CHAOS

Svegliarsi sotto l'Ulivo

Mimmo Porcaro


Pubblichiamo la trascrizione della relazione orale di Mimmo Porcaro al dibattito tenutosi presso l'Unione culturale Franco Antonicelli di Torino, giovedì 9 maggio 1996. Alla conferenza intitolata "La sinistra antagonista e l'Ulivo, prospettive politiche dopo il 21 aprile" erano anche presenti Pierluigi Sullo de "il manifesto" e Paolo Ferrero di Rifondazione Comunista.

Francamente in queste due settimane sono rimasto molto stupito di tutto quello che sta
succedendo all'interno di una parte della sinistra, cioè "il manifesto" e Rifondazione Comunista.
Perché è giusto, a mio avviso, notare che c'è stato un cambiamento di fase politica, che questo
cambiamento di fase porterà probabilmente a degli sviluppi rispetto ai quali non si deve essere
assenti; perché è giusto ritenere che si dovrà in qualche modo interloquire col livello
istituzionale visto che comunque lo si farà sempre, ma non è assolutamente lecito creare della
confusione rispetto a quelli che sono i ruoli effettivi e la situazione attuale.
Da più parti si sente tirare un sospiro di sollievo perché si ritiene che finalmente la sinistra sia al
governo. Io credo che questo sia un grosso errore. Non è vero che la sinistra è al governo, e lo
dico per due motivi. Da un lato perché il governo non è più il governo: non si può dire "Erano
cinquant'anni che aspettavamo questo momento, finalmente abbiamo in mano la leva del
comando". No, la leva del comando non sta più nel governo nazionale così come ci poteva stare
anche solo vent'anni fa. Il secondo motivo è che non esiste più la sinistra (lo dico in maniera
più radicale possibile perché i sottili distinguo in questa fase non servono), o meglio, la parte
maggioritaria e realmente significativa della sinistra, il PDS, non è più tale. Non lo dico per
motivi moralistici o parlando di tradimenti o cose simili, ma perché ritengo che il PDS non sia
nemmeno più culturalmente estraneo alla logica dell'impresa. Dobbiamo ragionare sullo stato di
fatto, su quello che c'è. Ragionando sulla base di quello che abbiamo, non credo che si possa
dire come ha fatto Parlato in un'intervista del 5/5 a Radio3, che siamo di fronte a un governo
amico. Non solo perché non sappiamo questo governo che cosa dirà, ma perché un governo
amico è una parola di tipo tecnico e significa un governo che condivide organicamente
l'impianto strategico dell'interlocutore che ha di fronte. Avremmo di fronte a noi un governo
amico se si trattasse di un governo che avesse come suo obiettivo specifico quello di rafforzare,
difendere e sviluppare l'autonomia del mondo del lavoro. Invece questo governo avrà
necessariamente come obiettvo specifico il contrario, anche se con forme diverse da quelle che
avrebbe usato Berlusconi. Non è possibile dire anche, come in parte serpeggia in alcuni
ambienti di Rifondazione, che dobbiamo costruire le condizioni per un nuovo patto sociale
dinamico, perché oggi le condizioni per un nuovo patto sociale dinamico non ci sono più, e non
ci saranno almeno fino a che non si concluderà questa fase di dominio assoluto dei grandi
gruppi industriali e finanziari e della loro libera circolazione, sia produttiva che monetaria. In
sostanza, è finita l'epoca del riformismo organico, cioè è finita l'epoca di quel
riformismo che era utile non solo ai lavoratori ma anche ai capitalisti, e che in quanto tale veniva
accettato. Era quel riformismo che si basava su due presupposti: mercato nazionale da un lato,
cotrapposizione tra Est e Ovest dall'altro. In quella situazione, sostenere finanziariamente
l'occupazione e il salario indiretto dei lavoratori era un elemento dinamico per lo sviluppo del
capitalismo, perché all'interno del mercato nazionale aumentava la domanda. Dall'altro, data la
contrapposizione Est-Ovest, era necessario addivenire ad un compromesso con la classe operaia
perché comunque c'era sempre la minaccia che la lotta della classe operaia andasse oltre il
segno. Queste due precondizioni fondamentali del riformismo organico sono venute a mancare.
