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Musica, strumento terapeutico per i meninos de rua

E il rap li salverà

Arrivano da Colombia e Brasile. Alle spalle storie di emarginazione, violenza e droga. In comune un linguaggio, quello dell'hip-hop. Sono venuti a cantare la loro rabbia con i colleghi italiani, in una tournée molto speciale. E con la musica è iniziato il riscatto.

di Lucia Filippi

È stata la prima volta che uscivano dai loro paesi, la prima volta che non avevano poliziotti alle calcagna, che potevano presentarsi semplicemente come Jason, Edwin o Viktor, senza che nessuno facesse riferimento al loro passato difficile o gli ricordasse che - per la legge - non sono ancora uomini liberi. Soltanto l'aver superato i controlli aeroportuali con in mano lasciapassare firmati e controfirmati, passaporti immacolati con le loro foto da bravi ragazzi, è parso loro un miracolo. Credevano seriamente che all'ultimo momento qualcuno li avrebbe fermati e rispediti là da dove erano venuti, tra miseria, violenza e troppo vuoto.
E invece ce l'hanno fatta. Invitati dal Mlal, il Movimento laici America Latina, sono sbarcati in Italia (nei teatri, nelle scuole e nelle piazze di Verona, Bolzano, Trento, Bologna, Roma, Catania e Palermo) per cantare, ballare e incontrare i loro coetanei che parlano lo stesso linguaggio, quello dell'hip-hop. Un fenomeno musicale, ma anche culturale e sociale, che in alcuni paesi ha tratti più o meno politicizzati, che spesso è denuncia dura, protesta feroce, ma che ha comunque sempre un comune denominatore: parlare di sé, di questi giovani che dal Nord al Sud del pianeta hanno scelto di cantare le loro giornate, i sogni, le delusioni e il senso di appartenenza - fortissimo - al branco. Provenivano da San Paolo (Brasile), Medellin (Colombia) e Bruxelles (Belgio), e a Verona erano attesi da dieci ragazzi italiani, anche loro innamorati dell'hip-hop, anche loro innamorati della vita. E che per venti giorni hanno lasciato famiglie, affetti e occupazioni varie per girare il paese con questi coetanei così lontani ma da subito così vicini. Racconta Paolo, in arte Jap, 24 anni, veronese: "È bastato fare insieme il primo spettacolo (il 16 marzo a Bolzano, ndr) per sentirci subito amici da sempre. Ci siamo abbracciati forte, felici, ed era come se ci fossimo detti tutto". E se è vero che le provenienze diverse spesso fanno la differenza, è anche vero che il sentimento di essere in qualche modo degli "esclusi", tagliati fuori dai ritmi cosiddetti normali della società ricca, è molto forte. E comune a tutti loro.

Linguaggi di strada

Jason, 17 anni, colombiano, ha un passato di droga pesante. Per la legge è già un recidivo. E in così pochi anni di vita aveva accumulato una carica di aggressività tale da rappresentare un muro invalicabile anche per gli educatori della facoltà di Pedagogia rieducativa dell'Università Luis Amigò a cui la Legge colombiana lo aveva affidato. A un tratto, la svolta. Come rivela il suo educatore, Francisco, 17 anni di esperienza alle spalle nella periferia più violenta di Bogotà: "Lavorando per strada - ci ha detto - avevo notato che l'hip-hop è un elemento spontaneo, semplice e diretto e che perciò riesce anche ad abbattere barriere sociali e linguistiche. Ritrovando nelle case alloggio di Medellin gli stessi ragazzi che avevo visto far musica per strada, ho creduto valesse la pena provare a fare dell'hip-hop uno strumento terapeutico. All'inizio non è stato facile - ammette l'educatore colombiano - La stessa nostra istituzione ha fatto resistenza, ma poi ha capito. Comporre un testo di rap aiuta a ricostruire la propria identità. Per fare rap, infatti, non occorrono conoscenze musicali o culturali, è sufficiente mettere su carta cosa si pensa. E così, solo il fatto di presentarsi al pubblico, cantando di sé, magari esorcizzando con le parole l'angoscia del presente e l'ansia del futuro, rompe quel muro. Quell'idea di chiuso che blocca psicologicamente i nostri ragazzi".

