornale a distanza, via Internet.
Il 26 novembre Irina Petrushova sarà al Waldorf Astoria di New York per ritirare la
12esima edizione del prestigioso premio internazionale per la libertà di stampa,
assegnato dal Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj). Dopo la cerimonia tornerà
a Mosca. Una voce libera dei Petrushov continuerà a scrivere sul Kazakhstan, dalla
capitale della Federazione Russa. Nella speranza di non essere zittita dalla serie di
emendamenti restrittivi alla legge federale sulla stampa votati di recente dalla Duma, nel
clima di allarme socio-politico scatenato dal sequestro nel teatro di Mosca compiuto dai
ceceni.
Volontari per lo sviluppo -
Dicembre 2002
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