Ormai il salario e l'occupazione sono soltanto un costo per il capitale dal punto di vista del
mercato mondiale; il compromesso non è più necessario, almeno non è più necessario come
compromesso costitutivo della società intera e della costituzione materiale e formale di una
nazione. Non soltanto - e questo, badate, è un fattore molto importante che fa aprire uno
spiraglio anche sul terzo escluso, che è la Lega -, anche se oggi si costituisse di nuovo come un
tempo un patto tra capitale e forza lavoro, non sarebbe più possibile, a partire da questo patto,
tenere insieme tutti i fili della società come più o meno si poteva fare negli anni settanta. Ormai
c'è tutta una massa di lavoro (e non è solo il lavoro delle piccole e medie imprese ma anche gran
parte del lavoro autonomo eterodiretto, come lo definisce Sergio Bologna) che non è più
riconducibile all'interno di una regolazione del tipo di quella del compromesso
socialdemocratico. Lasciamo stare tutti i motivi istituzionali che ci sono anche in Italia
(autonomia della Banca d'Italia dal Ministero del Tesoro, sistema maggioritario, liquidazione
del partito operaio), cioè tutti quegli elementi che fanno sì che non sia più possibile governare
politicamente e in senso stretto l'economia e assicurare una permanente e stabile centralità dei
lavoratori nelle istituzioni rappresentative come invece si poteva fare un tempo. Sintetizzo: il
compito fondamentale di qualsiasi governo in questa fase è di favorire il capitale, flessibilizzare
la forza-lavoro imponendo riduzioni più o meno soft della spesa pubblica, e imponendo una
deregolamentazione più o meno elastica del mercato del lavoro. Questa è la sostanza a cui tutti
sono costretti. Non essendoci più lo spazio per il riformismo organico, non è che non rimanga
più spazio per alcuna riforma, e quindi non è che non ci sia più la possibilità per giocare anche
sulle contraddizioni della compagine governativa, però bisogna capire che si tratta di un
riformismo puramente residuale. Non può più essere un progetto generale di trasformazione
della società, può essere una serie di riforme che potranno riguardare: la correzione dei più
evidenti squilibri fiscali, l'eliminazione delle forme peggiori di deregulation, una serie di
interventi a sostegno dell'ambiente, il sostegno al terzo settore e al volontariato ecc. Ci possono
essere, questi spazi di riforma, perché sono tutte cose che convengono al capitale. Infatti, da un
lato, la correzione degli squilibri fiscali e l'eliminazione della deregolamentazione selvaggia del
mercato del lavoro favoriscono la concorrenza, limitando la concorrenza sleale. Gli interventi
ambientali in qualche modo diminuiscono i costi sociali favorendo un certo tipo di business; il
sostegno al terzo settore e al volontariato sono un risparmio dal punto di vista
dell'organizzazione dello stato sociale. Il fatto che sia anche funzionale al capitale non vuol dire
che mi faccia schifo, ovviamente, però bisogna capire i motivi per i quali possiamo ottenere
tutto questo. È, in sostanza, un riformismo che non può, per principio, correggere lo squilibrio
di potere che c'è tra capitale e forza-lavoro e che quindi deve lasciare intatto il nocciolo duro
della deregolamentazione e della flessibilizzazione del mercato del lavoro. Inoltre, cerca di
scambiare queste riforme con la rinuncia ad ogni autonomia strategica. "Vi diamo queste
riforme a condizione che voi accettiate comunque la logica dell'impresa come unico faro di
questa fase storica". In queste condizioni, quello che è successo il 21 aprile è la quarta puntata
della farsa della sinistra italiana. Non è la prima volta che la sinistra italiana è al governo, è la
quarta volta, perché bisogna anche considerare l'esperienza del centro-sinistra col Partito
Socialista. Se si definisce sinistra quella di adesso a maggior ragione bisogna definire sinistra
anche quella del PSI di allora, che almeno manteneva alcuni aspetti dell'apparato morandiano...
Allora, si tratta di un fenomeno che in linguaggio politologico può essere chiamato
cooptazione subalterna nel governo nei momenti di crisi, per fruire non dei
dividendi dello sviluppo bensì per risolvere i problemi. In sostanza, significa cavare le castagne
dal fuoco alla borghesia italiana. Questo è ciò che ha sempre fatto la sinistra quando è andata al
governo, fin dall'esperienza, ovviamente molto più alta e nobile, della ricostruzione dopo la
seconda guerra mondiale. Servita la collaborazione della sinistra per tutta la fase di immediata
ricostruzione, questa è stata sganciata non appena si trattava di iniziare un nuovo sviluppo.
