di Marco Bello
Il taxi si è perso in questa estrema periferia di Lima. La caretera sur - la grande strada che collega la capitale con la panamericana verso il sud - lambisce enormi quartieri di casette impiantate nel deserto. Sono gli effetti dell'inurbamento già iniziato negli anni '70 e poi continuato nella decade successiva, quando la gente fuggiva dalla Sierra a causa del terrorismo. Era l'epoca di Sendero Luminoso, la guerriglia maoista che insanguinò il paese tra l'80 e il '92, rendendo la vita nei villaggi impossibile. Dopo un'ora di macchina dal centro, si arriva a Villa el Salvador, il barrio joven (quartiere giovane, così si indicano i sobborghi, vere città) il più esteso e conosciuto del Cono sur. Poco lontano c'è Tablada del Lurin. Qui le vie parallele sembrano tutte uguali, è difficile trovare un punto di riferimento. Più a sud ancora, alcune colline a forma conica, gialle di sabbia, sono disseminate di baracche di latta. Sono le ultime invasiones, gli ultimi disperati che cercano un pezzo di terra nei pressi della città.
"Arrivai a Tablada nel '73" racconta Daniela Pronio, di Thiene (Vicenza), "come volontaria nell'animazione pastorale". In Italia Daniela faceva parte di una comunità di laici a Pistoia e lavorava in una fabbrica di maglieria. In realtà "non avevo intenzione di andare all'estero - racconta - poi si ammalò un'amica volontaria e io feci la valigia". Ed è qui che conosce Maruja Villaizan, all'epoca giovane catechista, con propensione per la sensibilizzazione politica delle masse. Si crea un'amicizia destinata a saldarsi in un progetto di vita al servizio degli altri. Le incontriamo all'hogar, il "focolare" del Centro di promozione familiare (Ceprof): il "loro" progetto per le bambine peruviane. Attraversato il portoncino in legno si accede a un piccolo cortile su cui si aprono due edifici: uno a un piano, dove abitano sedici bambine e ragazze tra i 6 e i 16 anni; l'altro più basso è la dimora delle due volontarie. Le camerette pulite ospitano alcuni letti a castello, e l'atmosfera è quella di una casa familiare.
"Erano gli anni di Sendero e io ero impegnata nell'attività politica". Parla
Maruja, carnagione scura e occhi vispi, che dicono molto anche quando la bocca resta
chiusa. Sendero Luminoso, movimento duro, che utilizzava il terrorismo sia contro il
governo sia contro la popolazione, e aveva tra le sue caratteristiche quella di massacrare
chiunque non stesse dalla sua parte. Fu ridimensionato - anche se ne esistono ancora
alcuni frammenti - con la cattura del suo ideologo e capo carismatico Abimael Guzman, nel
'92. "Questa era "zona rossa", occupata dalla guerriglia - continua Maruja
- la polizia non entrava. I senderisti avevano i loro uomini che abitavano nel quartiere e
noi non sapevamo più con chi si potesse parlare liberamente". Lei, per le sue
attività di sensibilizzazione ai diritti di base con la gente, era finita sulla lista
nera dei guerriglieri. "Per Sendero o la pensavi come loro o ti facevano fuori".
C'era anche il Movimento rivoluzionario Tupac Amaru (Mrta) nella zona, un altro gruppo
guerrigliero con caratteristiche diverse. "L'Mrta era meno sanguinario. Venivano qui
con carichi di cibo sequestrati ai commercianti e distribuivano viveri alla gente".
Poi, dai primi anni '90 inizia la repressione dell'esercito: "Arrivavano i camion di
notte. Andavano nella parte alta e i militari scendevano a ventaglio. Potevano entrare in
tutte le case, perché erano sospesi i diritti costituzionali. Frugavano dappertutto e se
volevano incriminarti lasciavano un foglietto compromettente e poi ti portavano via.
Torturavano la gente; molti hanno dichiarato di essere colpevoli sotto tortura a causa del
dolore".
In quegli anni Daniela e Maruja vivono come la gente del quartiere. Spesso rischiano,
ma portano avanti la loro idea. "Abbiamo iniziato a costruire, finanziandoci con i
lavori che facevamo fuori" continua l'italiana. "Abbiamo deciso di aprire una
casa per bambine in situazioni a rischio. È qualcosa che dà meno nell'occhio di un
gruppo per la coscientizzazione popolare". Di questi centri ce ne sono svariati, ma
Daniela è critica: "Molti sono depositi per bambini. Li tengono, danno loro da
mangiare e da dormire, e basta. Noi vogliamo dare un'attenzione personalizzata alle
bambine, altrimenti è meglio non far niente. Quindi, per prima cosa, numeri
limitati".
