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Economia - L'escalation della Cina post-comunista

Shanghai Surprise

Con una crescita del 7% l'anno, l'economia cinese è in impennata. Al centro dello sviluppo, Shanghai, dove hanno aperto filiali più di 40 banche commerciali estere.
Ma scarse tutele dei diritti umani, unite al capitalismo selvaggio, rischiano di produrre una miscela esplosiva.

di Graziano Chiura

Pochi avrebbero scommesso che in un ventennio la Cina sarebbe riuscita a raggiungere risultati economici così importanti. Pochissimi avrebbero immaginato una svolta capitalista guidata dal partito comunista. La modernizzazione avviata da Deng Xiao Ping con le riforme economiche del 1978, che hanno rimosso i precetti egualitari del maoismo, si sta rivelando vincente. Ma allo stesso tempo, per la diseguaglianza che crea tra i cittadini, si sta rivelando anche la principale minaccia al regime.

Seta e microchip

La Cina è riuscita nell'arco di due decenni a creare le condizioni per competere con i giganti mondiali. Due le tappe decisive: la promozione nel 2000 a status permanente di nazione favorita negli scambi commerciali con gli Usa e l'ingresso nel 2001 nell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Le agevolazioni che ne derivano sono enormi, ma anche i limiti. Con il primo gennaio di quest'anno è entrata in vigore nel paese la normativa che regola l'import-export di tecnologia (tutela brevetti e loro diritto d'uso, servizi tecnologici e altro). Si aprono così importanti prospettive per tutti gli investitori del mondo attratti dall'obiettivo di conquistare una fetta del mercato cinese, in cui solo lo scorso anno sono stati investiti ben 46 miliardi di dollari dagli stranieri. Toshiba ha spostato il 75% della produzione di fotocopiatrici nella città di Shenzen. Intel, Motorola e Dell stanno trasferendo le loro produzioni da Taiwan alla Cina continentale. Ibm e Compaq hanno spostato alcune attività da Hong Kong a Shanghai, a Guangzhou e a Shenzen. Per le principali multinazionali vengono prodotti microprocessori, componenti elettronici e meccanici di alta qualità. Oltre alla produzione di giocattoli di plastica e radioline, pentole elettriche, frigoriferi, lavatrici e tv. Nel settore dei tessuti, la Cina non è solo il maggiore produttore mondiale di seta, ma anche esportatore di prodotti di seta a basso costo. Le imprese possono disporre di validi ingegneri e di un'enorme manodopera scolarizzata a basso costo. Le regioni costiere dispongono di strade, porti, aeroporti e telecomunicazioni efficienti. I terreni industriali costano in media la metà di quelli degli altri paesi asiatici concorrenti. Così a farne le spese sono Taiwan, la Malesia e la Corea del Sud.

L'exploit di Shanghai

Shanghai rappresenta la punta avanzata del nuovo sistema economico e finanziario cinese in termini di servizi e infrastrutture. In città, sulle rive del fiume Huagpu, hanno aperto le loro filiali più di 40 banche commerciali estere. In un imponente grattacielo alto 460 metri si sta realizzando il nuovo centro finanziario, mentre è in progetto una linea ferroviaria magnetica di 35 Km che collegherà l'aeroporto con il centro di Shanghai, costruita con tecnologia tedesca. Il treno colmerà la distanza in dieci minuti a una velocità di oltre 200 chilometri orari. La città conta ormai quindici milioni di abitanti e ogni anno attrae più di un milione di immigrati dalle campagne. E nelle strade, sottopassaggi e circonvallazioni in continua costruzione circolano già oltre mezzo milione di veicoli.

