di Gianluca Carmosino
Acteal, 22 dicembre 1997. Un commando paramilitare fa irruzione nella comunità
indigena Tzotziles, durante un incontro di preghiera. Quarantacinque persone, in
maggioranza donne e bambini, sono massacrate a colpi di fucile. La notizia fa il giro del
mondo, riproponendo all'attenzione internazionale la questione dei diritti umani in
Chiapas (Messico). Il vescovo di questa regione, situata al confine con il Guatemala,
all'epoca era ancora Samuel Garcìa Ruiz. Dal 3 novembre 1999, quando ha compiuto 75 anni,
si è dimesso per raggiunti limiti d'età. "I miei fedeli mi hanno avvisato, non
credere che adesso che sei in pensione lavorerai di meno", mi dice sorridendo.
"Noi ti affidiamo la bandiera della nostra dignità. Tu continua a difenderla".
Al suo posto, stranamente, oggi non c'è Raùl Vera Lòpez, il successore designato dalla
Santa Sede nel 1995. È stato sostituito dopo pochi mesi dalle dimissioni di Ruiz.
Ufficialmente per "errori in campo teologico, visione riduttiva della
pastorale". Più probabilmente perché, in quel breve periodo in cui è stato
vescovo, Vera Lòpez ha confermato l'impegno pastorale e sociale portato aventi in
quarant'anni dal suo predecessore.
Ma che vescovo è stato in realtà Samuel Ruiz? Per capirlo, può essere utile sapere
perché in questi giorni di fine marzo è a Roma. "Sono qui per celebrare il
ventunesimo anniversario della morte di Oscar Arnulfo Romero", mi dice quando ci
incontriamo nel convento di Santa Sabina, sull'Aventino, in una splendida giornata
primaverile. Romero è stato ucciso dal regime militare perché difendeva gli ultimi. In
realtà, la prima vera celebrazione di Ruiz per la morte del vescovo salvadoregno è stata
quella del 1980, quando don Samuel decise di partecipare al funerale di Romero pur sapendo
di rischiare la vita.
I suoi fedeli, eredi della civiltà maya, lo chiamano tatic, che vuol dire
"padre nello spirito". Eppure, l'uomo che ho di fronte tutto sembrerebbe, tranne
che un "grande padre della chiesa". Un uomo minuto, dal passo lento e con una
strana borsa colorata al collo (un regalo dei suoi fedeli indigeni), ben lontano
dall'immagine stereotipata di vescovo.
L'autorevolezza e l'affetto di cui monsignor Ruiz gode tra le comunità indigene, ma anche
tra migliaia di persone in tutto il mondo, sono il frutto di un cammino iniziato negli
anni del Concilio Vaticano II e dell'Assemblea dell'episcopato latinoamericano di
Medellín (1968). Da allora "l'opzione preferenziale per i poveri" è diventata
la chiave della sua pastorale e di quella di altri vescovi, come Romero.
Nel Chiapas, Ruiz ha sempre scelto la difesa dei diritti dei più deboli, degli
emarginati. Per questo è stato più volte attaccato dal governo, dall'aristocrazia
terriera e anche da alcuni ambienti ecclesiastici.
Nel 1970, in qualità di presidente del Centro episcopale nazionale di pastorale indigena
(Cenapi), promosse un incontro atipico, il cui obiettivo dichiarato era ascoltare gli
indigeni, e non insegnare loro qualcosa. Titolo del seminario: "Indigeni in polemica
con la chiesa".
Nel '74, il 150° anniversario dell'incorporazione del Chiapas nel Messico coincise con il
500° presunto anniversario della nascita del primo vero difensore dei diritti dei popoli
indigeni, il domenicano spagnolo Bartolomé de Las Casas. A lui, nel 1989, Ruiz ha
intestato il Centro per i diritti umani (nel cui sito è possibile trovare il lungo elenco
delle stragi impunite compiute nel suo paese: www.laneta.apc.org/cdhbcasas), costituendo
una rete tra i gruppi di contadini che vivono nella sua diocesi. Per festeggiare i due
anniversari, il governatore del Chiapas organizzò un congresso convocando storici di fama
mondiale. Don Samuel, interpellato in quanto successore di Bartolomé de Las Casas, impose
al governo non solo di estendere l'invito agli indigeni, ma anche di sostituire lo
spagnolo, lingua ufficiale del congresso, con le lingue di quattro etnie indigene. Non
contento, fissò anche i temi principali del congresso: terra, commercio, educazione e
salute. "Se dovessi organizzare oggi un evento analogo a quello del '74 - mi dice -
il tema centrale sarebbe ancora quello della terra. I popoli indigeni sono privati, in
tutta l'America Latina, del loro habitat, dello spazio necessario per vivere secondo le
proprie credenze, che sono fortemente comunitarie. Pochi mesi fa, in seguito a una delle
numerose carneficine compiute in Chiapas, in cui morirono decine di indigeni, i
rappresentanti della loro comunità mi hanno chiesto di seppellirli insieme, in una tomba
comune. Per affermare l'identità comunitaria anche dopo la morte. Lo scontro attuale,
infatti, è tra lo spirito comunitario indigeno, che chiede la terra per realizzarsi, e il
capitalismo individualista degli sfruttatori, che toglie la terra e, di fronte alle
differenze culturali, si dimostra solo capace di omologare e opprimere".
