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Un'imposta per lo sviluppo

Il Nobel e la tassa

James Tobin non è un economista alla moda, nonostante abbia preso il Nobel. Il motivo? Vorrebbe tassare gli speculatori per fermare le logiche di profitto e riportare stabilità nei mercati finanziari.

a cura di Alberto Barbero

"Transazione completata!" gridò l'operatore del terminale al collega che stava aspettando freneticamente l'esito del suo ultimo investimento monetario, mentre un treno di bit viaggiava per il pianeta andando a influenzare in real time i mercati finanziari toccati nel suo percorso telematico. Un'altra speculazione era stata messa astutamente a segno. Un buon guadagno immediato attendeva ora il "mago della finanza" che aveva saputo sfruttare l'opportunità offertagli dal mercato internazionale di capitali. Non era che uno tra i tanti speculatori che quotidianamente, 24 ore su 24, da Tokyo a New York, da Londra a Hong Kong, collegati tramite reti telematiche, vanno a caccia di un profitto facile approfittando delle improvvise oscillazioni dei tassi di cambio delle valute e dei differenziali dei tassi di interesse internazionali. Un protagonista della finanziarizzazione dell'economia, "termine poco elegante e troppo sintetico - come spiega Alberto Castagnola nel libro La fionda di Davide (Edizioni AlfaZeta) - per indicare che è molto probabile che ormai più del 50 per cento dei profitti venga realizzato da attività non direttamente produttive o commerciali, e che costituisce una componente non trascurabile di quella 'globalizzazione' di cui tanto si parla". Una realtà che ormai ha assunto il controllo dei mercati finanziari internazionali, dove vengono scambiati ogni giorno miliardi di dollari, influenzando in pochi secondi l'andamento economico dell'intero pianeta. "Uno solo degli operatori di un istituto di intermediazione finanziaria - ci dice Salvatore Ricciardi, responsabile nazionale di Attac Italia (Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie per l'aiuto ai cittadini) - esegue in media una transazione ogni 4 minuti, e spesso si tratta di operazioni per importi compresi tra 200 e 500 milioni di dollari. Scorrendo queste cifre si può immaginare quale sia la frenesia delle transazioni finanziarie speculative". Tutta questa attività ammonta (secondo i calcoli della Banca dei regolamenti internazionali - Bri, con sede a Basilea) a 1.587 miliardi di dollari al giorno. " Per avere un'idea di quale sia stato lo sviluppo della speculazione - aggiunge Ricciardi - si deve ricordare che nel 1977 in un giorno si registravano 18,3 miliardi di dollari, mentre nel '92 si era già passati a 820 miliardi di dollari. Attualmente la speculazione giornaliera sui cambi delle monete supera del 50 per cento il Pil dell'Italia nel '98. Nessun governo può pensare di contrastare gli speculatori sul loro stesso terreno. Nessuna banca centrale ha riserve sufficienti per annullare gli effetti destabilizzanti dei movimenti di masse di denaro di tali dimensioni".

Stati senza potere

Ma, mentre pochi si arricchiscono, aumentano le vittime ghettizzate da una situazione di "apartheid economico" che esclude più di un quinto della popolazione mondiale da ogni possibile processo di miglioramento, e che - oltre ad aggravare le condizioni di vita nel Sud del pianeta - crea nuove povertà nei paesi industrializzati introducendo flessibilità, precariato e insicurezza. Sorte analoga tocca all'autonomia degli Stati: questi si vedono sfuggire di mano il controllo del potere economico, che si sposta dal livello nazionale a quello planetario e dalla sfera pubblica a quella degli interessi privati, ed è sempre più sottomesso ai nuovi imperativi del mercato "virtuale" che impongono austerità e stabilità, in perfetta linea con le ricette del Fondo Monetario Internazionale. È la finanza che espande il proprio potere sull'economia reale, le impone la propria legge e l'orienta secondo le proprie esigenze... e si fa chiamare "new economy"!