L'Occidente del desiderio

Mian Mian, una giovane scrittrice nata a Shanghai nel 1970, riesce a descrivere sapientemente il cambiamento che sta sconvolgendo la Cina nel libro Nove oggetti di desiderio (edito da Einaudi). I giovani: "che cosa vogliono? L'Occidente che hanno negli occhi. Ma ancora di più vogliono un biglietto color verde" stigmatizza la scrittrice.
Nella Repubblica popolare vivono un miliardo e trecento milioni di persone e il 70% ha un'età compresa fra gli zero e i trent'anni. Questi giovani sono in gran parte figli unici, a causa della politica di contenimento delle nascite imposta dal regime. Viziati dai genitori e dai nonni, sono bombardati da programmi televisivi d'intrattenimento che invogliano ad appagare bisogni effimeri. Mentre la maggior parte dei cinesi vive ancora con un reddito annuo che si aggira intorno ai seicento dollari, si valuta che almeno cento milioni di abitanti possano disporre di duemila cinquecento dollari l'anno, cifra che li colloca nella fascia di clienti medio alta. E se la crescita continua con lo stesso ritmo (7% annuo), si stima che nel giro di uno o due decenni altri trecento milioni di abitanti potranno migliorare il loro reddito e raggiungere un discreto potere d'acquisto. Sono già centocinquanta milioni i cinesi che possiedono un telefonino e almeno trecento milioni, tra due o tre anni, coloro che l'avranno. Molto richiesti i beni made in Italy come vestiti, scarpe, occhiali e borsette che si possono comprare a Pechino e nelle città costiere, dove sono presenti le marche più prestigiose della moda. Per conquistare quote di mercato nel settore degli occhiali, le principali griffe italiane hanno realizzato una linea che si adatta al profilo del volto orientale, e in più offre le garanzie del prodotto europeo.

Stile cinese, marca italiana

Ma ciò non deve far credere che sia semplice collocare, nell'immediato, prodotti stranieri sul mercato cinese. Finora l'export verso la Cina è stato frenato da elevati dazi doganali e, finché non saranno gradualmente abbattuti, la situazione non cambierà. Nel settore dei mobili i dazi doganali sono dell'11% per i prodotti finiti; sulle scarpe di lusso raggiungono il 25%. Molti imprenditori stranieri, per vendere ed espandersi sul mercato cinese, hanno preferito dotarsi di strutture produttive e di distribuzione sul posto. Ha seguito questa via la Fornari, azienda marchigiana di calzature e abbigliamento giovanili, con l'acquisito di un gruppo di società che già commercializzava i suoi prodotti. Apprezzabile è il suo sforzo di coniugare lo stile italiano con le esigenze dei consumatori cinesi. Mentre vi sono altre aziende che producono in Cina, ma si rivolgono prevalentemente al mercato occidentale. Come l'italiana Yaky, attiva nel settore dei mobili cinesi che rispettano i principi del Feng Shui (ovvero la dottrina dell'armonizzazione delle forme con l'energia vitale), che restaura e produce in Cina.

Capitalismo senza diritti

La maggiore preoccupazione per il regime risiede nel pericolo di non riuscire a controllare la situazione creata dall'apertura al libero mercato. Almeno tre i problemi più gravi. Il primo è rappresentato dalla crescita economica ineguale, con il crearsi di notevoli differenze di reddito tra i cinesi, dovute al mancato sviluppo delle zone rurali, che stentano a offrire condizioni di vita accettabili ai contadini, costringendoli a migrare dalle campagne alle città. Pechino e i centri urbani costieri sono ormai megalopoli dove crescono la precarietà e il disagio che l'inurbamento porta con sé. Il secondo problema è inerente al processo di ristrutturazione che investe le inefficienti aziende di Stato, e alle forti carenze che ancora esistono in fatto di rispetto dei diritti umani. Nei settori dove è già stata applicata, la liberalizzazione ha provocato almeno 40 milioni di disoccupati, un milione solo a Shanghai. Senza contare che ancora non esistono adeguate tutele per i lavoratori e manca un'autentica libertà religiosa, il che determina discriminazioni nei confronti dei credenti lavoratori e ricadute sui loro redditi (desta particolare apprensione l'inasprimento, in questi ultimi due anni, delle persecuzioni nei confronti dei culti "non approvati" come il Falun Gong).

Bomba a tempo

Il terzo problema, infine, è legato al debito nazionale interno che si reputa molto superiore a quello dichiarato dai dati ufficiali relativi al 2001 (16% del Pil). In generale, la maggior parte dei dati forniti resta di difficile valutazione finché la Cina non uniformerà il proprio sistema statistico a quello occidentale.
Insomma, la società cinese di oggi appare come una bomba a orologeria. Se il regime non sarà in grado tramite adeguate riforme di venire incontro ai bisogni del popolo, e riuscire a far convivere il profitto con il rispetto dei diritti dei cittadini, finirà per compromettere l'ascesa economica della Cina, e vedersi scoppiare tra le mani una conflittualità sociale ben difficile da gestire.

Volontari per lo sviluppo - Agosto 2002
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