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Nel labirinto delle proposte formative

Di che Master sei?

Sono sempre di più i giovani che vogliono dedicarsi alla cooperazione, per solidarietà con i poveri o per ambizioni di carriera internazionale. Per loro, si moltiplicano corsi e master, anche molto costosi. Ma servono davvero?
La nostra indagine.

di Paola Barsottelli

Che cosa si studia per diventare volontari internazionali o cooperanti? Ong e organismi internazionali impiegano, di solito, persone che hanno una laurea e, qualche volta, una specializzazione. In genere chi scopre la vocazione per la cooperazione internazionale lo fa verso la fine del corso di laurea, e molti poi cercano di specializzarsi con un master. La scelta oggi è molto ampia, non priva d'incertezze e di qualche "trabocchetto".
Il primo dilemma sta nel decidere se si vuole seguire un vero master, per una durata di 9-12 mesi in media, collegato a un'università e riconosciuto dal Senato accademico, oppure se frequentare uno dei molti corsi più brevi, definiti impropriamente master, che non hanno alcun riconoscimento ufficiale, ma non sono necessariamente meno utili. Bisogna poi decidere dove, che cosa studiare e quanto ci si può permettere di spendere. Lavorare nei paesi poveri non è sempre a buon mercato: le tariffe dei corsi oscillano tra i 2500 e i 4000 euro, escluse naturalmente le spese di vitto e alloggio e il mancato guadagno per chi prima lavorava. A questo vanno aggiunte le spese legate allo stage nei paesi in via di sviluppo, che è in genere a carico del partecipante.
Ogni master ha caratteristiche specifiche; da quello storico di Pavia, molto solido concettualmente e nelle materie economiche, all'ultimo nato, il master universitario in Interventi Relazionali in contesti d'emergenza, organizzato dall'Università Cattolica di Milano per chi vuole lavorare nel settore dell'umanitario. Vediamo che cosa si studia: nel giro di pochi anni i programmi sono già cambiati, qualche corso è defunto, altri hanno cambiato fisionomia, altri ancora sono stati creati per far fronte a esigenze più significative. A Pavia, Milano (Statale), Ferrara e Roma ci si specializza in cooperazione allo sviluppo in genere, a Reggio Calabria e Milano si studia invece per gestire progetti di sviluppo, a Bologna l'accento è sulla dimensione educativa della cooperazione, a Portogruaro (Università di Trento e Padova) si studia la cooperazione nelle aree balcaniche, a Padova, infine, ci si occupa solo di cooperazione allo sviluppo nelle aree agricole.
I partecipanti ammessi vanno da 20 a 45, a seconda dei corsi, e al termine di ogni master è previsto uno stage, della durata variabile da uno a tre mesi.

Il miraggio dello stage

Lo stage è, di fatto, lo strumento utilizzato in tutti i master per verificare la compatibilità dei partecipanti rispetto alla carriera che sognano. Infatti la maggior parte di coloro che affrontano la selezione e poi il corso sono neolaureati, con poca o nessuna esperienza, quindi lo stage diventa una verifica della compatibilità "di carattere" rispetto al lavoro nei paesi poveri. Tutti a fare lo stage, dunque; con grande entusiasmo e tanti ostacoli da superare. Spesso, le università non sono organizzate per assicurare uno stage a tutti; le ong che partecipano all'organizzazione dei master assorbono una parte minima degli studenti, per il resto ciascuno deve spesso trovarsi da solo l'organizzazione con cui lavorare. E le spese? Di solito, a carico del singolo. Vivere un mese in Tanzania sul progetto di una ong non costa molto, ma a pesare è il viaggio; per chi invece punta agli organismi internazionali le spese sono gravose. Allora, tutti a lavorare gratis (e fin qui niente di male), ma con quali prospettive? Scarse, si direbbe, a giudicare dai risultati finali.
Qui si arriva al cuore della questione; i master sono corsi di specializzazione universitaria, non garantiscono né un impiego, né il lavoro ideale. Sono una parte dell'iter di formazione e non, come a volte si fraintende, una sorta di apprendistato di alto livello.
"Un master è un bel pezzo di carta" sintetizza un po' crudamente Ivano Zoppi, responsabile per la cooperazione internazionale di AiBi, un'ong di Melegnano (Mi) con progetti di tutela dei minori in molti paesi. "I ragazzi che arrivano dai master sono ben preparati, ma la preparazione è tipicamente universitaria, teorica e un po' generica. Un'ottima cosa, ma non sufficiente, soprattutto perché per lavorare nelle ong serve una verifica della compatibilità del singolo con il lavoro che vorrebbe fare".

