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GENERI




Jazz


È una parola senza significato, di per sé un suono inquietante perché intraducibile, vuoto. C'è chi ascoltandolo vi sente, con leggera deformazione, jass, Jasbo Brown, il nome di un suonatore nero, ma poi riascolta e vi scopre altre assonanze come razz band, non solo, 'jaser', verbo francese che indica il vociare, un'azione a più voci nemmeno troppo distinte. Il significato più appropriato è forse una sensazione di eccitamento che riconduce la parola nella sfera sessuale, del mistero appunto.
Jas, Jass, Jaz, Jazz, Jasz, Jaszz si vede scritto sui giornali dell'epoca, con una certa titubanza ortografica, certo, per recensire uno stile musicale spontaneo e liberatorio non diverso dalla parlata istintiva, vorace di chi in terra straniera scopre un connazionale con cui inizia una conversazione nella propria lingua non resistendo però nel provarsi a pronunciare parole nuove ascoltate nel frattempo per strada. Il Jazz non è una musica sinfonica e neppure dotta, nasce dal blues, dagli spirituals, dai work-songs a contatto con le polche "bianche", le mazurche, le quadriglie, in un quadro religioso protestante con spiccate caratteristiche europee, come gli Stati americani del sud; è una musica di espressione, d'uno stato d'animo (Mood) cercato e coltivato esposto in un linguaggio dal ritmo marcato, dai tempi sincopati, ricco di oscillazioni, di 'swing', tutto personale e solitamente affidato all'immediatezza, senza sparititi scritti, un cosiddetto stile parlato. Il tema, retaggio della musica classica, anch'esso una più o meno svelata farsa nel Jazz, è il luogo dell'interpretazione; qui si esprime la particolarità del momento, che per il fatto di essere irripetibile, non è necessario venga reiterato tale e quale, potrà, se l'improvvisazione è stata registrata, essere riascoltato o in seguito reinterpretato, allora però il linguaggio sarà, e le scelte saranno, del tutto originali. 'Mai due volte' potrebbe voler dire la parola Jazz, ne fanno fede i testi, le registrazioni. Oppure potrebbe voler stare per ispirazione umana e profondamente religiosa, come 'blues' essere sofferenza intima, ma allora suo simbolo non sarebbe un colore anzi ancora una parola, un suono, un urlo, l'urlo dell'espressionista Munch che deforma, mette in movimento i colori, gli stati d'animo, cattura l'angoscia. I piccoli complessi dell'inizio novecento suonando in coda ai cortei funebri un Jazz misto a reminiscenze bandistiche, a tre fiati (tromba, trombone, clarinetto), esibivano la loro reazione alla morte, come sapevano ravvivare le bische o le squallide camere delle case di piacere: era il NEW ORLEANS il primo più antico stile praticato da Buddy Bolden, William "Bunk" Johnson, Joe Oliver. Se questo era lo stile fra il 1910 e il 1915, poco dopo, musicisti bianchi lo modificarono in Dixieland, sempre per lo più anonimo e destinato nella maggior parte a perdersi fra la fretta del momento, non pensato per durare. Nel 1917 l'industria discografica effettuò la prima registrazione del complesso Original Dixieland Jazz Band diretto da Nick La Rocca, nel frattempo crescevano altre realtà a Chicago e New York insieme ai nomi di Jelly Roll Morton e Edward "Kid" Ory, mentre Louis Armstrong era un asso da scoprire. La scuola di queste due grandi città, bianca la prima, caratterizzata da grossi complessi orchestrali la seconda, con direttori quali F.Henderson, Don Redman, Duke Ellington, polarizzarono l'attenzione negli anni venti, quando suonavano pure due grandi personalità: Bix Beiderbecke e Johnny Dodds.
La crisi del '29 segna una cesura, una presa di distanza con le origini che è ovviamente ingrandita dal rapido sviluppo del linguaggio jazzistico, dall'essere ormai il jazz una caratteristica sociale quasi un costume, oltre che parte integrante dell'industria discografica. Dopo verranno le mitiche figure del Jazz tradizionale, fino agli anni settanta per interdersi, quelle che oggi mancano.
Fra il 1935 e il 1945 Glen Miller, Benny Goodman, Tommy Dorsey avvicinano la musica Jazz alle esigenze del ballo, trionfa lo 'swing', si raffina lo stile, la ricchezza timbrica; è in ogni caso un compromesso sociale e commerciale. Sarà Ch. Parker a sconvolgerne i parametri induriti, sclerotizzati, con un mirabile "drèglement de tous les sens", con lui, Dizzy Gillespie, Bud Powell, Thelonious Monk. Frantumare ogni cosa, nel ritmo, alterare la melodia, essere Bop, Be Bop, "con un'angolosità tipicamente protestataria". Un'accesa rivolta spirituale che volge il suono in un gesto, nell'unità di tempo della croma, nel 'tutto legato': il pensiero dell'artista si fa incandescenza, eccitato dalle droghe o acutizzato da alcool e psicofarmaci. Ogni nota al tocco sordamente distribuito e rigido di Thelonious Monk è un angolo di luce. A questo stile, che somiglia nei quadri della retorica al pathos dell'Asianesimo, si dispone a bilanciare un dettato musicale distaccato e classicheggiante anche per le citazioni colte, e se illuminate, solo attraverso una luce fredda obliqua senza brillamenti, quasi uniforme; il pathos è assente, la frase musicale si affranca in una fuga nelle esecuzioni 'cool' di Lennie Tristano; suo Alter Ego, adatto al grande pubblico, Gerry Mulligan, capostipite del West Coast Jazz, 1952.
Jazz quindi non solo gesto di esternazione immprovvisa e secondo una forma linguistica irripetibile, anche sentimento espresso in tranquillità, dopo aver riflettuto seppur sempre con un atto imponderabile, Cool Jazz, epperò sempre Jazz. Gli anni sessanta segnano un ritorno al Jazz nella sfumatura di Bop, battito, ora duro, teso e sanguigno: Hard Bop, città: New York, strumento principe le percussioni in particolare di Art Blakey.
L'ultimo significato da conferire alla parola Jazz lo hanno creato Ornette Coleman, John Coltrane, Erik Dolphy e Charles Mingus col loro affrancamento dalla sintassi tradizionale, da ogni riferimento armonico, melodico, ritmico, attraverso una protesta di ricerca e sperimentazione al di là dei gusti del pubblico. Cosò infine il progressivo raffinamento e gusto per l'astratto del Free Jazz, ha in questi anni aperto uno spazio franco per esperimenti ironici al limite dell'assurdo, ingegneristici, battezzati col nome di Anthony Braxton o a puntate multimediali con immagini, versi la cui messa in musica viene affidata all'intuizione europeizzante di Steve Lacy.




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