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Caro diario - Scrivono i volontari

Un ospedale su 4 ruote

Usciamo con la nostra "clinica mobile", fuoristrada vecchio di 20 anni, per recarci a vaccinare i bambini in un villaggio non lontano più di 25 Km. L'appuntamento della nostra piccola squadra sanitaria è per le 8. L'autista arriva alle 8,15. Si carica l'auto con le borse, gli scatoloni, i contenitori per i vaccini. Attraversando la città di Sololo ci sono mille piccole incombenze. La nostra è l'unica auto che periodicamente e con regolarità si reca in ogni villaggio. Ognuno l'aspetta per programmare le proprie piccole, urgenti necessità. A quest'ora è tanta la gente che si muove e che si incrocia. C'è il mezzo sacco da portare a qualcuno del villaggio ove siamo diretti. Non è possibile negare il favore quando si conosce quale forza cocente abbia il sole che implacabilmente ti accompagna mentre arranchi sotto il suo peso; peso e ingombro ridicoli per una macchina anche se vecchia. Quel sacco contiene cibo: granturco; qualcuno lo sta aspettando da giorni per vivere. C'è sempre qualche donna con il bambino sul dorso che aspetta per chiederti un passaggio che risparmierà al suo piccolo ore di viaggio a piedi. Lasciato Sololo, lungo la strada, lo stesso cerimoniale continua a ripetersi.
Alle 11 finalmente siamo al villaggio. Fatto il giro con il fuoristrada che richiama le mamme con il clacson ci si ferma sotto il solito albero ad aspettare. Si chiacchiera e si scherza con chi passa e con le prime donne che arrivano alla spicciolata. E' quasi l'una quando inizia il rituale del controllo del peso dei bambini che, infilati uno a uno in un sacchetto di plastica, vengono appesi alla bilancia, legata ciondolante al ramo di un albero. Nel frattempo vengono ritirate le "cartelline cliniche individuali" che ogni mamma gelosamente conserva nelle foderine di plastica e si passa alla registrazione dei piccoli pazienti. Dopo la vaccinazione, le mamme si allontanano una ad una con il loro pargolo, mentre c'è sempre qualcuno, a macchina ricaricata e pronta per partire, che trova finalmente il coraggio per riferire i propri sintomi, aggiungendo sottovoce che però non ha i pochi scellini necessari. Così si torna a riaprire le borse... Finalmente, tutto a posto, si riparte. Subito fermati da chi chiede un passaggio fino a Sololo per sé e per qualche parente. Per loro nell'auto c'è sempre un posto libero. Arrancando sotto il sole si riprende il viaggio di ritorno. Se non avvengono le consuete forature delle gomme esposte all'attacco delle spine di acacie, si arriva a casa. Forse anche un po' snervati dal continuo valutare ciò che è accettabile e ciò che non lo è in questi loro comportamenti, primitivi nelle apparenze e profondamente umani se letti alla luce della loro cultura tradizionale. Un'enormità di energie investite per riuscire a offrire forse neppure il minimo indispensabile.