Rompere "il muro"

I cinque minorenni ospiti di questo programma della facoltà di Medellin hanno tutti storie terribili alle spalle, nelle quali la droga è arrivata ancora prima del latte materno. Storie in cui violenza e morte rappresentavano il quotidiano. C'è chi, come Angelo, 17 anni, ha compiuto il suo primo furto per procurarsi le pile per ascoltare la musica e poi è finito nel baratro, e chi come Viktor, 15 anni, il più piccolo, ha incontrato suo padre per la prima volta in occasione di questo viaggio, visto che serviva il suo permesso scritto perché potesse lasciare il paese. E poi c'è Edwin, 17 anni, già padre di una bimba di cinque mesi. La sua storia dura ne ha fatto oggi un'autorità nel gruppo. E l'ultimo diciassettenne, Maurizio, passato da una comunità di recupero a un'altra con mille risalite e altrettante ricadute. La droga è il vero dramma di questi ragazzi.
In Colombia va molto forte il basuco, l'ultimo dei figli della cocaina. "Tagliato" più del crack, dà euforia per pochi secondi. Viene venduto per un paio di mille lire alla dose e per "reggere" una notte servono almeno una decina di dosi.
Poi l'arresto, la reclusione, e finalmente l'hip-hop che li riapre al mondo. Ed ecco Jason, che non parlava con nessuno, tirava solo pugni e bestemmie, e che invece ora balla a ritmo di rap. La breakdance gli ha restituito quella dignità umana persa già con i primi vagiti, e soprattutto lo ha rimesso in comunicazione con gli altri, con il mondo. Invece Maurizio oggi è diventato un compositore con i fiocchi, ha già vinto un paio di festival colombiani. Ora che è qui in Italia sorride di continuo ma i testi delle sue canzoni raccontano di quando ha visto i suoi amici cadere sotto i colpi della polizia, e del suo desiderio ossessivo di saltare "quel muro". Di "voltare pagina". Di "rinascere un'altra volta".

Una casa per fare rap

La direttrice della facoltà colombiana, Rocio, tra le accompagnatrici del tour, spiega che il problema sarà "il dopo". "Tutti questi ragazzi - ci ha raccontato - chiedono di sapere che ne sarà di loro. Per quanto riguarda il processo rieducativo in quanto tale, in molti casi è finito o lo sarà tra poco. Ma come se la caveranno fuori di qui? Le famiglie di origine sono le stesse, la povertà è forse ancora maggiore di prima e le possibilità di introdursi nel mondo del lavoro - per loro che hanno infranto la legge - sono praticamente nulle". Quello del reinserimento nella società è da sempre il tema più difficile per tutti e in tutti i paesi. Così l'équipe di Medellin sta pensando di realizzare una Casa - quattro mura riconosciute da tutti - che diventi un po' il punto di riferimento e appoggio di questi ragazzi. "Un luogo anche fisico - spiega l'educatore Francisco - dove poter continuare a fare dell'hip-hop, insegnandolo agli altri ragazzi e cercando magari di trasformarlo in un'attività un minimo redditizia".
Una Casa che esiste già in Brasile, a San Paolo, nella popolosa favela di Ipiranga. Si tratta di Casa Dez, il Centro di difesa dei diritti del bambino e dell'adolescente inaugurato nel 1993, grazie anche all'apporto dei motivatissimi volontari del Mlal, e che punta a promuovere la cultura del diritto del minore in un contesto di abuso pressoché istituzionalizzato. Accanto ai corsi di formazione professionale e a quelli di educazione per così dire tradizionale, a Casa Dez si organizzano anche attività più specificamente dedicate alla realtà giovanile della metropoli brasiliana. In questo modo si cerca di sviluppare la capacità di relazione e le doti creative indispensabili al reinserimento sociale e professionale. A giudicare dai racconti degli educatori, l'esperienza brasiliana ha fatto già passi da gigante. Qui anche l'hip-hop ha assunto valenze maggiori. Non più - o non solo - riscatto personale, ma anche, e soprattutto, denuncia sociale e provocazione culturale.
Dice la coordinatrice del gruppo di ragazzi brasiliani, Lindalva: "Con l'hip-hop, per la prima volta, si è data voce alla periferia. E i gruppi che lo fanno sono tutti impegnati socialmente e politicamente. Niente a che fare con quello statunitense, ormai fenomeno commerciale. Da noi fare rap significa fare parte della collettività". Il movimento nord americano della Pantera nera, estremamente politicizzato, ha molto influenzato l'hip-hop brasiliano, e il messaggio politico è intrinseco in testi, balli e graffiti.

