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Persecuzioni religiose - Il rapporto Acs 2002

Caccia alle streghe

Sono state 250 milioni le vittime di violenze a causa della fede lo scorso anno. 160 mila i cristiani uccisi. Interi popoli oppressi, come i Tibetani o gli Uiguri in Cina. Questi i dati allarmanti del Rapporto annuale sulla libertà religiosa nel mondo, commentati da due esperti di fama mondiale.

di Nicola Di Mauro

"Nel mondo si corre ancora il rischio di essere uccisi, torturati, e perfino venduti come schiavi a causa della propria fede". A parlare è Massimo Introvigne, esperto di livello internazionale sui problemi religiosi e autore dell'Enciclopedia delle religioni in Italia (Elledici, 2001). Parole che fotografano nella sua crudezza una realtà ancora incredibilmente diffusa nel terzo millennio: la persecuzione religiosa. Alcune cifre, allarmanti, ci arrivano dal Rapporto annuale sulla libertà religiosa nel mondo 2002, realizzato dall'Acs (Aiuto alla Chiesa che Soffre) e dai dati dell'agenzia Fides. 250 milioni di persone sono stati oggetto di arbitrii e vessazioni violente, solo perché di fede cristiana. E 160 mila sono stati i cristiani uccisi in ben 50 paesi diversi. Solo nel 2001 hanno incontrato la morte 33 missionari cattolici tra preti, suore e laici.

Inglobati e sterilizzati

Ma non si tratta solo dei cristiani, le persecuzioni colpiscono milioni d'individui di altre culture religiose. Drammatica ad esempio la situazione dei seguaci di Falun Gong in Cina, "sottoposti al controllo del regime e a un'intensa repressione, a centinaia fatti internare in istituti psichiatrici". Gran parte di queste strutture sanitarie - si legge nel rapporto - dal 1999 sono adibite appositamente alla rieducazione di "pazienti" che professano culti "eretici" od ostili all'ideologia comunista.
Dall'India, a Dharamsala, dove vive in esilio, il Dalai Lama, capo politico e religioso del popolo tibetano, spiega la strategia del governo di Pechino per soffocare la religione tibetana e la stessa esistenza della sua gente. Dal genocidio di massa "si è passati a una colonizzazione aggressiva e violenta. Per non parlare delle sterilizzazioni forzate e degli aborti imposti alle donne". Secondo le stime diffuse dallo stesso Dalai Lama, sarebbero 7 milioni i coloni cinesi sull'altopiano a fronte di 6 milioni di tibetani che ancora vi rimangono.
Presi di mira anche i musulmani dello Xinjiang, gli Uiguri, "arrestati a migliaia proprio quest'anno con l'accusa esplicita di appartenere all'organizzazione terroristica di Al Qaeda". Il governo cinese inoltre sta cercando di mettere in atto un progetto di condizionamento ideologico e inglobamento della dottrina islamica, in modo da renderla "patriottica" e conforme all'ideologia politica dominante.

Sevizie "burocratiche"

"È anche vero - osserva Introvigne - che dopo la caduta dell'impero sovietico, in molti Stati passati a regimi democratici, la persecuzione religiosa assume la forma più soft della persecuzione amministrativa. Che è solo apparentemente blanda. Ma a sua volta insidiosa perché non immediatamente percepibile". Non si tratta dunque di tortura o condanne a morte, ma - come ci riferisce anche il direttore dell'Acs Attilio Tamburrini - del "rifiuto di permessi o ritardi eccessivi nell'inoltrarli per costruire edifici di culto, applicazioni arbitrarie e capziose della legge, vistose discriminazioni, ostilità e resistenze di natura burocratica verso le minoranze religiose". Così avviene per esempio nell'Europa orientale, in particolare nelle aree della Federazione russa e nel Caucaso, in cui la religione dominante, ossia la Chiesa ortodossa, sta facendo pressione sui governi e le autorità locali affinché non si proceda al riconoscimento delle cosiddette "religioni non tradizionali". Pure in Egitto, l'iter burocratico per costruire o restaurare edifici di culto cristiano ha assunto dimensioni ridicole, le lungaggini e i rinvii farebbero desistere chiunque e perciò sono numerose le chiese abusive.

Anche in Europa...

Ma anche a casa nostra, in Europa, la libertà religiosa non è scontata. A farne le spese sono le cosiddette "sette". In Francia, ad esempio, il 14 giugno dello scorso anno è entrata in vigore una legge "sul rafforzamento della prevenzione e della repressione dei gruppi di natura settaria". Si è definito nei dettagli un reato penale, secondo cui è violata la dignità della persona umana e l'esercizio delle sue libertà, quando si crea e si sfrutta la soggezione psicologica dell'individuo, una volta che abbia preso contatto con gruppi pseudoreligiosi, i cui metodi di "indottrinamento" risultano dubbi. Proprio sull'argomento Massimo Introvigne ha pubblicato il suo ultimo libro, Il lavaggio del cervello: realtà o mito? (Elledici, 2002). Le Chiese cristiane però hanno espresso critiche e riserve su questa legge, perché un suo utilizzo arbitrario impedirebbe qualunque normale attività di evangelizzazione.
Le cose prendono una brutta piega anche a Cuba. Dove il governo castrista sta cercando di far dimenticare la visita del papa Giovanni Paolo II nel '98, negando per esempio il conforto dei sacramenti ai detenuti, e "denunciando" l'attivismo cattolico nel campo caritativo, come "un crimine contro lo Stato, accusando la Chiesa locale d'intromettersi in attività che spettano solo al partito". In Corea del Nord e Cina la chiesa clandestina è considerata criminale, proprio perché costituisce un pericolo per la stabilità e l'ordine interno. E adesso, "dopo l'apertura e il riconoscimento di presuli da parte di Giovanni Paolo II - come ha sostenuto Joseph Zen, vescovo coadiutore a Hong Kong in un'intervista apparsa su Avvenire il 21 febbraio scorso - anche i cattolici aderenti all'Associazione patriottica sono guardati con sospetto dalle autorità cinesi".