Cooptazione subalterna anche nel caso del centro-sinistra, quello dei socialisti all'inizio degli
anni sessanta, perché questo centro-sinistra lo si teorizzò quando c'era il boom ma lo si realizzò
davvero quando iniziò la cosiddetta congiuntura, cioè la crisi. I socialisti cioè entrarono al
governo quando dovettero cominciare a condividere la responsabilità di una serie di manovre
deflattive, per quanto limitate. Via via peggiorando, arriviamo alla solidarietà nazionale, che
almeno qui a Torino ha lasciato segni sociali estremamente duri. Oggi, la sinistra viene cooptata
nel senso che i maggiori gruppi della finanza e dell'economia italiana hanno appoggiato senza
troppi infingimenti il centro-sinistra, perché si tratta di pagare i prezzi di un ingresso pieno in
Europa, in una situazione di profonda crisi dei gruppi dirigenti tradizionali. La cosiddetta
sinistra (vedremo poi perché cosiddetta) dovrà cavare di nuovo le castagne dal fuoco alla
borghesia. A differenza delle prime tre puntate, oggi non si può neanche dire che la
partecipazione della sinistra al governo sia comunque il risultato di qualche movimento sociale
di grossa ampiezza che si sia poi realizzato, anche se in forma sfigurata, in una soluzione
governativa. La ricostruzione e il governo internazionale del '45 rappresentavano la concrezione
istituzionale del movimento della Resistenza; il centro-sinistra era una risposta ad una serie di
movimenti sociali rilevanti; la solidarietà nazionale è stata, ahimè, l'esito politico dell'onda
lunga della lotta degli anni settanta. Qui no, qui siamo a una cooptazione in una fase di assenza
di effettivi, significativi movimenti di classe. Si dirà: "Però almeno c'è il cambiamento del
gruppo dirigente, cosa che prima non c'era". Prima c'era una continuità, la Democrazia
Cristiana, che scendeva a patti momentaneamente con la sinistra per poi inglobarla oppure
scaraventarla fuori, oggi invece questo non c'è più. Questo in parte è vero, cioè c'è una novità,
ma non si tratta di una novità radicale, non soltanto perché persiste una grossa parte di deputati
centristi in senso stretto all'interno del Parlamento, ma perché - e questo è il punto nodale - la
forza maggioritaria non può più essere considerata forza di sinistra. Se per forza di sinistra noi
intendiamo non tanto, estremisticamente, chi mira alla trasformazione dei rapporti sociali - per
carità, ci mancherebbe altro - ma almeno una forza che conservi una autonomia culturale,
politica e organizzativa da quella che è l'ideologia e la pratica dell'impresa. Queste condizioni
all'interno del PDS non ci sono più. Il problema non è che qualcuno ha tradito, è che ci sono
state delle scelte ideologiche chiare, la scelta completa a favore del mercato e della democrazia
liberale. Ci sono state delle scelte politiche gravissime (a favore del presidenzialismo, le scelte
sugli immigrati), cedimenti fondamentali su quello che era l'unico vero merito storico del PCI,
cioè una certa concezione della democrazia; ci sono stati sottilissimi cedimenti per quello che
riguarda il garantismo. Ma a parte le scelte ideologiche e politiche che possono anche sembrare
reversibili, la vera trasformazione strutturale, che diventa poi culturale, che diventa poi anche
antropologica e che comunque è una trasformazione di classe, è la trasformazione organizzativa
del Partito Comunista: è la fine del partito di massa (che comunque manteneva un certo rapporto
tra un ceto politico, per quanto discutibile, e una base sociale) e la costruzione di un partito
cosiddetto leggero che questo rapporto non l'ha più. Questo è il punto radicale. Cioè noi
abbiamo avuto un Partito Comunista che in forza d'una lunga prassi amministrativa ha prodotto
un ceto politico che ad un certo punto ha avuto la necessità di andare al governo, qualunque
fosse la condizione del suo vecchio referente sociale. Questo è il significato della nascita del
PDS: "Noi vogliamo andare al Governo, sono vent'anni che lavoriamo nelle amministrazioni,
abbiamo dato buona prova di noi, siamo moderati, abbiamo sconfitto le B.R., abbiamo
sconfitto l'estremismo in fabbrica, ora vogliamo andare al Governo. Quindi molliamo il partito
di massa, molliamo l'ideologia comunista, molliamo il riferimento organico alla classe operaia,
e con questo facciamo un piccolo passo - che poi sarà decisivo - per la conquista del
Governo". Nel codice genetico del PDS c'è l'abbandono di un determinato referente sociale, c'è
l'abbandono di un'organizzazione che portava il vecchio PCI - con tutte le sue contraddizioni -
ad avere un rapporto organico con la classe operaia. C'è un gruppo dirigente cresciuto in
pratiche di amministrazione statale o partitica che delega ormai tutto il suo rapporto con le masse
ad imprese capitalistiche: voglio dire che è un gruppo dirigente che per capire che cosa vogliono
le masse si affida ai sondaggi e alle varie agenzie di consulenza, che per comunicare con le
masse si affida alla televisione, a quelle particolari imprese capitalistiche che sono le televisioni.