Sbocchi modesti

Qual è quindi l'opinione dei potenziali "datori di lavoro"? La prima sorpresa è che, nelle ong, di specializzati in cooperazione se ne incontrano proprio pochini: fra la quindicina di associazioni interpellate, solo un'esigua minoranza ha in forza persone dotate di master. Non più di cinque-sei persone in totale. Tutti in organismi di grandi dimensioni, i cui addetti alla selezione ribadiscono che il master non è mai, comunque, un elemento discriminante nella scelta di un candidato. Piuttosto, secondo Angelo Locatelli di Acra (Milano), il percorso master ha sostituito in alcuni casi i tradizionali percorsi di selezione e formazione interna, che duravano mesi e che oggi quasi nessuno fa più.
E le altre ong? Le piccole e medie spesso non hanno mai avuto tra loro nessuno specializzato; qualcuna ha ospitato stagisti, in Italia o all'estero, ma poi ne ha perso le tracce. Come mai? "Forse perché le ong non hanno risorse sufficienti per offrire a questi ragazzi le opportunità di carriera che si aspettano. Questo frena le associazioni, il timore che i ragazzi vogliano più carriera e più scelta di quella che possiamo dargli. Noi poi li percepiamo un po' snob: quando c'è da scegliere dove fare uno stage, preferiscono gli organismi internazionali o i progetti grandi, per dare maggior valore aggiunto a una specializzazione che costa parecchio". Secondo Attilio Ascani del Cvm di Ancona, invece, il problema sta nella genericità dei master: "Le ong cercano persone più specializzate per i progetti all'estero, non generalisti dello sviluppo. Un bravo esperto in attività di prevenzione e cura dell'Aids sarebbe molto più utile di un diplomato in sviluppo. In più, le ong spesso non hanno abbastanza ricambio interno per assorbire tutti questi specializzati". Appunto: dove finiscono? A giudizio di chi li ha assunti o ospitati per gli stage, il loro obiettivo sono le grandi organizzazioni (Onu, Ue, Ministero degli Esteri) oppure le Agenzie che lavorano nelle emergenze. Circa la metà degli specializzati riesce a lavorare nella cooperazione allo sviluppo, un'esigua minoranza rimane a collaborare con le università o gli enti di formazione, molti finiscono per fare un altro mestiere.
Vale la pena sentire l'opinione anche degli studenti. La valutazione dei master è positiva, dal punto di vista informativo e formativo, ma molto meno entusiasmante quando si considerano l'organizzazione dei corsi, l'accompagnamento per gli stage e gli sbocchi effettivi.

Esperienze a confronto

Secondo Cristina Bollini, diplomata al corso di Cooperazione allo sviluppo e gestione dei progetti della Statale di Milano, il problema essenziale è che i master dicono di preparare dei progettisti (formulazione e gestione di progetti nei paesi in via di sviluppo), mentre queste funzioni sono le più delicate nelle ong, quindi vengono affidate solo a esperti interni. Il progettista è una persona d'esperienza, solidamente radicata nell'associazione, non certo un neodiplomato con poca esperienza sul campo. Allora il "neoprogettista" non può pensare di entrare nelle ong, ma solo di collaborare esternamente, per brevi missioni o lavori di valutazione. Ancor più probabile è che trovi un impiego, non fisso, in enti di sostegno e consulenza, che lavorano ad esempio con il microcredito o l'imprenditoria nei paesi poveri.
L'esperienza può anche rivelarsi deludente; per Giovanni De Siervo, il master in Humanitarian Assistance organizzato alla Sapienza di Roma qualche anno fa è stato una vera delusione: pessima organizzazione, insegnanti non eccelsi, nessun supporto per lo stage, opportunità minime. Eppure lo stesso corso, finanziato dall'Unione europea, in altri paesi europei funziona benissimo... In sostanza, nel panorama dei corsi master in Italia manca soprattutto un controllo di qualità. Gli sbocchi rimangono comunque limitati. Ma Giovanni ha ugualmente trovato la sua strada: tre anni in Kosovo, con una ong italiana e con gli Unv (i volontari delle Nazioni Unite), poi il rientro in Italia. E poi, un'altra possibilità di specializzazione, questa volta in peacekeeping: la Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa. Corsi brevi, tenuti da specialisti di grande esperienza, fortemente focalizzati su temi specifici, che permettono una vera crescita professionale. In genere, va detto, i partecipanti ai corsi brevi sono persone di maggiore esperienza e richiedono un approccio formativo molto più pratico, e i risultati in termini di soddisfazione (soggettiva) sono mediamente migliori rispetto a quelli registrati dai master.
Così torniamo al punto di partenza: meglio i master o altri corsi più specifici e meno lunghi? Per un giovane che punta agli organismi internazionali, meglio una breve esperienza possibilmente sul campo e poi un master; per chi vuole lavorare nelle emergenze e nelle ong, meglio una professionalità specifica, esperienza sul campo e poi specializzarsi con corsi brevi, fortemente focalizzati, che permettano una crescita e una sistematizzazione della propria professionalità.

