di Paco Lopez
da Pristina
Girate a destra dopo Trieste, scendete giù qualche chilometro e poi svoltate a sinistra all'altezza del Montenegro o dell'Albania. Dopo qualche saliscendi siete in Kosovo. Questa piccola regione, istituzionalmente una provincia della repubblica di Serbia, è da qualche tempo sotto la gestione delle Nazioni Unite (Unmik). Da quando la guerra e l'attacco Nato sono finiti, il Kosovo sta cercando di tornare lentamente alla vita normale. Ma le tensioni sono all'ordine del giorno, gli scontri anche fisici frequenti, bastino per tutti gli ultimi combattimenti a Mitrovica, nel nord della regione, che hanno coinvolto albanesi e Kfor francese in aperti scontri degni della migliore guerriglia urbana. In questo certamente non idilliaco quadro, la missione dell'Onu si agita, verrebbe da dire si contorce. Di risultati, pochi. Sia a livello quotidiano sia, più in generale, politico. Esserci dentro aiuta a respirare l'aria di sfaldamento che regna fra gli "international", questa strana etnia umana che cresce e si evolve (e alcune volte, anche involontariamente, si riproduce) nelle missioni di peacekeeping.
Cosa fa in concreto la missione dell'Onu in Kosovo? Si potrebbe forse rispondere con
poche parole, dicendo che Unmik amministra la regione in attesa che il suo futuro venga
meglio delineato. In sostanza funziona da governo, ma gestisce, o dovrebbe gestire, molto
più della normale amministrazione. Immaginate un luogo con 2 milioni di persone, che
hanno bisogno di tutto per poter vivere assieme. Non esiste alcuna struttura pubblica,
nessuna registrazione civile, di proprietà, economica e finanziaria, non ci sono che
poche case, il sistema bancario è inesistente. Bisogna organizzare tutto. Unmik sta
tentando di fare questo in Kosovo. "Tentando" forse non è la parola giusta.
Diciamo allora arruffando.
Considerato che quando questa missione è cominciata la popolazione albanese del Kosovo
viveva da circa 10 anni in isolamento culturale, amministrativo ed economico, una specie
di embargo interno imposto da Milosevic, non è difficile capire la situazione di disastro
in cui si trova la regione. La gente di lingua e cultura albanese, per protesta, ha
boicottato ogni censimento dal 1989, anno in cui viene revocato lo status di autonomia
alla provincia. Nessuno ha più votato, pochi hanno registrato i propri figli
all'anagrafe, sono nate scuole irregolari per lo Stato serbo (ma che per lo meno hanno
garantito istruzione in lingua albanese). La popolazione è diventata uno Stato (senza
molti diritti) nello Stato, rimasto invisibile e silenzioso alla comunità internazionale
per anni, auto sostenendosi con tassazione interna e rimesse delle decine di migliaia di
emigrati. Tutto ciò fino alla guerriglia, fino alla guerra.
Unmik si trova in Kosovo da 2 anni e mezzo. Come sempre accade in queste missioni di
peacekeeping gli sprechi, piccoli o grandi che siano, sono all'ordine del giorno. È forse
superfluo ricordare che gli appartenenti alla missione hanno benzina gratis, Internet a go
go, un "discreto" stipendio (dai 10 milioni in su...), una bella vettura 4x4
praticamente a propria disposizione. E tutto ciò per creare un sistema che tanto somiglia
all'immagine di efficienza che tutti hanno di un tipico ministero italiano. La missione
sta certamente facendo arricchire varie cartiere, considerando la quantità di fogli,
documenti e circolari che girano infinitamente all'interno di uffici senza mai vedere la
luce del giorno.
Ma veniamo a esempi concreti. Facciamo un passo indietro e andiamo quasi agli inizi: una
volta istallatasi, la missione comincia a pensare che si dovrebbe realizzare una
registrazione della popolazione locale, per sapere chi c'è e chi se n'è andato, chi
potrà votare alle elezioni (tenutesi in ottobre 2000) e chi potrà poi godere dei diritti
normalmente legati alla presenza nelle anagrafi, come per esempio avere una carta
d'identità, un passaporto, proprietà registrate a proprio nome. In "solamente"
un anno si riesce a concepire, organizzare e far partire, nell'aprile 2000, questa mega
registrazione. Ma il tutto finisce nel giro di soli quattro mesi. Un miracolo? Non
proprio. Nel corso del 2000 riescono a essere distribuite appena qualche centinaio di
carte d'identità su circa un milione e mezzo di moduli (la registrazione riguardava solo
i maggiori di 16 anni, quella relativa ai minori deve ancora cominciare), a febbraio 2001
si raggiunge la cifra di ben 82 passaporti. Ma perché questa beffa? Per il semplice fatto
che il tempo ciclopico impiegato a concepire una tale attività non è stato sufficiente a
mettere al riparo da "piccoli" inconvenienti, che hanno poi determinato la
catastrofica registrazione civile messa in piedi.