False guerre di religione

Se una persecuzione religiosa degenera in conflitti di sangue e stermini di massa, può esserci il rischio estremo di una vera e propria guerra. "Ma in tal caso - ci fa capire Introvigne - a monte non sussistono mai ragioni puramente ed esclusivamente religiose. Subentrano altre variabili: questioni di supremazia regionale, di economia, di etnia". D'altro canto, a ben vedere, - ed è lo stesso esperto a fare questa considerazione - "l'attuale conflitto armato fra India e Pakistan avrebbe la sua ragion d'essere anche nel secolare contrasto fra islam e induismo". In Pakistan, a rendere la vita difficile a chi musulmano non è, resta l'applicazione della legge sulla blasfemia (prevista dal codice penale pakistano del 1986 all'art. 295c). È lo Stato a punire il reato di bestemmia, onde evitare che una folla di fanatici catturi e uccida chiunque sia colto in fallo, ma il Consiglio ecumenico delle Chiese ha chiesto espressamente la revoca di questa norma al governo pakistano. Parallelamente, nella regione del Kashmir l'estremismo indù si sta scatenando. "Ma abbiamo lo stesso genere di preoccupazione - asserisce Tamburrini - se ci rivolgiamo ad altre zone calde del pianeta". In Indonesia, secondo quanto riporta l'agenzia Fides in una nota del 25 febbraio 2001, gli stessi cristiani arrivano ad addestrare bambini-soldato con lo scopo, loro dicono, di difendersi dalle milizie islamiche. Neppure i pacifici buddisti sono esenti dai conflitti. Nello Sri Lanka "sono stati registrati numerosi episodi di intolleranza religiosa e violenza dovuti a una recrudescenza del nazionalismo buddista", sostiene il rapporto, all'interno del sanguinoso conflitto tra le "tigri Tamil" (induiste) e la maggioranza della popolazione buddista.
"È inoltre scontato - continua Tamburrini - palesare il drammatico rompicapo che fa gola ai media di tutto il mondo e fa masticare amaro quasi tutti i capi di Stato: il perverso gioco di orrori e stragi israeliano-palestinese". Superfluo notare a questo punto che "dietro questo sfondo ideologico, che usa la fede religiosa come pretesto "bellico" per esacerbare le tensioni esistenti e fa riconoscere gli uni come nemici degli altri e viceversa, saltano subito all'occhio motivi molto meno trascendentali: lo sfruttamento di risorse economiche, in primo luogo il petrolio o altre materie prime, l'egemonia strategica su alcune aree del pianeta, il mantenimento di privilegi e la volontà di estenderli in maniera indiscriminata, anche a scapito delle popolazioni più deboli". "In definitiva - conclude Tamburrini - il fenomeno della persecuzione religiosa, nelle sue forme più perverse o aberranti, si riversa ancora su tutto il pianeta come una morsa a tenaglia".

Sud Sudan

Più della fede può il petrolio

Da anni la sorte delle popolazioni nel Sud del Sudan sembra segnata: una guerra infinita tra il Nord musulmano e il Sud cristiano e animista lacera il paese, già stremato dalla carestia. "La scoperta di giacimenti di petrolio nel Sudan meridionale, al confine con il Nord, ha portato alle estreme conseguenze una persecuzione senza fine, condotta da Karthoum contro gruppi di persone di fede cristiana, ma anche di religione animista" evidenzia il rapporto Acs 2002. Il 20 aprile scorso le Nazioni Unite hanno approvato una risoluzione (nonostante l'astensione di Stati Uniti e Sudan) sulla situazione dei diritti umani nel paese. Drammatiche le dichiarazioni dei vescovi cattolici sudanesi e in particolare di Mons. Cesare Mazzolari, che denuncia: "quotidianamente avvengono massacri, raid aerei e bombardamenti di obiettivi civili e religiosi come scuole, chiese e villaggi. Esecuzioni sommarie, morti per fame, arresti ingiustificati, sparizioni, rapimenti, sottrazione di donne e giovani per venderli come schiavi". L'Human Rights Without Frontiers ha reso noto che 700 mila persone, nel corso del 2000, sono state cacciate dalle loro case per favorire il funzionamento degli impianti petroliferi. Per la stessa ragione, Avvenire del 16 marzo scorso e comunicati di denuncia di Christian Aid riportano che 55 mila persone hanno conosciuto la stessa sorte, e una cinquantina di villaggi sono stati fatti saltare in aria "con la complicità delle compagnie petrolifere".

Volontari per lo sviluppo - Agosto 2002
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