di Silvia Pochettino
1989: cade il muro di Berlino, "scoppia la pace" (secondo l'espressione molto usata dai media all'epoca). Eppure proprio da allora, come mai prima, cresce l'impiego delle forze armate italiane, che vedono moltiplicarsi le loro operazioni all'estero. Mozambico, Somalia, Albania, ex Jugoslavia, Iraq, Afghanistan le più famose, ma sono molte di più, dalla Namibia al Sahara occidentale, dal Marocco al Kashmir e così via. Spesso aggregate sotto il grande cappello di operazioni di peacekeeping, in cui il linguaggio comune fa stare ormai un po' di tutto.
In realtà le cose sono più complicate, niente hanno a che fare con il peacekeeping operazioni come Desert storm o il bombardamento aereo sulla Serbia, piuttosto si tratta di operazioni di "costrizione alla pace" (peace enforcing in termine tecnico, vedi box), azioni di guerra eseguite dietro mandato dell'Onu, dove la persistenza dell'ambigua parolina peace può confondere notevolmente le idee. Una cosa è certa: negli ultimi decenni "si è registrato un rinnovato interesse degli Stati al ricorso alla forza armata", dice Andrea De Guttry, coordinatore del Training programme for conflicts management della scuola superiore S. Anna di Pisa, il più rinomato corso di peacekeeping italiano. "Il concetto stesso di peacekeeping si è allargato - spiega De Guttry - all'inizio erano operazioni in cui gli osservatori si limitavano a vegliare sul rispetto degli accordi di tregua tra fazioni in lotta, riportando all'Onu i casi di violazione, poi in una seconda fase, già alla fine degli anni '80, l'attività si è estesa a processi di ricostruzione dello Stato, assistenza profughi, aiuti umanitari. Ma la vera svolta si è avuta con la missione Umprofor nell'ex-Jugoslavia, nel '97, quando si è introdotto il concetto di imposizione del rispetto degli accordi, anche con la forza". Questo cambia le cose, significa essere in grado di fronteggiare gruppi armati, impedire i massacri o affrontare una fazione che si ritiene non rispetti gli accordi. Insomma combattere. "In realtà così viene meno uno dei pilastri del peacekeeping, la neutralità rispetto alle parti", precisa De Guttry, "e si apre la strada a una fortissima espansione di queste operazioni". Come infatti sta avvenendo.
Una vera e propria "corsa al peacekeeping" si è registrata negli ultimi anni
da parte delle diverse organizzazioni regionali. L'Unione europea ha oggi avviato la
formazione di 60.000 uomini dei vari eserciti nazionali e varie migliaia di civili per
costituire una task force stabile, pronta a intervenire là dove richiesto. Ma anche
l'Osce, l'Unione degli Stati Africani o di quelli Americani sempre più tendono a
sostituirsi all'Onu nella gestione delle operazioni. Talvolta in modo legittimo (un'azione
di peacekeeping, infatti, nasce sempre da una richiesta delle parti in conflitto, che
possono liberamente rivolgersi all'organizzazione che preferiscono), talvolta in modo
discutibile. Insomma: si è aperto il mercato del peacekeeping, i concorrenti si stanno
preparando e i più forti, come sempre, conducono i giochi.
Anche, e soprattutto, a livello militare. Così la Nato spesso si sostituisce ai caschi
blu dell'Onu. Ragioni tecniche ce ne sono, certo, e le spiega bene il generale Del
Vecchio, comandante del contingente italiano in Kosovo nei primi sette mesi
dell'operazione Kfor: "Le Nazioni Unite non hanno una struttura militare stabile da
poter formare e impiegare al momento opportuno. I caschi blu sono contingenti militari
delle diverse nazioni messi a disposizione per singole operazioni. Mettere insieme soldati
ad esempio pakistani, francesi ed egiziani, addestrati nei modi più diversi e privi di
una struttura di comando riconosciuta può essere molto difficile da gestire". Mentre
la Nato "parla la stessa lingua in termini di procedure, comportamenti,
addestramento, mentalità, ha una struttura permanente a Bruxelles, e permette di portare
sul terreno un congegno ben oliato". Congegno che però è difficile considerare
neutrale.