Hanno iniziato con una casa che accoglieva in forma temporanea, non volevano, cioè, che
le bambine si fermassero più di tre anni. Ma le situazioni familiari difficilmente si
risolvono. "Sono pochi i casi in cui le piccole riacquistano lo spazio e la fiducia
all'interno della famiglia". Daniela racconta un esempio tra tanti: "Undici
figli, padre e i due maggiori tossicodipendenti e alcolisti. Le due figlie più piccole
erano da noi all'hogar. Qui avevano cibo assicurato due volte al giorno, le
mandavamo a scuola. Ora, la madre viene a riprendersele: ci chiede i soldi che spendiamo
per loro così pensa di usarli per tutta la famiglia. Ma noi non ci stiamo". È
amareggiata Maruja, ma non dà colpe: "È soprattutto una situazione di estrema
ignoranza, che porta a queste conseguenze".
"La promiscuità in cui vivono è assurda - continua Daniela - a 15 anni sei quasi
sicuro che restino incinte. I genitori sperano che il ragazzo se le porti via, ma
raramente accade". "Una volta - racconta Maruja - mi si presentano una mamma con
la figlia di 15 anni al settimo mese di gravidanza. La madre, arrabbiata con la piccola le
dice "Sei una stupida, ti manca poco, cosa aspetti a cercare un hogar dove
metterlo!". Il figlio nasce e l'unica preoccupazione è trovare un posto dove
mollarlo. È questa la situazione".
All'inizio, le prime otto bambine sono state affidate al Ceprof dall'Istituto nazionale
per il benessere familiare (Inabif), l'ente del governo che si occupa di problematiche
legate alla famiglia. Mentre spesso si conosce il luogo di provenienza delle bambine, è
difficile che ci sia un contatto con la loro famiglia. In molti casi, Maruja svolge una
vera e propria attività investigativa. Le bambine arrivano da villaggi e città
dell'interno del paese, sono affidate o vendute a qualcuno che viene in capitale. Qui
finiscono in case dove svolgono lavori domestici. Sono prese anche molto piccole, non
hanno documenti e spesso si cambia loro il nome. "Sono bambine vendute, bambine senza
identità" spiega mesta Daniela.
Le storie sono tante: "Ogni caso è un mondo a sé, questo è il vero problema"
continua Daniela. Come la piccola di 4 anni appena arrivata: ha la mamma condannata a 14
anni di carcere, con l'accusa di terrorismo. "Non ha possibilità di uscire prima.
Occorre trovare una famiglia adottiva per la bimba, che però non ha altri referenti. Che
futuro avrà, vivere sempre in un hogar? È una bambina assetata d'affetto. Ha
bisogno di una mamma. Noi siamo le "zie" di tutte, e questo è sempre stato un
problema".
Il progetto ha molti amici in Italia. Un gruppo di Genova si autotassa da 10 anni
garantendo, tramite adozioni a distanza, il necessario per almeno 12 bambine. "Se
sopravviviamo è grazie a loro - rivela Daniela - è un'entrata fissa che ci dà
sicurezza. Poi ci sono tanti altri aiuti, saltuari, ma molto importanti". Le due
volontarie hanno anche iniziato un'esperienza con il turismo responsabile: "C'è una
piccola casa, nella quale già da alcuni anni vengono turisti legati ad associazioni
italiane. In questo modo guadagniamo qualcosa per mantenere le bambine. Annessa abbiamo
anche realizzato una biblioteca per i ragazzi della strada. Qui vorremmo organizzare una
vera attività di doposcuola, a partire da quest'anno".
Daniela ha ormai cuore e passaporto peruviani, anche se ha mantenuto stretti legami con
l'Italia. "Quando sono venuta avevo un'idea di volontariato che prima di tutto è
servizio - confida Daniela - penso che siamo persone normali che fanno una scelta di
servizio anziché di profitto. Per quello che mi riguarda mi sento una privilegiata,
perché ho potuto fare quello che volevo".
Parlando del futuro, dice: "Per molto tempo ci sarà bisogno di questo tipo di
attività. Finché non ci saranno nuclei familiari normali. Dodici anni di terrorismo
hanno lasciato segni forti nella gente".
Una mano salva l'altraPer mettersi in contatto con i gruppi d'appoggio del Ceprof
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Agosto 2002
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