Giuseppe Bollini
medico Ccm
Sololo Hospital, Nord Kenya

Gli occhi immensi di Teodor

Il deserto è accentuato dall'immancabile acquazzone serale e dal buio che avvolge la cittadina, reso ancora più totale dall'assenza di elettricità, nella mia casa per intervalli di tempo molto brevi, ma nel circondario per lunghe ore. Manca poco all'inizio della stagione secca. A volte sento la mancanza del susseguirsi delle stagioni, con i loro mutevoli volti; la sensazione che provo quando la stagione delle piogge è nella fase cruciale è quella di un tempo interminabile. Camminare nel fango, su strade ridotte a laghi, tra persone intirizzite dal freddo, pensare ai bimbi di strada all'addiaccio, alle capanne di fango che ricevono colpi irreparabili, mi fa sentire colpevole e privilegiata.
Oggi è venuta in ufficio una giovane sieropositiva, con il bimbo di cinque anni che convive con il virus dalla nascita. Un bimbo con occhi immensi, ridotto a pelle e ossa, dilaniato da colpi di tosse violenti e irrefrenabili. Per gli ultimi giorni che gli restano da vivere ama nutrirsi di cibi molto costosi: pane, latte, pesce e banane, che la mamma, con un sussidio di 80 birr al mese (circa 9 euro) non sempre riesce a soddisfare. Alle mie domande assentiva solo con un impercettibile movimento degli occhi. Teodor non ha mai avuto la gioia di potersi sostenere sulle gambe, di giocare, di correre: vive la sua breve infanzia tra medicinali e ospedale. Stringere le sue mani, osservare il suo dolore è stata una sferzata alla mia stupida e inutile stanchezza, perché troppo semplice e immediato diventa l'arrendersi e affermare che è impossibile sconfiggere la povertà e la sofferenza ad essa connessa. Perché impossibile? Si tratta di ribadire, anche a me stessa, che siamo noi tutti, consapevoli di quanto accade (anche se talvolta ce lo nascondiamo per sopravvivere e non soccombere alla colpa), responsabili non solo della nostra vita, ma di tutte le esistenze che non possono dispiegarsi fisicamente e mentalmente per l'assenza degli elementi di base.
Ecco allora che ricomincio il mio cammino con i miei colleghi e amici etiopi alla ricerca di nuove modalità per portare avanti il progetto.
Il progetto... Oltre a Bahir Dar, siamo operativi anche a Gondar, Debre Markos, Injibara e Debre Tabor, dove i colleghi lavorano con i responsabili governativi e con la comunità, per dare concretezza alle attività finalizzate, non solo informare e educare, ma anche indurre un cambiamento nei comportamenti sessuali, e in alcune pratiche tradizionali come i matrimoni precoci e la circoncisione femminile. Ciò richiede un tempo lungo perché si tratta di incidere su atteggiamenti che affondano le radici in un passato non databile.
Le donne con la loro identità da conquistare, i bambini con il loro futuro aperto alla speranza, i sieropositivi con le loro storie cariche di sofferenza e non solo di colpe, gli etiopi nel loro insieme con la loro cultura millenaria da valorizzare e interiorizzare, sono i protagonisti del progetto che si pone una grande sfida: l'abbattimento della dipendenza, l'autonomia dagli aiuti esterni, la sostenibilità futura.

Mina Viscione
volontaria Cvm
Bahir Dar, Etiopia

La comunità nella palude

Siamo stati nella colonia Santo Domingo, nel profondo del Pantanal brasiliano, all'epoca della piena. Partiti con una piccola imbarcazione a motore, abbiamo raggiunto la meta dopo sei ore di navigazione lungo il rio Paraguai e i suoi affluenti: rio Negro e Taquarí.
Due i motivi del nostro viaggio: da un lato l'esigenza di Luiz e Delari, rappresentanti della Cpt (Commissione Pastorale della Terra), di partecipare alla riunione di rinnovo delle cariche dell'associazione che gestisce la barca della comunità; dall'altra la presenza di Tino, medico volontario che da anni fa visite mediche e distribuisce farmaci alle famiglie.
Chi dirige la barca deve avere molta esperienza e capacità di orientamento perché i corsi dei fiumi e i bacini d'acqua, allagando il Pantanal, mutano il proprio corso e trasformano il paesaggio.
Una folta vegetazione verde e rigogliosa coesiste con tronchi di alberi morti e rinsecchiti, testimoni della secca appena passata. Vediamo poco della ricchezza faunistica del Pantanal: durante l'epoca della piena infatti gli animali (tuiuiu, garças, capivara e coccodrilli) si rifugiano negli spazi non allagati.
Arriviamo a destinazione, la famiglia che ci ospita - avvisata via radio del nostro arrivo - ci sta aspettando.
La casa è composta da due capanne di legno con tetto in palma: una funziona da cucina, la seconda ospita le stanze da letto. Vicino c'è anche la capanna della scuola: una piccola costruzione rettangolare, aperta nei due lati maggiori e provvista di un tetto in eternith. All'interno i banchi, le sedie e una lavagna. Attualmente un gruppo di ventisette bambini dalla prima alla quarta serie frequenta quest'unica scuola della colonia. L'insegnante (la donna della casa che ci ospita) e l'orario di scuola sono gli stessi per tutti.
La giornata in colonia inizia presto con la luce dell'alba e il canto del gallo.
Raggiungiamo il punto concordato per le visite con la barca. In certi tratti le piante acquatiche non permettono di utilizzare il motore e all'esperto pilotero non resta che zingar, cioè collocarsi nella prua della barca e utilizzare il lungo remo biforcuto con cui si disincaglia e si fa strada in mezzo alla folta vegetazione.
Giunti a destinazione troviamo donne e bambini, arrivati chi a piedi chi a cavallo. I principali problemi di salute che Tino riscontra sono vermi, micosi e pressione alta (dovuta all'uso di carne secca molto salata). Non esiste denutrizione: questa comunità pantaneira pur isolata dal mondo sa trarre dalla natura un corretto sostentamento.
Alle visite sono accolte più di 60 persone al giorno; l'aspetto sanitario è poco curato in colonia, a volte le esigenze sanitarie portano all'abbandono della terra per emigrare verso la città. I farmaci distribuiti sono per lo più di tipo alternativo: pomate e sciroppi confezionati dalla Cpt stessa sfruttando le proprietà medicinali di piante locali. Si cerca di evitare la distribuzione di farmaci generici (in particolare antibiotici) che provocano a lungo andare un abbassamento delle difese immunitarie. Quando fa buio torniamo alla scuola dove siamo accampati. Ci riuniamo nella capanna per una cena di riso con pollo e fagioli, illuminati dal fuoco della cucina a legna. Prima di coricarci, scambiamo alcune parole con il padre di famiglia che ci trascina nel misterioso e a volte conflittuale rapporto tra uomo e natura nel Pantanal. Le frasi sussurrate sembrano quasi non voler disturbare la natura notturna che ci circonda. Parla di incontri pericolosi (e non) con serpenti, vedove nere e coccodrilli che, soprattutto di notte, si avvicinano ai luoghi dove vive l'uomo. La natura, a volte ostile, è la sua fonte di sostentamento, e con essa ha stabilito un rapporto di armonia.
Ci salutiamo al quarto giorno: tutta la famiglia ci accompagna al fiume e il loro sguardo ci segue finché la nostra barca scompare all'orizzonte. Tutta la loro attenzione è rivolta alla nostra barca che un po' alla volta si allontana; e chissà quando capiterà ancora che quattro persone facciano loro visita e "sconvolgano" la loro tranquilla quotidianità.