E addirittura si ricorre alle operazioni unilaterali, in stile statunitense. Basti dire
che gli Usa hanno dichiarato che non parteciperanno più a missioni di peacekeeping
dell'Onu se non con la direzione statunitense.
Il problema, evidentemente, sta a monte. Non c'è volontà di dare vero potere alle
Nazioni Unite, e quindi neanche soldi per formare una forza di interposizione stabile,
progetto già lanciato dal precedente Segretario generale, Boutros-Boutros Ghali, ma mai
sostenuto dalle grandi potenze.
Anche sulla non neutralità dello stesso Consiglio di sicurezza Onu, cui spetta la
decisione finale sulla maggioranza delle operazioni di supporto alla pace, ci sarebbe
molto da dire. "Il Consiglio di sicurezza ristretto è formato dai rappresentanti dei
paesi che esportano l'85,6% dei grossi armamenti nel mondo" denunciava il prof.
Alberto L'Abate, in un convegno sulla Difesa popolare nonviolenta di qualche anno fa.
Ma c'è di più: "Se in Iraq gli Usa interverranno senza il mandato Onu - spiega De
Guttry (mentre scriviamo sono ancora in corso le trattative, ndr) - e senza
un'esplicita condanna della comunità internazionale, ci troveremo a legittimare per la
prima volta una categoria nuova: la "legittima guerra preventiva", che non
esiste in nessun punto della Carta delle Nazioni Unite e può costituire un precedente
pericolosissimo per gli appetiti bellici di molti paesi".
Al di là dell'evidente deriva politica, però, a livello operativo il peacekeeping sta evolvendo e affinando la sua arte, con risultati positivi in molte parti del pianeta. Resta tuttavia una domanda di fondo: ha senso far gestire ai militari le operazioni di pace? Il dibattito nel movimento pacifista è acceso. C'è chi critica tout court l'utilità di una struttura come quella militare per costruire pace, ma è una minoranza. "Quasi più nessuno nell'ambito della peace reserch contesta il fondamentale ruolo di controllo della violenza che possono avere le forze armate internazionali in un teatro di guerra, anche se l'azione militare, da sola, non risolve i conflitti" sostiene Francesco Tullio, psichiatra, presidente del Centro studi difesa civile e autore di due libri sulla difesa civile e il ruolo delle ong nei conflitti. "E' stato dimostrato più volte che la semplice firma di accordi da parte dei vertici diplomatici non è sufficiente per la "tenuta" della pace sul lungo periodo. Oltre a fermare le ostilità, è necessario ristabilire la comunicazione, superare le emozioni aggressive e distruttive, riprendere progetti comuni alle diverse fazioni. Peacekeeping in questo senso non è solo l'azione militare o dei funzionari Onu, ma anche il lavoro delle ong che operano su piccola scala, per ristabilire condizioni di fiducia e dialogo tra la popolazione, o che riducono le tensioni con l'aiuto umanitario". Si tratta della cosiddetta Diplomazia multipla, che agisce su società civile, quadri intermedi, enti locali e mass media portando avanti il processo di pacificazione contemporaneamente a più livelli della società.
"Tutto questo, però, richiede sempre più competenze specifiche, coordinamento e capacità d'integrazione tra i diversi attori sul terreno" chiarisce Tullio. Insomma non basta il pacifismo fai da te, ma sono necessari strumenti istituzionali e riconosciuti. "Personalmente non condivido le grandi manifestazioni emotive in cui si manifesta il dissenso ma non si propongono alternative praticabili, è necessario costruire strumenti". Proprio in questo senso il Centro studi difesa civile insieme al Mir (Movimento internazionale di riconciliazione) di Padova hanno avanzato due proposte: la creazione di un Corpo civile di pace europeo, formato in modo professionale e stabile, capace d'intervenire nelle crisi in fase di prevenzione, e poi di riconciliazione e ricostruzione. Iniziativa che oggi si è trasformata in una proposta di legge al vaglio del parlamento europeo. E la seconda proposta: creazione di un Istituto internazionale di ricerca sui conflitti e la pace, che coordini gli studi del settore e sviluppi nuove metodologie di interposizione non armata. "Paradossalmente, la maggior attenzione al progetto dei Corpi civili di pace e dell'Istituto di ricerca è stata dimostrata dalle forze armate" sostiene Tullio.
