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Reportage

Volti italiani

Una serie di visi catturati dagli obiettivi dal fotografo Ivano Di Maria, storie di fughe interminabili dai propri paesi: persecuzioni, fame o semplice voglia d'avventura. Poi l'arrivo in Italia. Con un denominatore comune: il lieto fine.

"Storie di vita. Persone partite dal proprio paese cariche di speranze. Per tanti una scelta obbligata, dettata da condizioni economiche al limite della sopravvivenza, dall'endemica mancanza di lavoro, dalle guerre intestine, "civili", fratricide, dalla povertà che parla la stessa lingua al Sud e all'Est del mondo. Per altri una scelta meditata, il voler ricominciare in un'altra realtà, spinti semplicemente dalla curiosità o da un incontro amoroso. Per tutti, comunque, la difficoltà di inserirsi in un paese nuovo, che offre concrete opportunità di riscatto ma a prezzo di differenti e precise regole sociali, di pregiudizi e semplificazioni stereotipate nei confronti degli stranieri. Per un anno intero li ho frequentati assiduamente, sono entrato nelle loro case, ho conosciuto i loro figli, mi sono sentito uno di loro. Oggi più che mai sono convinto che ogni uomo ha diritto alla propria dignità (un lavoro, una casa, una famiglia, un progetto per la propria vita, per piccolo che sia) ovunque scelga di vivere. Solo così ci si sentirà tutti un po' meno stranieri".

Ivano Di Maria
fotografo nato a Udine nel 1967 e laureato al Dams di Bologna con una tesi sulla fotografia psichiatrica, ha pubblicato con Franco Angeli il libro fotografico: Relazioni terapeutiche e adolescenti multiproblematici.

Tatiana Barskaila (Russia)
Sono figlia di un pilota militare che ha girato l'ex Unione Sovietica per lavoro. Ho vissuto buona parte della mia vita a San Pietroburgo. Ho studiato all'accademia delle belle arti e per questo ammiro molto l'Italia e i suoi tesori artistici. Per me l'Italia è come uno spettacolo. Nel mio paese lavoravo in una casa di produzione cinematografica. Ora la mia carriera è finita e qui in Italia sto vivendo il mio film. Come emigrante, sento nostalgia del mio paese d'origine. Sono arrivata la prima volta negli anni Ottanta. In Russia si stava decentemente, come operatori culturali non eravamo pagati molto ma avevamo parecchi servizi. Con l'arrivo di Gorbaciov e della sua politica si è prospettata una rivoluzione senza precedenti. Il crollo del regime ha determinato la chiusura di molte fabbriche e uffici, molte persone hanno cominciato a emigrare e molti tra i quaranta-cinquant'anni si sono trovati senza lavoro. Ricordo una mattina che un signore vestito bene si è avvicinato al ciglio della strada e si è messo a cercare nella pattumiera. Mi sembrava incredibile! Il futuro è in mano ai ladri e agli affaristi, chiamati nuovi russi. Io mi ritengo fortunata: ho una casa a Pietroburgo che affitto e vivo qui in Italia. Insegno russo e, quando capita, faccio qualche lavoro extra. Ma sono arrivata tardi, ho un'età per cui nessuno mi prenderebbe a lavorare, né in Italia né in nessun'altra parte del mondo.

Maria Del Rosario Estrada Londono (Colombia)
Sono rimasta senza lavoro nel dicembre '93. In Italia avevo alcune cugine, mi hanno procurato un lavoro e i documenti necessari per l'espatrio. Sono arrivata per prima, poi mi hanno seguito le altre tre sorelle e un fratello. Il mio primo lavoro è stato presso una maglieria, ma sono rimasta poco perché mi trattavano male. Adesso, in Italia, ho preso il diploma di ragioniera presso la scuola serale e sono alla ricerca di un'altra occupazione. Rispetto alla Colombia, l'Italia è un altro mondo. Sono nata e sono vissuta sempre in un paese, Supia, nella zona di Los Llanos Orientales, a mille ottocento metri sul livello del mare, dove ci sono trenta gradi tutto l'anno. Sole e verde a perdita d'occhio. Ho passato un'infanzia bellissima, sempre all'aria aperta a giocare e a pescare. Ero felice perché non conoscevo un altro mondo; adesso non so se riuscirei a starci dopo aver visto il lusso dell'occidente. L'Italia mi piace moltissimo e mi sono inserita bene. Pur avendo visitato altri paesi come l'Inghilterra, spero di rimanere qui dove c'è molta integrazione. I ragazzi impazziscono per le latine, infatti ho due sorelle che si sono sposate immediatamente. Al lavoro ti trattano bene, i miei datori mi hanno aiutato moltissimo. Sono stata molto fortunata.

