di G.M. da Rumbek
Despair, disperazione. Benjamin non riesce a memorizzare questa parola. Abitiamo nella casa che fu del dottore, con tanto di pozzo e latrina all'aperto. Benjamin è una delle due guardie diurne, ha 19 anni, ed è fra i pochi sudanesi che frequentano la scuola. Fra un mese tenterà di passare alle superiori, ma ha la cultura e il raziocinio di un bambino. La mancanza d'istruzione di base è l'ostacolo più grave all'attuazione dei programmi di cooperazione. Le gravi carenze di preparazione professionale, di capacità organizzative e di senso di servizio da parte del personale m'inducono a disperare. Le conferme dell'utilità del nostro lavoro per la gente di qui mi fanno sperare per il futuro. Questi due concetti, speranza e disperazione, continuano ad alternarsi nella mia mente per tutta la missione, a confrontarsi e a scavalcarsi coinvolgendo il senso stesso di quel che stiamo facendo quaggiù.
Ruben, uno dei nostri infermieri, arriva angosciato in ospedale. Il suo bambino di due
anni è morto improvvisamente questa mattina presto, dopo una crisi convulsiva. Ci chiede
della farina per preparare la tradizionale cena funebre. Nonostante i viveri scarseggino
gli promettiamo qualche bicchiere della farina rimasta. Siamo invitati alla cena.
Attraversiamo l'agglomerato di capanne che circonda le case in muratura, il centro della
città di Rumbek. Razzolano capre e galline. Molti bambini portano in braccio i fratelli
più piccoli. Dappertutto, una miseria assoluta.
I signori di casa ci salutano formalmente. Ci offrono pane e carne di capra. Sono il più
vecchio e il solo bianco, quindi ricevo tutti gli onori. All'inizio della cena il cibo
viene benedetto e tutti pregano Dio di dare a Ruben un altro bambino per dimenticare il
pianto di questi giorni. Alla fine della cerimonia, Ruben conclude: "Dio sa quel che
fa". Lui lo può dire perché gli sono già morti tre bambini e la prima moglie.
Le donne di casa si vedono da lontano. Incaricate di fare figli, coltivare i campi,
cucinare e fare i lavori manuali, le donne Dinka non sono ammesse ai momenti di vita
sociale e neppure a prendere i pasti con gli uomini. Eppure molti mi domandano:
"Dov'è quella dottoressa piccola con le mani benedette? E dov'è Lidia, la
dottoressa dura e coraggiosa?" Lidia e Maria, rispettivamente un anno e quattro mesi
di lavoro continuo sul campo, hanno dato tutte le loro energie. Sono orgoglioso che le due
chirurghe italiane, e anche le infermiere etiopi o keniote, che abbiamo mandato in Sud
Sudan, abbiano lasciato un segno così forte in questa società maschilista.
Nyanùt è stata assunta come addetta alle pulizie perché ha dato l'allarme quando
hanno cercato di rubare il pannello solare dell'ospedale. Era ricoverata per una fistola
vaginale, un'antica maledizione delle giovani donne africane, ma in passato frequente
anche in Europa e America. E' dovuta a un travaglio lunghissimo concluso dal parto forzato
di un feto morto, quando non si verifica la rottura dell'utero. Ne risulta l'apertura
della vescica urinaria e lo scolo continuo di urina maleodorante per le gambe. L'odore
porta all'abbandono del marito e spesso l'emarginazione sociale. La causa principale è la
mancanza di servizi di ostetricia dove sia possibile eseguire il taglio cesareo. Sono due
milioni le donne africane portatrici di questa invalidità, che può essere riparata
soltanto con delicati interventi chirurgici. Nyanùt è sola in ospedale, non ha parenti.
Il suo lavoro di addetta alle pulizie le dà diritto al cibo. E' stata già operata senza
successo. Mi mostra la coperta su cui dorme, a terra sotto la zanzariera, bagnata. Devo
proprio operarla. Dopodomani, le prometto.
L'intervento su Nyanùt è andato male. Non ho nemmeno iniziato la riparazione della
fistola perché mi sono presto accorto che gli strumenti a disposizione e l'illuminazione
non erano adeguati. Nyanùt non ha più parlato per alcuni giorni, ha pianto. Le ho
assicurato che manderemo uno specialista in chirurgia delle fistole vaginali, presto, fra
6-7 mesi.
Abbiamo il primo caso ufficiale di Aids della contea di Rumbek. Per tanti giorni febbre
altissima e diarrea. Alla fine decidiamo di fare il test Hiv, che risulta chiaramente
positivo. E' un uomo di 35 anni, con bambini piccoli. La notte scorsa è entrato in stato
confusionale e ha cominciato ad avere un comportamento anomalo. Lo hanno rincorso più
volte fuori della corsia. Infine è scomparso.