Quest'interesse lo conferma il Generale Del Vecchio secondo cui un buon rapporto tra
militari e civili è essenziale per la riuscita di un'operazione di peacekeeping:
"Bisogna introdurre il concetto di "temporaneizzazione" delle operazioni.
Ci vogliono soggetti diversi per tempi diversi. Ad esempio quando siamo arrivati in Kosovo
(all'inizio dell'operazione Kfor, giugno '99, ndr) abbiamo trovato una situazione
disastrosa: salme abbandonate per strada, nessuna infrastruttura funzionante, non esisteva
una polizia né una magistratura. In queste circostanze accade che la struttura militare
debba assumere compiti non suoi. Così abbiamo dovuto occuparci di tutto, dal pulire le
strade, dare assistenza ai profughi fino a esercitare la giustizia e garantire l'ordine.
Compiti che poi ovviamente abbiamo ceduto ai soggetti civili competenti quando sono
arrivati. Prima la missione Onu, poi le ong". "D'altra parte - continua il
generale - il ruolo dei militari deve essere breve; se le forze armate restano troppo a
lungo in un paese significa che la missione di peacekeeping non sta funzionando".
E anche all'interno del mondo militare italiano la forte espansione dei ruoli di
peacekeeping sta smuovendo le acque. Proprio a Torino, dove Del Vecchio dirige la scuola
di applicazione militare, l'Accademia, il Politecnico e l'Università degli studi hanno
disegnato il primo percorso di Laurea in scienze strategiche in Italia, aperto da
quest'anno a civili e militari insieme: "L'obiettivo è creare professionisti adatti
a operare fuori area, a contatto con le popolazioni" spiega. Nel corso triennale si
spazia dall'antropologia culturale alla strategia militare, dall'economia alla storia,
alla chimica. Tutti gli ufficiali dell'esercito italiano dovranno conseguire tale Laurea.
"Sono passi avanti molto importanti - sostiene l'antropologo Alberto Antoniotto, uno
dei docenti della Laurea in scienze strategiche, e direttore del master in peacekeeping di
Torino - formare dei soldati alla comprensione e al rispetto dei diversi popoli significa
trasformare la cultura militare. Ma rimangono dei grossi rischi: negli anni '20 c'erano
"le missioni civilizzatrici", oggi si chiamano "peacekeeping", ma sono
sempre modi per legittimare la difesa di interessi strutturali".
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Nel labirinto delle definizioniLavorando a questo dossier abbiamo rilevato un po' di confusione nella definizione dei vari tipi di operazioni in supporto alla pace. Fonti diverse danno definizioni diverse. Qualcuno usa impropriamente il termine peacekeeping per indicare tutte le operazioni, mentre il peacekeeping è solo uno dei tipi contenuti nella grande categoria di Peace Support Operations (Pso). Le Pso sono "tutte le forme di intervento tendenti alla prevenzione, gestione e soluzione di situazione di crisi esterne al territorio nazionale e non incidenti sugli interessi vitali del paese". Basandoci sull'Agenda for peace (documento ufficiale Onu) e le indicazioni fornite dal Centro Alti Studi per la Difesa, abbiamo individuato i seguenti tipi di operazione, che però nel concreto spesso non si distinguono nettamente, ma costituiscono un continuum complesso:
Un discorso a parte meritano le operazioni di imposizione della pace (Peaceenforcement) da alcuni ritenute parte delle Pso, da altri decisamente no. Condotte allo scopo di imporre la pace, vengono promosse anche senza il consenso delle parti in causa, in sostituzione alle istituzioni nazionali quando queste vengono dichiarate latitanti. Sono spesso realizzate con l'uso massiccio di armi. |
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Giorgio è il manager di una piccola società italiana che commercia con l'estero. Nel
1993, mentre svolgeva il servizio militare nel Battaglione logistico di Rivoli della
Brigata alpina Taurinense, ha fatto domanda per essere inviato come volontario
nell'operazione Onu in Mozambico (oggi conclusa) denominata Onumoz.
