di Marco Cordero
"Lo sviluppo, al pari del socialismo, è un sistema destinato a crollare che, come
il socialismo reale, va declinato alla sua attuazione, lo sviluppo reale. C'è chi ancora
crede in uno 'sviluppo buono', che non comporti lo svilimento della natura, la distruzione
del legame sociale, l'occidentalizzazione del mondo e l'etnocidio delle culture. Io, al
contrario, sostengo che non c'è altro sviluppo allo sviluppo cui stiamo assistendo, che
non si tratta di elaborare strategie di revisione quanto piuttosto di definire un'altra
economia, un'altra razionalità e un altro sapere: una reale alternativa allo
sviluppo".
Serge Latouche insegna economia all'Università di Paris XI e presso I'Iedes (Institut
d'étude du développement economique et social). Conoscitore profondo dell'Africa, da
molti anni è uno dei critici più spietati dei sistemi di aiuto internazionale ai paesi
del Sud del mondo. VpS l'ha incontrato a Torino lo scorso maggio, in occasione della sua
conferenza "L'altra Africa tra dono e mercato". Nell'intervista che ci ha
rilasciato spiega perché i modelli occidentali, compresi quelli imposti dalle ong, stanno
finendo per rovinare un continente.
Ne "L'altra Africa" (il penultimo libro di Latouche; l'ultimo è
"La sfida di Minerva", pubblicato a giugno da Bollati Boringhieri, ndr) lei
riconosce alle ong e alle associazioni umanitarie uno spazio di agibilità politica e di
intervento nei paesi del Sud piuttosto limitato. Ho frainteso?
Niente affatto. Sostengo da diversi anni che l'Africa non ha bisogno di sostegno
progettuale o di ingerenze umanitarie che prolunghino la sua agonia, permettendole
esclusivamente di sopravvivere. Per aiutare l'Africa non è necessario essere animati da
un sentimento altruistico che spinge a dare incondizionatamente, ma sempre con il rischio
di affermare la nostra pretesa superiorità. Si tratta piuttosto di portare avanti
un'azione di sensibilizzazione al Nord che ci permetta di cambiare i nostri modelli di
vita, le cui ricadute al Sud sono devastanti. In altre parole, solo autolimitando le
nostre società opulente e contrastando l'operato delle istituzioni economiche
internazionali e delle multinazionali possiamo sostenere l'Africa. Invece di esportare il
nostro immaginario materialistico economicistico e tecnicistico, si tratterebbe di
cominciare a decolonizzarlo, elaborando nuovi parametri di ricchezza e riconoscendo altre
priorità per l'umanità.
Il sottosviluppo è quindi solo una denominazione occidentale, un giudizio esterno
imposto su una realtà che è invece regolata da convenzioni che non privilegiano
necessariamente l'aspetto economico?
Esatto. Aggiungo anche che la razionalità economica cui l'Africa "ufficiale" si
è convertita, con minori o maggiori pressioni esterne, sta per completarne la
distruzione.
Eppure c'è chi crede ancora che le ong possano rivestire anche al Sud un ruolo
importante. Se è vero che il contatto con la civiltà occidentale può indurre nel Sud
una falsa coscienza del sottosviluppo, sembra che le stesse ong possano farsi portatrici
di una visione critica dell'Occidente.
Sono fondamentalmente d'accordo, ma mantengo una certa diffidenza nei confronti
dell'attitudine paternalistica che caratterizza gran parte delle nostre ingerenze al Sud.
Aiutare l'Africa ha finora significato l'assoluta sottomissione delle società "in
ritardo" alle terapie degli esperti internazionali. E il primo atto necessario al
presunto decollo è sempre stato il riconoscimento delle diagnosi esterne che tendevano a
rendere la popolazione locale consapevole della propria miseria. Per questo l'Africa non
ha bisogno della nostra sollecitudine interessata ma piuttosto di fiducia, di dignità e
di riconoscimento. D'altronde, se si vuole aiutare qualcuno bisogna cominciare con l'avere
qualcosa da chiedergli e non solo qualcosa da offrirgli. Solo chiedendo all'Africa di
aiutarci a risolvere i nostri problemi dimostriamo di riconoscerla davvero come partner.
Crede che le comunità locali siano in grado di superare le intrusioni nelle
politiche territoriali indotte dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale
elaborando strategie di reazione, che sappiano cioè riscattare una progettualità che non
risenta delle politiche internazionali?
La nascita delle reti di resistenza alle politiche economiche internazionali (tra cui la
rete di Lilliput in Italia) mi ha ridato fiducia in questo senso, convincendomi che esiste
ancora lo spazio per fare opposizione all'azione sconsiderata della megamacchina
dell'economia mondiale. Che sia possibile cioè, attraverso le iniziative
dell'associazionismo di base, creare un fronte antagonista in grado di far riflettere
l'opinione pubblica sulle sue derive. E questo al Nord come al Sud, dove esistono reti di
solidarietà comunitaria, vere e proprie società di naufraghi che si costruiscono ai
margini dell'economia mondiale e del sistema statale, e che costituiscono in qualche modo
società contro l'economia, basate sul relazionale e sugli investimenti sociali piuttosto
che sul denaro. Sono proprio questi obblighi di solidarietà a impedire che la scarsità
di mezzi e risorse diventi miseria.
Secondo lei, è possibile che l'Occidente riesca a sottrarsi alla cultura del
produttivismo e che l'Africa possa insegnare qualcosa in questo senso, che abbia gli spazi
e gli strumenti per farlo?
In tempi brevi non sono troppo ottimista sul nostro abbandono della cultura del
produttivismo, né sulle nostre capacità di ascolto di progettualità estranee alla
civiltà dell'efficientismo produttivo. Sappiamo leggere la realtà solo attraverso le
lenti della contabilità nazionale, e quando misuriamo l'Africa sappiamo valutarne in
positivo solo la parte occidentalizzata. Un mito africano presenta il rapporto tra bianchi
e neri come il dialogo tra due maschere. La maschera del nero ha una bocca piccolissima e
orecchie grandi mentre la maschera del bianco ha una bocca enorme e orecchie piccolissime.
Il bianco sa tutto e non ascolta; il nero, la cui parola non ha rilevanza per il bianco,
non può far altro che ascoltare, per forza o per saggezza.
Incapaci di riconoscerci ammalati, arriveremo probabilmente al fondo della nostra follia e
solo quando saremo giunti alla fine della civiltà dello sviluppo economico potremo
preparare una nuova società.
Volontari per lo sviluppo -
Agosto 2000
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