I principali Master in Italia

Master Universitario in Interventi Relazionali in contesti d'emergenza
Durata di un anno. Costo: 2600 €. Numero partecipanti: 30. Frequenza obbligatoria e stage. Info: Facoltà di Scienze della Formazione, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Tel. 02/72343860; e-mail: master.unicatt@mi.unicatt.it; web site: www.unicatt.it/masteruniversitario

Master Universitario Internazionale in Cooperazione allo Sviluppo
Durata 480 ore. Costo: 4.000 €. Numero partecipanti: 30. Frequenza obbligatoria e stage di tre mesi. Info: Università degli Studi di Pavia. Tel. 0382/538768; e-mail: iuss@unipv.it; web site: www.unipv.it/iuss/esascs

Master in Analisi e Gestione di progetti di sviluppo
Durata: nove mesi. Costo: 1807 € (scorsa edizione). Agevolazioni, borse di studio, vitto, alloggio: 5 borse da 1000 € l'una. Numero partecipanti: 25. Frequenza obbligatoria e stage. Info: Cric-Univ.di Milano-Univ.di Reggio Calabria. Tel. 02/76074531-0965 812345; e-mail: master.ong@unimi.it/cricit@tin.it; web site: www.eco-dip.unimi.it, www.cric.it

Master Universitario di secondo livello sulla dimensione educativa della Cooperazione Internazionale
Durata 1500 ore. Costo: 2067,64 €. Numero partecipanti: 45. Frequenza obbligatoria e stage. Agevolazioni, borse di studio, vitto, alloggio. Info: Università degli Studi di Bologna. Tel. 051/2098442; e-mail: masterci@scform.unibo.it; web site: www.scform.unibo.it/mastercooperazione

Master in Cooperazione nei Balcani
Durata 1180 ore. Costo: 4000 €.Frequenza obbligatoria e stage di 420 ore. Info: Università di Trento e di Padova Tel. 0421/280140; e-mail: master.pecob@unipd.it; web site: www.formazione.unipd.it/master/pecob/index.htm

Master in Interventi Relazionali in casi di Emergenza
Durata 170 ore. Costo: 2600 €. Numero partecipanti da 20 a 30. Frequenza obbligatoria e stage. Info: Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Tel. 02/72343860; e-mail: master.universitario@mi.unicatt.it; web site: www.unicatt.it/masteruniversitario

Master in Cooperazione e Progettazione per lo Sviluppo
Durata 12 mesi, lezioni part time di sera e nei week-end. Costo: 3873, 43 € scorsa edizione. Numero partecipanti: 40. Frequenza obbligatoria e stage. Info: Università Sapienza di Roma - Cirps Tel. 06/7092079; e-mail: laura.delcampo@uniroma1.it

Master in Cooperazione allo Sviluppo nelle aree rurali
Tra i 12 e i 25 partecipanti, prevede stage finale. Info: Facoltà di Agraria dell'Università di Padova. Tel. 049/8272534; e-mail: elena.pisani@unipd.it; web site: www.agraria.unipd.it

Volontari per lo sviluppo - Dicembre 2002
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