"Sbarcato all'aeroporto nei pressi di Dondo - ricorda l'ex militare - mi sono trovato
subito in una scena da film "Apocalypse now". Era l'imbrunire, siamo partiti a
bordo di camion militari alla volta del campo e siamo stati bloccati da una manifestazione
pacifista internazionale in mezzo a pile di sacchi di sabbia e filo spinato".
La situazione mozambicana era stata spiegata ai militari durante alcune lezioni in
caserma. In sostanza, i ragazzi "di leva" italiani dovevano fare da cuscinetto
tra i due eserciti contrapposti appena usciti dalla guerra civile (quello regolare
denominato Frelimo e l'irregolare Arenamo) vigilando sul corretto processo di
normalizzazione nel paese fino ad elezioni.
"Avevo 24 anni, ero caporale e con me c'erano parecchi diciottenni di
"naja" - racconta - tutti rigorosamente volontari". Durante la missione la
vita si svolgeva esclusivamente nel campo: divieto tassativo di uscire, a meno di licenza
programmata con largo anticipo. Sveglia alle 5.30, colazione, adunata e poi ognuno a
svolgere la sua mansione. Pranzo, due ore di sosta nei periodi più caldi, quando la
temperatura raggiunge i 48°, poi nuovamente mansione. Cena alle 19 e serata libera (bar e
spaccio interno, o tenda cinema). "Contatti con i locali - continua Giorgio -
praticamente non ne avevamo. Capisci però l'importanza di una simile missione quando,
uscendo in pattuglia, vedi che la gente comincia di nuovo a camminare per strada senza
paura di essere ammazzata, quando le botteghe riaprono e gli artigiani ricominciano a
lavorare nei laboratori".
Durante la missione i militari italiani non sono mai stati coinvolti in sparatorie:
"Ricordo un giorno in cui alcuni soldati della Frelimo, in attesa di stipendio da
mesi, avevano sequestrato alcuni mezzi civili. Ci è bastato presentarci al posto di
blocco per risolvere la situazione. In Mozambico agivamo semplicemente da
deterrente".
M. D.
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Il Comandante Capo della Polizia Antonio Evangelista è da poco rientrato dall'operazione Unmik in Kosovo, prima missione internazionale della nostra polizia in ambito Onu, che all'inizio del 2002 è valsa la medaglia delle Nazioni Unite alla bandiera della Polizia di Stato italiana, una delle oltre quaranta forze dell'ordine nazionali impegnate nella missione. "Sono rimasto in Kosovo un anno - spiega Evangelista - nel corso del quale ho ricoperto tre servizi: i primi sei mesi presso la squadra omicidi di Pec, poi tre mesi come ufficiale di collegamento presso l'Ufficio crimini di guerra, e infine tre mesi al Ministero strategie e pianificazioni". Le funzione svolte dal Commissario sono state molteplici: "Nella squadra omicidi ad esempio giravamo in auto di pattuglia insieme a un interprete e un poliziotto volontario kosovaro per fargli una sorta di tirocinio". La funzione della polizia internazionale nella regione è infatti di appoggiare le autorità locali nel cammino verso la normalizzazione e, in specifico, nel formare un corpo di polizia efficiente. "La nostra funzione di formatori - spiega Evangelista - è uno dei settori di cui si compone la Unmik. C'è poi il settore amministrativo, quello dei soccorsi e altri ancora, perché non basta lavorare sulla sicurezza se altre persone competenti non lavorano su scuola, sanità e su tutto ciò che serve a un paese civile". Per prendere parte alla missione era necessario sostenere una serie di esami: "Lingua inglese, tiro, ginnastica e guida di fuoristrada - spiega Evangelista - Una volta arrivati in Kosovo ci hanno fatto