di Gianluca Iazzolino
La luce che
permea le sue immagini ha reso inconfondibile il suo stile, consacrandolo come uno dei
maestri della fotografia di tutti i tempi. Ma Sebastião Salgado, brasiliano, classe 1944,
si scrolla di dosso qualunque merito. "E' la luce della mia terra, il Minas Gerais:
la luce più intensa e vibrante che abbia mai trovato. Non ho fatto altro che inseguirla,
in giro per il mondo". Per raccontare le storie di chi ha perso tutto, o non ha mai
avuto nulla, Salgado si è messo in cammino, frapponendo la sua macchina fotografica Leika
tra sé e la realtà. Dai campi profughi congolesi al Sertão brasiliano, ha ritratto
donne e uomini immersi nel loro ambiente, mostrandone l'intima corrispondenza, in una
drammatica sintesi tra terra e carne.
"La fotografia è un linguaggio universale, comprensibile da tutti", afferma. "Non hai bisogno di traduzioni. Chiunque, al di là della lingua o della nazionalità, può capire un messaggio scritto in immagini". Questa volontà di tradurre oggettivamente il mondo è onnipresente nella sua opera. E, a ben guardare, anche nella sua biografia. Prima di dedicarsi alla fotografia, infatti, il giovane Sebastião intraprende studi economici. Vuole conoscere i meccanismi di quella miseria da cui lui, il sesto degli otto figli di un guardiano di bestiame, è stato circondato nella sua infanzia, nella cittadina di Arneis. A vent'anni s'iscrive all'Università di São Paulo, facoltà di Economia. Poi, insieme alla moglie Lélia Wanick, che diventerà la sua più fidata collaboratrice, è a Parigi, per un dottorato e per fuggire da un Brasile lacerato dalle disuguaglianze, in cui i militari si stanno facendo largo a spallate nella politica. Cerca la chiave di lettura alle ingiustizie in rapporti, tabulati e statistiche. "Quel che notavo, dal mio punto d'osservazione privilegiata in riva alla Senna, è che ovunque si parlava di povertà, ma non di poveri". Finché, lavorando per l'Organizzazione Internazionale del Caffè, arriva l'occasione per un viaggio in Africa. Nella valigia di Sebastião trova posto anche la macchina fotografica di Lélia. E' il 1971. Al termine dell'esperienza, Salgado confesserà di non aver mai visto le cose tanto chiaramente come attraverso quell'obbiettivo. La conversione alla fotografia sopraggiunge con la rapidità di un'illuminazione. Capisce che è "un mezzo potentissimo e immediato, lo strumento giusto per leggere la realtà e per parlare di ingiustizie e sfruttamento". Abbandona l'economia, ma non la passione per la lotta alle disuguaglianze: e alle teorie macroeconomiche preferisce l'impatto dell'immagine. Lavora come fotoreporter per le maggiori agenzie del mondo (Sygma Photo, Gamma, Magnum). Con i suoi scatti, ritrae le guerre civili di Angola e del Sahara spagnolo, la prigionia di ostaggi israeliani a Entebbe, in Uganda, il fallito attentato a Ronald Reagan. Immortala i grandi eventi storici, eppure, percorrendo il mondo, si rende conto che i grandi mutamenti seguono altri snodi, altri percorsi. Sempre di più rivolge il fuoco della sua macchina sulle masse invisibili, che avanzano silenziose su sentieri dimenticati.
Comincia la fase
dei progetti ad ampio respiro. Dal 1977 al 1984 percorre le strade dell'America Latina,
raggiungendo villaggi di montagna e insediamenti nel fitto della selva. Il frutto di
questo pellegrinaggio è Others Americas, pubblicato nell'86. Rifuggendo
l'iconografia esotica e stucchevole dei tropici, le sue foto restituiscono tutta la
dignità delle masse contadine al lavoro in campi riarsi dal sole tra Messico e Brasile, e
dei discendenti degli indios in lotta per la propria sopravvivenza culturale. L'aspetto
sociale della sua opera si consolida, sia nella pratica sia nella poetica. "Il
fotografo che decide d'impegnarsi nel sociale ha il compito di legare, di stabilire
connessioni tra i problemi che esistono", dice Salgado. "Deve farsi coinvolgere.