Elisa Zanatta e Licia Onofri
volontarie Cisv
Corumbà, Brasile

Arrivi & partenze

A metà ottobre Marco Bonetti è partito all'interno di un programma di cooperazione dell'Lvia in Guinea Bissau, dove lavorerà due anni con la funzione di tecnico agronomo.

Per motivi di salute a settembre è rientrata dalla Guinea Bissau Antonella Massoni, tecnico agronomo, partita nel mese di febbraio per conto dell'Lvia.

Gaetano Romano è partito a ottobre per la Tanzania, dove per tre anni svolgerà il ruolo di amministratore, nell'ambito di un progetto del Cmsr.

A settembre 2002 è rientrata dopo un anno di servizio in Albania Valeria Dalle Nogare. Ringraziamo Valeria per l'impegno con cui si è dedicata al progetto "Assistenza Domiciliare e in Istituti a Scutari" del Celim. Un in bocca al lupo a Sacchetti Laura che subentra a Valeria.

Sempre per il Celim partirà alla volta del Kosovo il nuovo volontario Teggi Simone che sostituirà Filippo Crivellaro in un progetto di microcredito.

Sabrina Pettinuzzo e Gianclaudio Bizzotto sono in partenza alla volta dello Zambia, per il progetto Celim di prevenzione e cura dell'Aids a Chirundu. Saranno impegnati per un periodo di due anni.

Scrivono i lettori

A proposito degli Elfi

Volevo muovere una critica all'articolo sugli Elfi di agosto/settembre 2002. Più che una critica la mia vuole essere un'alternativa a quelle possibilità di cui parla Lucio, ovvero di non-adattati eroinomani, nostalgici, carcerati o eremiti.
Eccomi: sono una non-adattata che ha avuto un ex-fidanzato eroinomane perché non si adattava o perché forse era in fuga da tutto e troppo debole per confrontarsi con certe realtà; un amico in carcere perché non si è adattato a trovarsi un lavoro e amici che fumano 24 ore su 24 per nostalgia.
Io non abito tra i monti e non porto strani cappelli, nonostante questo non condivido questa corsa al consumismo ma cerco di portare avanti alcuni miei ideali in questa giungla contando sulla mia libertà di scelta, finché ancora ci sarà.
Non critico il loro modo di vivere, anzi è da ammirare, solo che non è l'unica via per dire NO a quello che non ci piace.
Abbiamo delle alternative e abbiamo la forza di scegliere, senza cadere in dipendenze o andando contro la legge.
Dobbiamo avere la forza di scegliere, non dimentichiamocelo!

Enrica '77

Volontari per lo sviluppo - Novembre 2002
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