George Enculescu (Romania)
Dopo quattro anni di peregrinazioni per l'Europa, nel '95 sono arrivato in Italia, in macchina, passando dall'Ungheria con un amico che aveva un visto. Io mi sono fatto lasciare vicino al confine e sono passato attraverso i boschi. Sono arrivato a Torino, poi con un amico sono andato a Verona dove vivevamo in una roulotte parcheggiata da un benzinaio abbandonato. Era insostenibile, e dopo due mesi sono rientrato in Romania. Ancora nello stesso anno sono ritornato in Italia da Bolzano e ho preso un treno per Roma. Lì avevo un amico con casa e famiglia, ho trovato lavoro prima come trattorista e poi come infermiere in una casa di riposo. Mi trattavano come uno schiavo, dovevo essere a disposizione giorno e notte, così me ne sono andato. Ho continuato a guadagnarmi da vivere facendo il bagnino, non era male. Nel '99 mi hanno dato il permesso di soggiorno. Da Roma mi sono trasferito a Zocca (Mo). Adesso vivo qui, ma era meglio al sud, la vita costava meno. Ora mi voglio sposare e fare un bambino; nonostante tutto, ho ancora dei sogni.

Milenko Andrich (Serbia)
In Serbia lavoravo come infermiere a 70 km dalla mia città, Ljubovija. Ho deciso di venire in Italia perché era l'ultimo paese della Comunità europea che non aveva ancora applicato ufficialmente l'embargo contro il mio paese. Sono arrivato grazie a un circolo pacifista di Parma che mi ha aiutato a trovare casa e lavoro. Dopo la caduta del regime comunista la gente è rimasta impreparata e disperata, cadendo facilmente in preda alle idee nazionaliste. Ora vivo una vita di confine, ma sento di dover rientrare per fare qualcosa per il mio paese.

Sandrine Contessot (Francia)
Sono venuta in Italia la prima volta per imparare la lingua. E' stato l'inizio di un'avventura. A Parigi lavoravo in un'agenzia pubblicitaria, organizzavo set fotografici e visionavo book di modelle. Arrivata la crisi mi sono trovata senza lavoro. Sono partita senza sapere precisamente cosa fare ma con l'idea di trovarmi uno spazio mio. I primi due anni in Italia sono stati duri perché sentivo il distacco dalla famiglia e mi sentivo un'estranea. Inoltre m'impressionava come gli italiani guardavano i neri. Da noi c'è gente che viene da tutto il mondo, non ci fai neanche più caso. Pian piano mi sono costruita il mio spazio, ho conosciuto Claudio e ho deciso di tornare e stabilirmi qui, poi è nato Samuel.

Samuel Adjei Antwi (Ghana)
In Ghana ero un missionario mormone. Sono arrivato in Italia a causa di una persecuzione nei nostri confronti. La chiesa, in Ghana, era vista come una specie di servizio segreto, che condizionava le vite dei suoi seguaci. Il regime militare aveva bloccato l'attività della chiesa. Mi avevano chiesto di presentarmi in questura dove, sicuramente, sarei stato imprigionato. Sono partito e, una volta arrivato a Roma, ho preso un permesso di soggiorno per stranieri, grazie alla legge Martelli. Ho conosciuto una ragazza con la quale, in seguito, mi sono sposato e ho avuto una bambina. Ora vivo qui e ho ripreso a studiare, ricominciando dalle elementari, perché il mio titolo di studio non è stato riconosciuto. Presto mi diplomerò come perito meccanico. I miei titolari sono molto contenti di me, e questo mi dà una grossa motivazione. Ma non sempre è stato facile. Prima lavoravo in un'azienda, con un ragazzo di diciannove anni che un giorno, per insultarmi, mi ha chiamato "schiavo". Ne ho parlato con il titolare ma senza ottenere risultati. Io capisco che sono ospite nel vostro paese e per questo rispondo cordialmente alla gente che non gradisce la mia presenza: è un modo per dimostrarmi più intelligente.

Trinh Hoàng Hùng (Vietnam)
Sono arrivato in Italia attraverso la Malesia, ventidue anni fa, scappando da Saigon e dai postumi del conflitto tra comunisti e americani. Ho soggiornato in Malesia per un anno, dopodiché la Caritas mi ha chiesto se volevo venire in Italia e io ho accettato. Il primo anno ho abitato con un prete che mi ha trovato il primo posto di lavoro, in una fabbrica. Sempre grazie a lui ho imparato a fare l'orafo, da un maestro di Valenza. Se oggi sono riuscito ad aprire un mia attività lo devo a questo prete che per me è stato come un secondo padre.
Qui mi trovo benissimo, anche se mi mancano i miei genitori e ho nostalgia del mio paese. Non so quando riuscirò a tornarci, io sono un rifugiato politico e non so se mai potrò tornare a casa. In Italia il lavoro non manca, se uno ne ha voglia lo trova. Io non sono mai rimasto senza lavoro.
Cosa spero? Di fare l'orafo al mio paese anche se so che non sarà facile. Da noi non esiste la moda e un gioiello è quello per decenni. Ma finché ci sarà il regime comunista non avrò il permesso di rientrare.