L'Aids ha a lungo risparmiato il Sud Sudan, isolato dai paesi confinanti per la lunga
guerra civile, la più lunga guerra del secolo scorso. Ora, con l'apertura delle
comunicazioni commerciali con l'Uganda, questa tragedia immane sta entrando nel paese e
dobbiamo prevedere che si diffonderà come in tutta l'Africa sub-sahariana.
Oggi è arrivata Martha. Figlia di un nostro ex infermiere, nel '93 è stata
miracolosamente guarita di un enorme linfoma addominale di cui stava morendo. Di speranze
ce n'erano poche: dalla diagnosi ipotizzata su basi solamente cliniche, al reperimento del
denaro per comprare quattro cicli di costosissimi farmaci chemioterapici, all'esecuzione
nella foresta di una terapia così delicata e rischiosa. Invece, incredibilmente, la massa
addominale dura e bernoccoluta è scomparsa poco a poco. Due anni dopo, Martha si è
sposata, ma nessun bambino allieta l'unione. La sterilità provocata dalla cura
antitumorale ha indotto la famiglia dello sposo a ripudiarla e a chiedere la restituzione
delle 100 mucche della dote. Martha è tornata alla casa del padre.
Mi arriva via radio la notizia che ora Martha è al termine di una gravidanza insperata,
ma da qualche giorno ha delle preoccupanti emorragie senza dolore, che fanno sospettare
una placenta previa. Ha trovato un passaggio sull'auto di una missione battista e
arriverà a Rumbek, 60 km di pista molto accidentata. Quando arriva, Martha è stremata,
ma l'emorragia è modesta, possiamo aspettare e vedere. Così nella notte e nel giorno
seguenti. Io vorrei non mettere a rischio un bambino tanto prezioso, arrivato
inaspettatamente dopo sei anni di matrimonio, ma il padre dice che Martha, sua madre e suo
marito, arrivato precipitosamente in bicicletta da Akot, rifiutano l'intervento e non li
si può forzare. "Se Dio non vuole che Martha abbia un bambino vivo, sia fatta la sua
volontà, aspettiamo la sua decisione, Dio è grande".
Ma la notte successiva l'emorragia diventa grave e tutti siamo d'accordo che il taglio
cesareo è la scelta più prudente. E' domenica mattina. Il reperimento di Gabriel,
l'infermiere della sala operatoria, è difficile e richiede un'ora almeno. Alla fine,
estratto con grande fatica e patemi d'animo, nasce il maschietto di Martha, robusto e
sano, senza nessuna delle malformazioni che io temevo come effetto della chemioterapia.
Martha, che secondo il padre è divenuta figlia anche mia per la seconda volta, avrà
un'infezione puerperale, ma poi guarirà e andrà a casa.
L'aereo che mi riporta in Kenya sorvola il Nilo. "Chi beve l'acqua del Nilo una
volta, ne berrà sempre" mi aveva profetizzato un missionario molti anni fa. Il
pensiero è fisso sulle immagini dei miei malati più gravi e del disordine delle corsie,
non percepito dagli infermieri.
A Nairobi mi aspetta Mangar. Tre anni fa, al termine di ogni seduta operatoria, arrivava
con la sua bicicletta di addetto alla campagna di eradicazione del verme di Guinea. Un
giorno mi disse che voleva andare a studiare a Nairobi. Io ero contrario: "Non
tornerai più, e il Sudan ha bisogno di gente con la tua volontà e il tuo cervello".
Ma lui mi assicurava che sarebbe tornato.
Non l'ho aiutato a partire, eppure mesi dopo l'ho trovato a Nairobi. Non mi ha mai
spiegato come ha fatto ad arrivarci. Ha già visto delle scuole, costano care, ha bisogno
di uno sponsor. Un amico chirurgo del mio vecchio ospedale si tassa con alcuni suoi
conoscenti e mettono insieme il denaro.
Sono passati tre anni. Ha cambiato scuola, ne ha trovato una con insegnanti migliori e
senza topi. Mi mostra la pagella: è fra i primi della classe. Nel 2004 s'iscriverà a
medicina. Le tasse universitarie a Nairobi sono molto care, e io sto pensando se mandarlo
in Germania o in Italia, ovunque, in modo che possa tornare nel suo paese a servire la sua
gente come dottore e chirurgo. Adesso ha bisogno di un po' di soldi per i quaderni, le
biro, il sapone e la carta igienica.
Ma è determinato a diventare medico per la sua gente, per il Sudan. E questa, per me, è
una vera iniezione di fiducia.
Volontari per lo sviluppo -
Dicembre 2002
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