In questo modo il PDS agisce ormai solo in funzione delle elezioni e si rivolge soltanto ai
cittadini e non più ai lavoratori in quanto tali, e sposa pienamente, anche nei comportamenti
materiali, la logica d'impresa.
Sostengo ormai da anni, credo in maniera non ingenua, che la strada non passa attraverso o
soprattutto attraverso il livello istituzionale, ma passa attraverso il livello sociale. Ho cercato di
dirlo non riproducendo le banalità del movimentismo ingenuo e dello spontaneismo.
Ciononostante ritengo che anche per partire dal livello sociale, cioè per ricomporre un blocco
sociale significativo tra i diversi e frammentati spezzoni del lavoro, sia assolutamente necessario
confrontarsi anche col livello istituzionale. Ho sostenuto, in polemica con amici e compagni,
che - guardate un po' - era necessario votare per Rifondazione al proporzionale e per l'Ulivo al
maggioritario, perché era necessario fare in modo che la sinistra si assumesse finalmente la
responsabilità, fosse incalzata e dimostrasse fino in fondo che sinistra non è più. Penso anche
che si debba in qualche modo trovare degli spazi di manovra, ma ci vogliono dei presupposti
saldi che, a mio avviso, non ci sono nella coscienza della maggior parte dei compagni e
soprattutto negli organismi istituzionali che organizzano la maggior parte dei compagni e cioè, a
livello emergente e visibile, Rifondazione e "il manifesto".
Secondo me in questa fase noi dobbiamo prima capire quali sono le condizioni per poi portare
avanti delle proposte, qualsiasi esse siano.
La prima condizione è capire che non ci si rivolge a un governo amico o alla sinistra, ma che ci
si sta rivolgendo a forze avverse, che in un dato momento possono essere tatticamente
interessate, per motivi di consenso, a concedere una serie di riforme, magari non
eccessivamente significative dal punto di vista capitalistico, ma che per noi potrebbero essere
significative. Ci deve essere un rapporto con queste forze ma deve essere assolutamente e
rigorosamente esterno, non organico, non solo dal punto di vista organizzativo, ma dal punto di
vista culturale.
L'altra cosa è che le proposte legislative non devono limitarsi a definire delle leggi ma devono
assolutamente riguardare anche i concreti meccanismi amministrativi attraverso i quali queste
leggi saranno attuate. Cioè devono assolutamente avere in mano anche un progetto di
trasformazione dei processi di lavoro che attueranno queste leggi. Tutte le varie iniziative che la
sinistra è riuscita a far passare in questi anni sono naufragate perché l'apparato amministrativo è
rimasto saldamente in mano alla controparte. Anche le minime iniziative che si possono far
passare in questa fase richiedono un'attenzione diversa, capire cioè che la norma sociale non è
semplicemente la legge emanata dal Parlamento, ma è la struttura amministrativa e i processi di
lavoro di costruzione di norme sociali che vengono svolti negli apparati pubblici o semipubblici
preposti all'attuazione di queste leggi. Ad esempio, possiamo anche fare una legge diversa sulla
giustizia, ma se non si modifica il progetto di lavoro della giustizia avremo sempre una giustizia
marcatamente di classe.