Marcella Truglio (Australia)
I miei nonni sono italiani, emigrati in Australia con i loro figli. Il sogno era quello di farsi i soldi e ritornare in patria. Mio nonno vive una parte dell'anno in Italia e l'altra in Australia. Dopo gli studi a Sidney, mi sono trasferita in Giappone a lavorare come insegnante; avevo diciannove anni e ho resistito poco. Da lì sono venuta in Italia. Mi affascinava la storia di mio nonno e ho voluto seguire le sue orme. Qui mi trovo bene, ma anche male. La popolazione dell'Australia è costituita da immigrati, persone con una mentalità aperta, mentre l'Italia non ha una tradizione d'accoglienza, perciò lo straniero è sempre visto come un intruso. Malgrado questo, mi piacerebbe rimanere qui. Per ora non ho amici italiani, ma neanche stranieri. Non ho trovato molta disponibilità a fare amicizia, malgrado sia un'insegnante e incontri spesso delle persone. Nessuno mi ha mai chiesto di fermarmi a prendere un caffè dopo la lezione. Questo lo trovo strano, un po' triste. Ho notato che gli stranieri si frequentano solo tra loro. Io non l'accetterei mai, è una specie di autolimitazione. Non voglio crearmi delle barriere con il paese che in fondo mi sta ospitando. Già è difficile, non voglio che lo diventi di più.

Sami Fida (Albania)
Sono arrivato in Italia nel '97, a bordo di una barca insieme a mia moglie e mio figlio. Siamo stati destinati a un centro d'accoglienza per due giorni, poi sono arrivati mio fratello e mio cognato che abitavano ad Ancona. Abbiamo sfruttato una legge che prevedeva che chi aveva parenti in Italia poteva raggiungerli. Dopo due giorni avevo il permesso di soggiorno. Durante il comunismo nel mio paese c'era la dittatura, ma avevamo la tranquillità. Non avevo mai visto miei concittadini rubare, mai visto un tossicodipendente. Non esistevano il ricco e il povero, c'era un senso dell'amicizia molto forte, e sincera. Quando sono arrivati i soldi, sono cominciate le disuguaglianze, ed è sparita l'amicizia, sono iniziati gli affari loschi. Non tutto il mio popolo è disonesto, forse lo è un 10%, ma questo ne ha condizionato l'immagine in Italia. Nonostante tutto, in Italia mi sono trovato benissimo, in tutti i posti dove sono stato. Ho fatto tutti i tipi di lavori: dal muratore al contadino. Un giorno ho visto la pubblicità di un'agenzia di Modena che cercava infermieri, lavoro che facevo in Albania, e mi hanno preso. Una volta che ti sei sistemato, diventa difficile tornare indietro. I miei figli, il secondo è nato in Italia, hanno imparato a conoscere la vostra cultura e decideranno loro, un giorno, se rientrare o rimanere qui. A me piace l'Italia, ma per uno che ha trentasette anni ed è nato e cresciuto in Albania, diventa difficile pensare di rimanere lontano per sempre. Tornerò in patria per riunirmi con i miei fratelli, perché la famiglia nella nostra cultura ha ancora molta importanza.

Nirmal Singh (India)
Sono arrivato in Italia grazie a mio figlio che si trovava qui già da qualche anno. Ho vissuto tutta la vita in India; ero un militare e adesso trascorro gli anni della mia pensione tra l'Italia e il Punjab. Mio figlio lavora in un'azienda agricola e si occupa della mungitura delle mucche. Lui si è trovato sempre bene in Italia, ha abitato per tre anni in casa di amici, e poi con la famiglia che nel frattempo, grazie a una legge dello Stato, ha potuto portare in Italia. Il futuro, suo e della sua famiglia, è l'Italia. Siamo una famiglia sikh, una religione che proviene dall'induismo. In Italia cerchiamo di mantenere le nostre tradizioni non senza incontrare parecchie difficoltà. La più grossa è sicuramente adattare i nostri tempi e modi di vivere alla cultura occidentale. Fortunatamente qui i sikh sono amati e noi cerchiamo in tutti i modi di contraccambiare l'affetto e la disponibilità degli italiani. Io rispetto tutti, e spero che sia così anche per chi incontro sulla mia strada.

Volontari per lo sviluppo - Dicembre 2002
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