"Gli effetti destabilizzanti delle speculazioni finanziarie - prosegue Ricciardi - sono stati registrati in tutte le crisi economiche di questi ultimi anni: Messico, Sud-est asiatico, Russia, Brasile. Invece un paese come il Cile, che ha adottato alcune misure per scoraggiare gli investimenti a breve termine (e per capire quanto sia breve il termine si può ricordare quanto ha sostenuto uno speculatore: "il mio lungo termine sono i prossimi dieci minuti"), negli ultimi anni ha mantenuto una stabilità monetaria e ha ricevuto investimenti a lungo termine più ingenti rispetto agli altri paesi dell'America Latina. Al contrario, i governi dei paesi economicamente più forti, a cominciare dai governi Reagan e Thatcher, negli ultimi decenni hanno smantellato qualsiasi ostacolo alla libera circolazione dei capitali, in ossequio all'ideologia liberista secondo cui vincoli e controlli sarebbero fattori di distorsione e di indebolimento delle economie nazionali. L'esperienza, invece, dimostra il contrario. Enormi masse di capitali che possono muoversi liberamente, e soprattutto repentinamente, a ogni minimo accenno di crisi amplificano il panico, moltiplicano le decisioni irrazionali in tutti i settori dell'economia, e provocano improvvise crisi di liquidità che generano drastiche restrizioni negli investimenti e perdite di decine di migliaia di posti di lavoro".

Cambi più stabili

Come contrastare, allora, la speculazione finanziaria? L'economista americano James Tobin, premio Nobel nell'81, già nel '72 proponeva di tassare le transazioni di cambio per ostacolare la speculazione e restituire ai governi piena autonomia nella politica macroeconomica. La sua proposta è molto semplice: tassare tutte le operazioni sui cambi con un'aliquota sufficientemente elevata affinché l'imposizione produca l'effetto aspettato, ma anche sufficientemente bassa per non seminare il panico e per scoraggiare l'evasione. "Si deve considerare - spiega Ricciardi - che le operazioni sui cambi, se pure spesso sono complicatissime, sono tutte riconducibili alla forma generale del contratto di vendita con promessa di acquisto nell'arco di pochi giorni, poche ore o addirittura pochi minuti. Se su ogni operazione si imponesse una tassa di aliquota infima, ad esempio dello 0,1 per cento (cioè uno per mille), la tassazione sarebbe altissima per le attività di chi compie centinaia o migliaia di operazioni in un anno, mentre gli investimenti produttivi e le transazioni commerciali, che comportano pochissime transazioni finanziarie, non sarebbero affatto ostacolate perché la tassazione resterebbe comunque molto bassa. Con la Tobin tax si otterrebbe innanzitutto la stabilizzazione dei cambi, perché l'onerosità dell'imposta provocherebbe una drastica riduzione della mobilità dei capitali. Inoltre, si opererebbe un'inversione nelle politiche governative verso il potere regolatore degli Stati in economia. Infine, la tassa farebbe ottenere ingenti fondi, almeno 160 miliardi di dollari in un anno, che potrebbero essere destinati a progetti di sviluppo nei paesi poveri e a finanziare le politiche sull'occupazione nei paesi più ricchi".

Per applicare la Tobin tax non ci sono difficoltà tecniche insuperabili. Sono ormai centinaia gli economisti e gli esperti di finanza internazionale di diverse correnti che, dopo attenti studi tecnici, si pronunciano a favore di questa tassazione. Le difficoltà sono esclusivamente di ordine politico. E proprio per superare le difficoltà politiche è nato Attac, un movimento internazionale presente in più di 80 paesi di tutti i continenti, che raggruppa decine di sindacati, associazioni, organizzazioni sociali, singoli cittadini, parlamentari, economisti, studiosi, giornali.

"Quello della Tobin tax non è l'unico obiettivo dell'associazione", precisa Ricciardi. "Attac si batte infatti contro i paradisi fiscali, contro i fondi pensione (che sono alcuni tra i principali speculatori sui cambi), per l'annullamento del debito dei paesi poveri, contro gli accordi come il Mai, contro la speculazione sulle biotecnologie. Per la Tobin tax come per gli altri obiettivi, Attac si sforza di creare le condizioni politiche affinché tali obiettivi siano raggiunti. Agisce così sia come strumento di educazione popolare, facendo un lavoro di formazione e di informazione, sia come strumento di pressione politica. In Italia, ad esempio, le mozioni presentate in Parlamento sono addirittura quattro (tutte firmate da parlamentari della maggioranza e di Rifondazione comunista) e sono il frutto dell'azione di Attac verso i parlamentari".