L'attività parte con un dispiego di mezzi e uomini tutt'altro che limitato. Si approntano centri di registrazione ovunque nella regione, per avvicinarsi il più possibile alla popolazione. Molti di questi centri sono in realtà dei container comprati per l'occasione. Una buona parte del personale (internazionale) è assunta specificamente per questo compito. I dati raccolti sono spediti in India dove vengono trasferiti da materiale cartaceo a foglio elettronico, cosa che avrebbe dovuto poi facilitare l'estrazione delle informazioni relative ai votanti (liste elettorali), la produzione delle carte d'identità e i documenti di viaggio (passaporti), consentendo inoltre l'estrazione di tutti i dati necessari per ogni atto amministrativo. Ma è proprio nel trasferimento dei dati in forma elettronica che i primi problemi vengono alla luce. Buona parte sono sbagliati, incomprensibili, trasferiti in modo inopportuno. Non si può certo dare un documento di identità con degli errori, e nemmeno compiere atti amministrativi con generalità inesatte. Nel frattempo, però, l'organizzazione per la distribuzione delle carte d'identità e i passaporti prosegue imperterrita, perché non ci si vuol rendere conto dell'ampiezza del problema. Solo qualche mese dopo, verso settembre 2000, ci si accorge che i vizi delle informazioni raccolte sono tali che rendono impossibile produrre e distribuire qualsiasi documento. Una parte della registrazione delle date di nascita è effettuata con il metodo "europeo", giorno, mese, anno, un'altra con quello "statunitense", mese, giorno, anno. Alcuni dati, come l'altezza, sono presi in parte in metri, in parte in pollici. Al momento del passaggio in forma elettronica l'affare si complica ulteriormente, per la necessaria trasformazione di alcune lettere dell'alfabeto albanese di cui non si era tenuto conto e che sono sconosciute in India. Insomma tutto si blocca. Dopo tre mesi dallo stop, la distribuzione di carte d'identità comincia in tono minore, con alcune centinaia di esemplari, mentre di passaporti Unmik se ne vedono solo in una pomposa celebrazione di consegna del primo di una, per ora breve, serie. A nulla sono serviti gli avvertimenti che numerosi arrivavano dalla base, da quelli che la registrazione la vivevano quotidianamente, e vedevano già allora, nel maggio 2000, i problemi. Forse a nulla serve indignarsi per le risorse umane lasciate a macerare per mesi al sole kosovaro, senza nulla da fargli fare dopo la fine della registrazione (ma profumatamente pagati). O per le risorse materiali (computer, container, automobili, benzina, sedie, tavoli, carta, penne, ecc.) in alcuni casi abbandonate a sé stesse in questa confusione generalizzata.
Negli ultimi mesi l'intera operazione è ripresa e ad aprile 2001 si è arrivati al traguardo di ben 145 mila documenti. Idea innovativa: utilizzare gli uffici postali per la distribuzione delle carte d'identità, soluzione pratica, quando si è disperati, ma che evidentemente non permette di creare un sistema di registrazione anagrafica sostenibile in futuro. Della complessa struttura precedente non resta l'ombra. Ci si augura che gli ultimi mesi dell'anno riservino qualche migliore notizia per i kosovari, ansiosi di poter lasciare, seppur solo per qualche giorno di vacanza, la loro regione così da sentirsi quasi come gli altri. Un ritardo di qualche mese non sarà forse la fine del mondo, ma gli sprechi, i cambiamenti di rotta della missione, la scarsa coordinazione e capacità di previsione non invogliano certo a ben sperare. Su questo marasma che è Unmik cala il sole. Il tramonto è stupendo. Il freddo punge. Io torno a casa, e mi tengo stretta, con la mano in tasca, la mia carta d'identità.
Volontari per lo sviluppo -
Maggio 2001
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