Musica e politica

Renata, in arte Medusa (per la massa di lunghe treccine che le cadono sulle spalle), ha 23 anni e fa graffiti. È cioè una writer. E spiega: "Alle nostre jam (incontri musicali, ndr) non si paga. C'è chi porta farina o riso e chi semplicemente si mette a disposizione per ricostruire questa o quella baracca distrutta da un incendio. "Taggare", disegnare la propria firma con lo spray, equivale a presentarsi, a sviluppare la propria testa e a tagliare le differenze sociali". Intorno a casa Dez, infatti, ruotano ormai ragazzi di tutte le classi sociali. E non solo chi ha problemi con la legge, arrivato lì "per forza". Casa Dez è un po' quel centro culturale e sociale che sognano ancora i colleghi colombiani. Qui si ritrovano a rappare - ma tanto anche a discutere - gruppi dai nomi "impegnati" come Potere e rivoluzione, Forza attiva e Conceitos de rua. La droga pesante è bandita. Alcuni accettano l'erba, perché sostanza naturale, ma non di più. Nei testi delle loro canzoni c'è naturalmente molto crack ma, con la stessa intensità, si parla di uguaglianza, di diritti umani, di rivoluzione e di morte. Anche Edu, come i coetanei colombiani, ha già visto uccidere. La vittima era suo fratello. Lo cercavano perché era nero. Semplicemente perché era nero di pelle, portava i vestiti oversize e aveva con sé quei maledetti cd di musica hip-hop. Come Edu, cantano di violenza e sognano di pace Douglas, William, Gino, Roger e Clayton, vent'anni l'età media. E, a fare da contraltare ideale, c'è il gruppo Morbidezze messo su da tre ragazze di San Paolo che, come spiega Medusa, vorrebbero essere "delicate". Intende dire che in tanta violenza e cinismo vogliono essere un elemento dolce, fermo e rassicurante ma dolce. Come forse solo le donne sanno essere.

Vuoi "rappare" con loro?

Per contattare direttamente educatori e ragazzi impegnati nel "progetto rappers":

Casa Dez - Centro di difesa dei diritti del bambino e dell'adolescente - Rua Estilac n.10 - Villa Marte San Paolo (Brasile)
Tel./fax 0055/11/69473102, e-mail: casa10@sti.com.br
Fondazione universitaria Luis Amigo -Facoltà dell'Educazione - Transversal 51/a n.67/b - 134 Medellin (Colombia).
Tel. 0057/42606666, e-mail: c.velez@sembrador.amigomed.edu.co
Associazione Souterrain Production - 82 Av. de la Reine - 1030 Bruxelles (Belgio)
Tel. 0032/2/5130245 - fax 0032/2/5117315.

L'iniziativa è promossa dal Mlal di Verona (tel. 045/8102105) nell'ambito del Programma Gioventù per l'Europa della Commissione europea.

Volontari per lo sviluppo - Maggio 2001
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