un corso di 10 giorni su cultura e storia locale". Rapporti con gli altri attori coinvolti nella missione? "Abbiamo collaborato ottimamente con le altre forze militari, gli interpreti locali, gli operatori della Croce Rossa e dell'Oim. E anche con la popolazione civile si ha a che fare tutti i giorni. La gente, abituata ormai a subire una situazione di assenza della legge, accoglie bene l'arrivo della polizia italiana". Per il commissario, che durante il lavoro ha ricevuto ben due encomi dal suo comandante russo, l'intervento Onu è l'unico modo perché il paese giunga a una normalizzazione: "Sono processi lunghi ma indispensabili". E aggiunge: "Ricordo di aver visto un sedia elettrica in un carcere kosovaro usata per far confessare i prigionieri. Questo, insieme ad altri particolari, mi ha fatto capire la mentalità del criminale balcanico: quando viene arrestato nel nostro paese, si sente iper garantito. Nulla a che vedere con il trattamento che gli sarebbe riservato nel suo paese. In questi casi il nostro garantismo è un'arma a doppio taglio".
M. D.
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Nel '92, nel corso della sanguinosa guerra jugoslava, la Comunità Papa Giovanni XXIII
dà il via all'Operazione Colomba: un tentativo da parte di alcuni volontari di vivere la
nonviolenza in zona di guerra, condividendo la vita con chi è costretto a subire il
conflitto. A partire dal '95 l'esperienza viene allargata ad altri paesi quali Albania,
Kosovo, Cecenia, Sierra Leone, Repubblica democratica del Congo, Chiapas e Palestina. Le
operazioni di pace, rigorosamente disarmate, sono portate avanti da volontari come Andrea,
che da dieci anni si reca periodicamente nelle zone di conflitto. "Per Operazione
Colomba - spiega il pacifista - sono stato in Kosovo, nei Balcani, in Cecenia e ora mi sto
impegnando in Palestina". In tutti questi paesi dilaniati da guerre la strategia è
la stessa: cercare di solidarizzare con la gente del posto condividendo la quotidianità,
per poi testimoniare all'estero quello che avviene nei territori in guerra.
"Non abbiamo nessun accordo con le operazioni di peacekeeping dell'Onu - spiega
Andrea - Quando operiamo con altre realtà cerchiamo di coordinarci volta per volta.
Dipende anche molto dalle persone che ci troviamo di fronte". Secondo Andrea, le
operazioni di peacekeeping Onu privilegiano le grosse organizzazioni umanitarie.
"Prendiamo ad esempio l'Unhcr - spiega Andrea -Una realtà enorme, molto
burocratizzata, che tende ad appaltare i lavori sul campo solo ad altre grosse agenzie
umanitarie".
Ora Andrea è in Italia, ma fra pochi giorni partirà alla volta della Striscia di Gaza:
"Andiamo in Palestina in veste non ufficiale - spiega - come singoli cittadini, per
vivere accanto alla popolazione coinvolta dalla guerra. Questo perché non c'è stato
possibile ottenere un permesso dalle autorità locali". Parallelamente l'Operazione
Colomba cerca di attivare collaborazioni con i pacifisti israeliani. Per quanto riguarda i
rapporti con Onu e Croce Rossa in loco, ultimamente limitati entrambi moltissimo nei loro
movimenti, i contatti sono ancora nulli.
M. D.
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UNTSO (Medio Oriente)
Istituita nel 1948, è la prima operazione di peacekeeping organizzata dalle
Nazioni Unite. Gli osservatori militari della missione sono ancora oggi presenti sul
terreno per monitorare il cessate il fuoco, controllare il trattato d'armistizio,
prevenire incidenti e assistere il personale Onu impegnato nelle operazioni di
peacekeeping.
