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Angola - Viaggio nella desolazione

Rottami di pace

Dopo trent'anni di guerra e l'assassinio di Jonas Savimbi, leader della guerriglia, il 4 aprile scorso l'Angola ha finalmente siglato il cessate il fuoco. Ma a sei mesi dalla storica firma il paese si presenta ancora come un immenso cumulo di macerie, dove petrolio e diamanti risvegliano gli appetiti internazionali.
Il racconto di una nostra volontaria sul campo.

di Annarosa Fioretta
(responsabile Area Africa - Mlal ProgettoMondo) da Luanda

Da quando i portoghesi hanno dovuto abbandonare l'Angola, nel lontano 1975, il paese non ha più conosciuto la pace. Le immense ricchezze naturali, soprattutto petrolio e diamanti, e la sete di potere hanno alimentato una guerra civile durata quasi trent'anni. L'uccisione di Jonas Savimbi, leader dell'Unita (Unione nazionale per l'indipendenza totale dell'Angola), straordinario stratega della maggior guerriglia africana, ma anche principale emblema dei responsabili di questo eterno conflitto, ha aperto una finestra sulla speranza al dialogo. E con il cessate il fuoco, firmato nella città di Luanda il 4 aprile scorso, tra le Forze Armate governative Angolane e i giovani comandanti dell'Unita, la guerra sembra davvero finita.
Le sue conseguenze, però, continuano a segnare l'immenso territorio. Circa 4 milioni di sfollati (un terzo dell'intera popolazione) è in cerca dei propri cari e di un difficile ritorno alla normalità. Più di 85 mila soldati dell'Unita che si sono arresi e circa 10 mila bambini assoldati, da una parte o dall'altra, hanno consegnato solo 30 mila armi leggere, come garanzia contro un futuro incerto. Ancor oggi, la maggior parte dei territori rurali è inaccessibile, a causa delle mine e della paura che la guerra possa tornare, cosicché la popolazione si riversa nelle città ingrossando i già strabordanti campi per gli sfollati.

Macerie e diamanti

Il cielo di Luanda in questa stagione è senza colore, ricorda un po' Lima e le sue tristi e sterminate periferie. Nella capitale non restano quasi edifici interi, anche i mezzi pubblici sono un lusso, vicino agli alberghi comincia a circolare qualche taxi che preferisce dollari, l'unico canale tv trasmette l'immancabile telenovela brasiliana. Nella casa di passaggio di Oikos, ong portoghese con cui sta collaborando il Mlal di Verona, al piano terra di un vecchio stabile costruito dai russi a fine anni '70, devo spesso svegliare "Bijoux", un menino de rua, che insieme ad altri cinque o sei ha trasformato l'entrata in dormitorio. Il primo giorno avevo la preoccupazione di dove mettere le immondizie: ma presto ho capito che nella realtà angolana anche i cassonetti pubblici vengono letteralmente svuotati e riciclati. Il 78% della popolazione rurale vive al di sotto della soglia di povertà, un bambino su tre soffre di malnutrizione, tre bimbi su cinque non vanno a scuola e non hanno un certificato di nascita.
"Il destino si accetta", mi dice suor Dionisia accompagnando il rituale funebre di un infermiere del lebbrosario di Saurimo, morto di Aids a soli 30 anni lasciando la moglie, invalida a causa di una mina, e cinque bimbi. Eppure la provincia di Luanda sud è ricca, è qui che ci sono i maggiori giacimenti di diamanti che hanno alimentato (insieme al petrolio) questa interminabile guerra. "Ma i gamanga (diamanti) fanno la fortuna di pochi e la disperazione di molti" ricorda Dionisia. Il gruppo che si ritrova dopo il funerale ricorda da vicino i brasiliani, di cui molti sono discendenti; proprio di quegli uomini fatti schiavi in queste terre do fim do mundo (come le chiamavano i primi coloni portoghesi). "Noi angolani siamo allegri, siamo estroversi, ma questa guerra ci ha resi tutti rassegnati".

In attesa degli aiuti

Visitiamo un centro di transito per sfollati che fino al giorno prima ha accolto più di duemila persone; stasera ne restano poco meno di cinquecento: vedove, bambini, ammalati. Sulla porta di una capanna, stesa su una stuoia ricamata e adorna di una collana ormai sgualcita, incontriamo Jada: è stata moglie dell'ambasciatore dell'Unita in Gabon, ha frequentato i palazzi di marmo e i ricevimenti dei re; ma, negli ultimi tempi, quando ha cominciato a stringersi il cerchio delle Forze Armate Angolane, ha dovuto accontentarsi della foresta, dei suoi alberi come rifugio e dei suoi frutti come alimento. Oggi pesa 30 chili. Le fa compagnia solo una vecchia radiolina, che annuncia l'arrivo degli aiuti umanitari: due navi brasiliane e un aereo italiano, che precede la visita del sottosegretario agli Esteri e la presenza di un gruppo di impresari alla prossima Fiera. Nonostante i pesanti dividendi della guerra, Angola resta un paese ricco, che fa gola a destra e a sinistra. Si dice che gli Stati Uniti abbiano favorito questa pace, perché entro il 2020 devono aumentare l'importazione di barili di petrolio da 77 a 110 milioni al giorno. L'accesso e la libera circolazione delle ricchezze ha bisogno di stabilità e sicurezza.