Negli anni Ottanta si schiera sempre apertamente in difesa delle popolazioni indigene. Sono gli anni in cui in Messico (che, nel 1982, fu il primo paese a dichiarare che non avrebbe potuto onorare i suoi debiti esteri) si consolida il dominio delle aziende statunitensi nello sfruttamento delle risorse, e uno sfacciato processo di privatizzazione secondo i dettami del Fondo monetario internazionale. Sono anche gli anni che vedono nascere il North american free trade agreement (Nafta), l'accordo di libero scambio commerciale deciso dagli Stati Uniti, sotto la spinta delle grandi imprese multinazionali. Contemporaneamente, cresce la repressione nei confronti dell'Esercito di liberazione nazionale zapatista (Ezln) da parte del governo. Ruiz accetta di presiedere la Commissione nazionale di intermediazione (Conai). Nel '95 riesce a ottenere un accordo di pace tra le parti, ma non la smilitarizzazione dei territori. Il '97 è l'anno della strage di Acteal. L'anno successivo, quando il governo si oppone all'apertura dei negoziati di pace alla società civile, la Conai si ritira dalla mediazione. Appare chiaro che il silenzio delle autorità su molte stragi e la repressione della resistenza zapatista sottendono una strategia, quella di allontanare alcune comunità dalle proprie terre, per dare il via libero allo sfruttamento delle ingenti ricchezze della regione.
Ma il seme gettato da Ruiz sembra ora portare i primi frutti. Quello che ha sempre
caratterizzato lo zapatismo difeso dal vescovo è, infatti, l'essere "una rivoluzione
pacifica che non aspira al potere ma al dialogo e al riconoscimento dell'identità
indigena da parte dei governi. Oggi, in tutto il continente, i popoli indigeni stanno
prendendo coscienza del loro essere soggetti della propria storia. Esprimono, con una
forza mai vista in passato, la volontà di essere riconosciuti nella propria identità
culturale, di dialogare con i governi in qualità di interlocutori per creare una vera
democrazia, plurietnica, rispettosa delle leggi comunitarie e dei costumi delle loro
tradizioni".
Che cosa ha condotto a questo risveglio dell'America Latina? "Quando il dolore
raggiunge una certa soglia, non puoi che reagire. Questi popoli sono oppressi dai tempi
della "conquista", e hanno oggi la volontà e la possibilità di cambiare
finalmente la propria storia. Le conseguenze di queste mobilitazioni non sono al momento
prevedibili, ma saranno comunque rilevanti anche per i paesi industrializzati".
Quando, infine, un collega gli chiede se è rimasto contento della ventata di cambiamento
giunta con il nuovo presidente messicano Vincente Fox, l'espressione del suo volto e il
tono della voce cambiano. Dietro gli occhiali spessi, lo sguardo si fa più intenso.
"L'elezione di Fox, cioè di un ex dirigente della Coca Cola, rappresenta un
cambiamento solo in quanto ha posto fine al potere del Partito rivoluzionario
istituzionale dopo settant'anni di corruzione e ingiustizie. Non sarà mai solo la
politica a trasformare radicalmente una società. La vera novità oggi consiste nel
risveglio della società civile e dei popoli indigeni. Che hanno l'opportunità di
svolgere direttamente un ruolo attivo nell'ingresso del paese in una democrazia autentica.
Sfatando il luogo comune che il Chiapas sia solo Marcos - il leader dell'Ezln, che proprio
nei in giorni in cui incontriamo Ruiz ha aperto una nuova trattativa con il governo, per
far approvare una legge di tutela delle popolazioni indigene - e Ruiz. Non ho la sfera di
cristallo, ma le notizie di questi giorni sono un segnale positivo per l'approvazione in
parlamento di una legge in favore di tutte le comunità indigene. La mia speranza è che,
pur con qualche modifica, non vada incontro a un rifiuto. Sarebbe antistorico".
Volontari per lo sviluppo -
Maggio 2001
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