Il suo contributo è nel provocare il dibattito, smuovendo le coscienze. Solo così può
partecipare attivamente alla soluzione". L'impegno concreto si traduce nella presenza
costante in prima linea. Per quindici mesi, alla metà degli anni '80, accompagna l'ong
francese Médecin sans frontiéres sul fronte della guerra alla povertà, nel
Sahel. E' la volta di Sahel: Man in Distress del 1986. Torna il tema
dell'orgoglio, manifestato nella strenua resistenza a un deserto che divora la terra
coltivabile. Le immagini testimoniano un mondo che sta scomparendo, insieme alle culture
che lo abitano. Lo studioso di scienze economiche subodora il mutamento epocale nelle
forme del lavoro, e decide di seguire le correnti di trasformazione nell'attività umana,
documentare il passaggio dalla produzione su scala locale a quella su scala globale. Nel
'93 pubblica Workers: sette anni di lavoro, 26 paesi percorsi. "Siamo in una
fase di grandi trasformazioni", dice a proposito di questo progetto. "Con
l'arrivo delle nuove tecnologie nelle forme di produzione è mutato il carattere stesso
del lavoro e, con esso, lo stile di vita di centinaia di milioni di individui. Le loro
tradizionali, sedentarie esistenze sono state sconvolte. Hanno dovuto abbandonare le loro
case, la loro terra, dirigersi verso le città". Commenti da scienziato più che da
esteta. Il '97 è l'anno di Terra, un documento sul movimento brasiliano dei Sem
Terra, di cui Salgado si è sempre dichiarato sostenitore. La lotta contro i latifondisti,
per una ripartizione equa dei terreni coltivabili, è raccontata attraverso una serie di
scatti che porta all'attenzione del mondo la drammatica situazione dei braccianti. Nelle
sue immagini, scarne figure umane percorrono paesaggi desolati, soffrendo lo stesso male
di una natura ridotta allo stremo. "Esiste uno stretto legame tra la struttura della
povertà e la distruzione dell'ambiente. Nei paesi tropicali questo è tragicamente
evidente. In Brasile, con la deforestazione finalizzata all'esportazione di legname, alla
creazione di pascoli e allo sfruttamento di miniere, abbiamo privato masse enormi di
individui della naturale forma di sussistenza. Abbiamo ucciso le foreste, e con esse i
popoli, le culture che le abitavano". Il movimento dei Sem Terra trae enorme
giovamento dal suo appoggio, acquisendo una maggiore rilevanza politica proprio nel
momento in cui la repressione si inaspriva. Salgado continua a viaggiare, a osservare, a
fotografare. Nel 2000, arriva il naturale completamento di Workers: Migrations,
un progetto eseguito in 41 paesi. I lavoratori del precedente documento sono ora migranti
e profughi, flussi umani che percorrono il globo, andando ad addensarsi ai bordi delle
megalopoli del Sud. "L'epoca di Londra, Parigi, New York è terminata", afferma
profeticamente. "Le città del futuro sono Bombay, Città del Messico, Manila,
Jakarta, São Paulo. Un tempo avevano 4 o 5 milioni di abitanti, adesso ne hanno quindici
milioni. Più di 150 città in India attualmente hanno una popolazione superiore a un
milione". Dello stesso anno è Children, una carrellata sull'infanzia: un
ulteriore passo avanti in un percorso volto a delineare il mondo che verrà.
Oggi Salgado vive a Parigi e lavora per l'Amazonas Images, l'agenzia che ha fondato insieme alla moglie. Cranio lucido e sguardo penetrante gli conferiscono la tranquilla solennità di un monaco, e lui, proprio come un pellegrino impegnato in una ricerca costante, continua a viaggiare, andando a posare lo sguardo laddove avvengono i fatti, a farsi spettatore attivo degli eventi. "Le mie foto sono una sorta di vettore che dirige l'attenzione di chi guarda, mettendolo in grado di riconoscere le corrispondenze. La mia speranza è che, vedendole, una persona cambi, diventi un'altra". A Parma, dove l'abbiamo incontrato, ha presentato il suo ultimo progetto: un reportage sulla città emiliana commissionato dal Comune. Un lavoro lontanissimo dai suoi precedenti, ma solo in apparenza: l'amministrazione si è impegnata a supportare un programma, da lui promosso, di rimboschimento nella Mata Atlantica, nel Sud Est del Brasile, in cui è coinvolto anche il gruppo locale dei Sem Terra. Il fotografo si sposa all'attivista passando per il ruolo, o forse sarebbe meglio dire la responsabilità, che Salgado si attribuisce: quella di testimone. Il bianco e nero è la sua firma; e a chi gli fa notare come la scelta espressiva sia la più efficace nel rendere la drammaticità del messaggio, risponde, prosaico come solo un economista sa esserlo: "Non sono capace di fotografare a colori". Ma se le sue foto sono in bianco e nero, altrettanto non si può dire della sua visione del mondo. "Non sta a me giudicare quel che è bene e quel che è male", dice. "Le mie foto sono solo un'intersezione di eventi, gli incroci in cui transitano migranti e profughi. Scatto globalmente e voglio mostrare globalmente. Tutte le mie storie sono sulla condizione umana oggi, di fronte al dilagare del liberismo nel Sud". E più che di opposizione tra bene e male, il suo contrasto tra luce e oscurità parla di quello tra conoscenza e ignoranza. "Solo mezzo secolo fa, il mondo poteva dire che non sapeva nulla dell'Olocausto. Oggi la televisione mostra tutto quel che c'è da vedere sul Ruanda e sul Kosovo, eppure i massacri continuano". La maschera del monaco rivela l'inquietudine. Il mondo che racconta attraverso le sue immagini è un mondo malato. Lo sguardo, sembra dire Salgado, può essere il primo passo verso la cura.
Volontari per lo sviluppo -
Giugno 2002
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