Mentire è sopravvivere

Il ponte sul rio Kuanza è stato fatto saltare con la dinamite, due carri armati sventrati da mine nel giro di pochi chilometri, una manciata di case di paglia, lungo una strada vicina a nulla. La strada è pessima, il camion con le donazioni della cooperazione spagnola barcolla su un ponte improvvisato. Il cameraman della televisione locale che accompagna la delegazione continua a ripeterci di non uscire dalla strada principale, perché la zona è minata. Mine davanti, dietro, a sinistra, a destra, mine fuori e dentro di noi. Oggetti di morte, che non si vedono mai, attendono la vita intera per far morire nello spazio di un secondo.
All'aquartelamento di Damba, nella provincia di Malanje, una delegazione ufficiale mista (Forze Armate Angolane e Unita) ci riceve al centro del campo. Tutt'intorno, interi quartieri improvvisati di capanne di paglia, costruite con pali rubati all'ormai inesistente foresta e con il riciclaggio della ferraglia fusa dalla guerra; una pala d'elicottero, stretta e lunga una decina di metri, serve da posto di blocco. Qui vivono seguaci dell'Unita e non, in un'apparente convivenza pacifica. Qui le autorità si distinguono dal popolo appena per il titolo e per il diritto all'arbitrio, nemmeno più per la divisa. Nel circo della disperazione, anche chi conta si avvilisce proprio come tutti gli altri, nella totale inesistenza di luce, acqua, comunicazioni, finestre e porte. Una giovane donna, col solito bimbetto in spalla, si avvicina e denuncia la mancata distribuzione degli alimenti. Ma Zeca, il cameraman della televisione, mi avvisa: "Non dire mai quello che pensi". Qui, mentire è sopravvivere. I civili per difesa, i militari per tattica e i politici per malafede. Tutti per metodo.
Rapidamente, le ragazze del protocollo si avvicinano; percepisco che io non sono solo la straniera in vetrina. Ma tutti conoscono la regola: è vietato tutto quello che non è permesso. E' il capovolgimento dello stato di diritto, un punto su cui governo e Unita sono purtroppo sempre stati d'accordo. Il solo che si avvicina senza porsi problemi è un matto, l'unico uomo libero del villaggio, che mi propone di comprare diamanti. Viene rapidamente cacciato.

Venditori di tutto

Un altro giorno è finito e, nonostante gli aiuti spagnoli, non ci sarà da mangiare per la maggioranza di loro. Tutti sanno che molti alimenti donati saranno commercializzati al mercato, che gli aiuti internazionali, distribuiti dal Pam (Programma alimentare mondiale) diminuiranno, e che se non si approfitta della prossima stagione agricola, che comincia a settembre, l'anno prossimo sarà un altro anno di carestia.
Sulla spiaggia vicina, una sabbia molto fine, impalpabile, dove - mi fanno notare - si è dissolta la polvere da sparo, tre bimbi danzano la stonatura delle scale musicali di fili di ferro tesi su una tavoletta. Un pilota americano, ubriaco, non riesce a raggiungere l'elicottero della troika (Usa, Russia e Portogallo) garante degli attuali accordi di pace. Più in là un cimitero, uno dei tanti improvvisati: non un nome, non una data, non una memoria. La nostra macchina si ferma e dal nulla spuntano venditori di tutto. La speranza e la promessa di una vita che malgrado tutto va avanti. Chissà che un giorno possano diventare venditori di questa storia troppo spesso dimenticata. Rottami di guerra che con pazienza, coraggio e anche fatica, verranno trasformati in rottami di pace.

Sostieni un orfano di guerra

L'Angola ha 13 milioni di abitanti e 12 milioni di mine ancora disseminate nel paese. E' alle vittime delle mine e agli orfani o dispersi di guerra che il Mlal di Verona dedica il nuovo progetto avviato nella cittadina di Menongue, provincia di Kuando Kubango. L'obiettivo concreto è l'appoggio al Centro d'accoglienza "Pace e allegria" che offre vitto, alloggio e sostegno a 80 bambini. In parallelo, un piano formativo si propone di coinvolgere circa 300 adolescenti, handicappati o menomati da mine, nell'organizzazione di attività produttive e artigianali con l'allestimento di una falegnameria e di un'officina meccanica. L'Angola, infatti, deve far fronte alle gravi conseguenze di trent'anni di conflitti, alla distruzione delle industrie e dei servizi, alla migrazione dalle campagne in città di 4 milioni di persone prive di alloggio, servizi e mezzi di sostentamento, che sopravvivono grazie solo agli aiuti umanitari internazionali. Si può collaborare al progetto aderendo alla campagna "Sostieni un orfano di guerra" e versando 260 € l'anno, tramite bollettino postale n. 12808374, specificando la causale "progetto Vittime delle mine".

Volontari per lo sviluppo - Novembre 2002
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