Info: Attac Italia, via Ettore Ponti 40, 20143 Milano, tel. 0338/7221571 o 02/99052796.
E-Mail: attac.italia@libero.it, web site: http://www.attac-italia.freeweb.org.

Le regole di Attac

La mondializzazione finanziaria aggrava la precarietà economica e la disuguaglianza sociale. Essa circonda e riduce le scelte dei popoli, le istituzioni democratiche e la sovranità nazionale. Essa impone delle logiche strettamente speculative esprimendo i soli interessi delle imprese transnazionali e dei mercati finanziari. In nome di una trasformazione del mondo presentata come una legge naturale e ineluttabile, i cittadini e i loro rappresentanti si vedono privati del potere di decidere del proprio destino. (...) Diventa perciò urgente frenare tale processo creando nuovi strumenti di regolamentazione e controllo a livello nazionale, europeo e internazionale. (...)
La libertà completa della circolazione dei capitali, i paradisi fiscali e l'esplosione del volume delle transazioni speculative costringono gli Stati a un atteggiamento di sottomissione nei confronti dei grossi investitori. Cento miliardi di dollari circolano ogni giorno sui mercati del cambio alla ricerca di un profitto immediato, senza alcun rapporto con le dinamiche produttive e commerciali dei beni e dei servizi. Tale evoluzione genera una crescita permanente dei guadagni derivanti dal capitale, a svantaggio di quelli derivanti dal lavoro, creando una generalizzazione della precarietà e un estendersi della povertà.
Le conseguenze sociali di tali evoluzioni sono ancor più gravi nei paesi dipendenti, posti in difficoltà dalla crisi finanziaria e sottomessi alle dittature dei piani di aggiustamento del Fondo Monetario Internazionale.
Dappertutto, i beni sociali sono rimessi in causa. Quando esistono sistemi pensionistici, i salariati sono invitati a rinunciarvi per passare ai fondi pensione.
Ciò provoca l'assoggettamento delle aziende al solo imperativo dei profitto immediato, aggrava le condizioni di lavoro, estende la zona di influenza della sfera finanziaria e convince i cittadini dell'obsolescenza degli strumenti di solidarietà fra le nazioni, gli individui e le generazioni. La regolazione tocca l'insieme del mercato del lavoro, con le conseguenze di un degrado delle condizioni di lavoro, di un aumento della precarietà e della disoccupazione, e di uno sgretolamento dei sistemi di protezione sociale. (....)
La maggior parte degli ingranaggi di questo meccanismo generatore di disuguaglianza, sia fra il Nord e il Sud che all'interno degli stessi paesi industrializzati, potrebbe ancora essere smantellata. Troppo spesso la fatalità è il pretesto sul quale si basa un silenzio imposto agli organi di informazione, rispetto alle soluzioni alternative. Perciò, le istituzioni finanziarie internazionali e i più grandi mezzi d'informazione (dei quali i beneficiari della globalizzazione sono spesso i proprietari) non hanno offerto alcuno spazio alla proposta dell'economista americano James Tobin, premio Nobel per l'economia, ossia quella di tassare le transazioni speculative sul mercato delle valute. Anche se fissata a un tasso particolarmente basso dello 0,1 per cento, la tassa Tobin sarebbe in grado di radunare circa 100 miliardi di dollari all'anno.
Applicata, principalmente, nei paesi industrializzati, dove sono localizzate le grandi piazze d'affari, questa somma potrebbe essere versata alle organizzazioni per la lotta contro la disuguaglianza, per lo sviluppo dell'educazione e della salute pubblica nei paesi poveri, per la sicurezza nel campo alimentare e per uno sviluppo durevole.
Tale dispositivo sarebbe in grado di mettere sabbia negli ingranaggi della speculazione.
Alimenterebbe logiche di resistenza, attribuirebbe nuovamente margini di manovre ai cittadini e agli Stati, soprattutto, significherebbe un ritorno della politica al ruolo centrale che le spetta".

Volontari per lo sviluppo - Agosto 2000
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