UNDOF (Medio Oriente):
Nata nel '74 in seguito all'accordo di disimpegno tra gli eserciti israeliano e
siriano sulle Alture del Golan. Vigila ancora oggi sugli sviluppi del trattato e sul
processo di normalizzazione.
UNIKOM (Iraq/Kuwait)
Istituita nell'aprile '91, in seguito all'invasione irachena del Kuwait. Il suo
compito è monitorare la smilitarizzazione del confine tra i due Stati, far da deterrente
per possibili violazioni dei confini e prevenire qualsiasi azione ostile tra le parti.
UNIFIL (Libano)
Creata nel '78 per vigilare sul corretto ritiro dell'esercito israeliano dal
Libano, ristabilire la pace internazionale e aiutare il governo locale a riabilitare
l'effettiva autorità nel paese.
UNMIBH (Bosnia Erzegovina)
Istituita nel '95 con varie funzioni: dall'affiancamento alle forze dell'ordine
locali, al coordinamento dell'assistenza rifugiati e degli aiuti umanitari nella regione,
alla supervisione delle elezioni politiche e la ricostruzione di infrastrutture e
attività economiche.
UNFICYPS (Cipro)
Operazione partita nel '64 per prevenire possibili scontri tra i greci e i turchi
nell'isola. Dopo gli scontri tra le due comunità del '74, la missione è stata prorogata
e ancora oggi i militari presidiano l'isola.
UNOMIG (Georgia)
La United nations observer mission in Georgia è stata istituita nell'agosto '93
per verificare il rispetto dell'accordo di cessate il fuoco tra il governo georgiano e
l'autorità abkhaza nella regione.
UNMIK (Kosovo)
Nata il 10 giugno 1999, in seguito alla situazione di guerra nelle province del
Kosovo, per sostenere l'amministrazione civile locale nel cammino verso la piena
autonomia.
UNMOP (Penisola Prevlaka)
Nel '96 l'Ue inviò una task force per vigilare sul corretto disarmo della
Penisola Prevlaka, area strategica disputata tra la Croazia e la Repubblica federale di
Jugoslavia. L'operazione è ancora in corso.
UNMISET (Timor Est)
Partita nel maggio 2002 in occasione dell'indipendenza di Timor Est , è
un'operazione di supporto al processo di costruzione dell'amministrazione del paese.
UNMOGIP (India-Pakistan)
Partita nel '49, la United nations military observer group in India and Pakistan
fu istituita per vigilare sull'accordo di cessate il fuoco tra India e Pakistan negli
Stati di Jammu e del Kashmir.
MONUC (Repubblica democratica del Congo)
Operazione nata nel novembre '99, vigila sul rispetto dell'accordo di cessate il
fuoco siglato a Lusaka nel giugno dello stesso anno tra la Repubblica democratica del
Congo e cinque Stati regionali. Nel febbraio 2000 la missione è stata prorogata.
UNMEE (Etiopia e Eritrea)
Nel giugno 2000, dopo due anni di guerra sul confine, Etiopia ed Eritrea hanno
firmato un trattato di fine ostilità. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha
inviato personale per vigilare sul mantenimento degli accordi tra le parti.
UNAMSIL (Sierra Leone)
Dall'ottobre '99 affianca il governo della Sierra Leone per far rispettare i
punti del Trattato di pace di Lomé. L'operazione si occupa inoltre del disarmo, della
smobilitazione delle truppe e del piano di reintegrazione degli ex-combattenti.
MINURSO (Sahara dell'Ovest)
In seguito al trattato tra il governo del Marocco e il Fronte Polisario, nel
settembre '91 è stata istituita la United Nations mission for the referendum in Western
Sahara per vigilare sul cessate il fuoco e organizzare un referendum per far decidere alla
popolazione del Sahara dell'Ovest sul loro futuro Stato.
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Novembre 2002
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