Altra cosa di estrema importanza, non dobbiamo cadere nella trappola del fronte fiscale
proposto dalla grande borghesia. Cioè non dobbiamo assolutamente cadere nell'idea che si può
far tutto, basta far pagare finalmente le tasse a chi non le ha pagate. Sono sicuro che dovremo
certamente far di tutto perché vengano pagate effettivamente, e sottolineo che non basterà una
legge, ma ci vorrà una profonda trasformazione dell'apparato del Ministero delle Finanze,
quindi ancora una volta dei processi di lavoro. Quello che voglio dire è però che è vero che far
pagare le tasse a quelli che le devono pagare sarebbe un grosso passo avanti, ma non dobbiamo
trasformare la nostra esigenza di giustizia fiscale in qualcosa che somiglia in un certo senso al
socialismo degli imbecilli, cioè al nazismo. Non possiamo individuare il capro espiatorio della
situazione attuale del lavoro subordinato in Italia e nel mondo nei ceti medi che evadono le
tasse. La capacità di elusione fiscale del grande capitale industriale e finanziario è tale che in un
mese riesce a bruciare più risorse fiscali potenziali di quanto non faccia in dieci anni l'intero ceto
medio italiano. Allora, facciamo pagare le tasse a chi le deve pagare, ma stiamo attenti che non
diventi un ricatto, un'imposizione da parte della borghesia nazionale, e noi tutti contenti
credendo di aver colpito il vero nemico quando invece il vero nemico è un altro, quando
all'interno di questo gruppo sociale composito che è il ceto medio abbiamo forme di lavoro
apparentemente autonome e realmente eterodirette che devono assolutamente essere dalla nostra
parte, e non devono essere penalizzate dalla politica fiscale. Quando abbiamo una serie di
lavoratori di imprese famigliari che, se non altro per motivi di opportunità e di ampiezza del
fronte, devono essere dalla nostra parte. Non è facendo pagare loro e facendoli chiudere che
avremo ottenuto chissà che cosa.
L'ultimo punto è questo: qualunque scelta, qualunque proposta di riforma, qualunque tattica,
qualunque mediazione deve avere una dead line, un punto oltre il quale non si va. Non
bisognerà mai colpire, diminuire, rallentare il processo di autorganizzazione e di costruzione di
forme diverse di organizzazione dei lavoratori e di organizzazione sul terreno sociale, diverse e
alternative rispetto alla forma storica del sindacato confederale e alla forma storica del partito di
massa o leggero. Perché ogni sacrificio di queste autorganizzazioni sull'altare della parola
d'ordine "Non disturbare il manovratore", significherebbe apertamente dimostrare di non aver
capito assolutamente nulla della posta in gioco. Qui stiamo parlando a tavolino, e dobbiamo
farlo per forza di cose, di trasformazione del welfare state, di modificazione dello stato sociale
in rapporto al ciclo post-fordista, di connessioni e ibridazioni tra uno stato sociale e la politica
sociale di base, ed è giusto, infatti dobbiamo progettare, dobbiamo immaginare... Ma non
dimentichiamo che lo stato sociale che ci lasciamo alle spalle non è nato attraverso una semplice
discussione di buonsenso tra le diverse parti sociali; è nato perché ci sono state due guerre
mondiali, due rivoluzioni comuniste e la minaccia costante di una rivoluzione comunista in
Europa. Intendo dire che, a mio avviso, questa fase muterà, cioè ad esempio i gruppi dirigenti
del capitalismo europeo prenderanno atto veramente del problema drastico e grave della
disoccupazione, soltanto quando ci sarà una rivolta sociale di altissima dimensione. Guardate,
io non sono un barricadero, assolutamente, ma soltanto questo potrà modificare, assieme ad
altre congiunture, ovviamente ... E allora quando ci sarà questo, noi dovremo avere le strutture
organizzative che non freneranno ma cercheranno di dar forma a questo movimento. E se queste
strutture organizzative le avremo distrutte per cercare di "non disturbare il manovratore", a mio
avviso avremo perso l'unica vera occasione storica che questa fase potrebbe darci.


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