CHAOS

Capitalismo Incontrollabile
L'età dell'oro dell'economia finisce per sempre


Eric J. Hobsbawm


Eric J. Hobsbawm è uno dei più famosi storici contemporanei. È Professore Emerito di
Economia e Storia Sociale all'Università di Londra ed è autore di numerosi libri. L'ultimo di
questi, Il secolo breve - 1914-1991: l'era dei grandi cataclismi (Rizzoli), contiene anche gli
argomenti trattati in questo articolo.

La storia dei venti anni successivi al 1975 è quella di un mondo che ha perso la bussola e
scivola nell'instabilità e nella crisi. Ancora fino agli inizi degli anni novanta, non era chiaro
come mai le basi dell'età dell'oro dell'economia si siano sbriciolate irrimediabilmente.
I decenni di crisi dopo il 1975 non sono stati una "grande depressione" come negli anni trenta.
L'economia globale non è crollata. Oggi i paesi del mondo a capitalismo sviluppato sono, nel
complesso, più ricchi e più produttivi che nei primi anni settanta, e l'economia globale di cui
formano ancora l'elemento centrale è largamente più dinamica.
Ma la situazione in alcune regioni del globo è considerabilmente meno rosea. In Africa, in
Medio Oriente e in America Latina la crescita del prodotto nazionale lordo (PNL) pro capite si è
fermata. Per queste regioni del mondo gli anni ottanta sono stati un periodo di profonda
depressione, in cui la maggior parte degli abitanti è realmente diventata più povera.
Lo stesso vale per i paesi dell'ex URSS e dell'Europa dell'est, le cui economie, che hanno
avuto una modesta crescita durante gli anni ottanta, sono completamente collassate dopo il
1989. In questa regione il confronto con la grande depressione degli anni trenta si adatta
perfettamente. Il PNL della Russia è crollato del 17% nel biennio 1990-91, del 19% nel 1991-
92 e del 11% nel 1992-93. La Polonia ha perso oltre il 21% del suo PNL nel quadriennio 1988-
92, la Cecoslovacchia quasi il 20%, la Romania e la Bulgaria il 30% e oltre.
Anche se l'economia del mondo capitalistico continua a fiorire, ciò non avviene con facilità. I
problemi che hanno segnato il capitalismo prima dell'età dell'oro - povertà, disoccupazione di
massa, squallore, instabilità - sono riapparsi dopo il 1975. La crescita è stata, ancora una volta,
interrotta da profonde crisi, che sono ben distinte rispetto alle recessioni minori. La
disoccupazione in Europa occidentale è cresciuta da una media del 1,5% negli anni sessanta a
una media del 11% nel 1993.
Persino molti dei paesi più ricchi e più sviluppati sono ormai abituati alla presenza per strada di
mendicanti oppure "homeless" che si rifugiano nei portoni o in scatole di cartone. Attualmente a
New York ogni notte 23.000 persone dormono in strada o in ricoveri pubblici. Nel Regno
Unito 400.000 persone sono ufficialmente classificati come "homeless".
Chi, negli anni cinquanta, sessanta o anche nei primi settanta, si sarebbe aspettato tutto ciò?
Il punto centrale riguardo ai decenni di crisi post-1975 non è che il capitalismo non funziona più
come nella sua età migliore, ma è che il suo funzionamento è ora diventato incontrollabile.
Nessuno sa cosa fare di fronte ai capricci dell'economia mondiale, né possiede gli strumenti per
controllarli. Lo stato-nazione ha ormai perso la sua potenza economica.
Ciò non è ovvio, perché, come al solito, la maggior parte dei politici, degli economisti e degli
uomini d'affari non sono stati capaci di rilevare la strutturalità dei cambiamenti. Le politiche di
molti governi negli anni settanta e ottanta davano per assunto che i problemi fossero solo
temporanei. Secondo loro, entro un o due anni si sarebbe ritornati alla precedente situazione di
prosperità e crescita. Non c'era necessità di cambiare quelle politiche che erano andate così bene
per una generazione.
L'unica alternativa offerta era quella propagandata dalla minoranza "teologica" dell'ultra-
liberalismo economico che credeva nel libero mercato assoluto. Questi economisti avevano
cominciato ad attaccare l'economia keynesiana ancora prima del 1975. Oggi il loro fervore
ideologico è stato rinforzato dall'apparente impotenza delle politiche economiche convenzionali,
specialmente dopo il '75. La tendenza neo-liberista è stata avallata dal conferimento del premio
Nobel per l'economia a Friedrich von Hayek nel 1974 e, due anni dopo, a un altro campione
dell'ultra-liberalismo economico, Milton Friedmann.
I fautori del libero mercato erano dunque all'offensiva, anche se essi non hanno dominato le
politiche dei governi fino agli anni ottanta, con l'eccezione del Cile, dove una dittatura
terroristico-militare permise agli Stati Uniti di istallare un'economia di libero mercato assoluto -
il che dimostra, incidentalmente, che non c'è alcuna intrinseca connessione fra libero mercato e
democrazia politica. Divenne ovvio, a partire dalla fine degli anni ottanta, comunque, che i neo-
liberisti non avevano idee migliori dei keynesiani sul come affrontare il rallentamento
congiunturale dell'economia. La mera certezza che gli affari andassero bene e il governo male
non costituiva una politica economica alternativa. Né, in verità, poteva costituirla, in un mondo
in cui persino negli Stati Uniti - i bastioni dell'impresa privata - le spese del governo centrale
ammontano ad un quarto del PIL e nei paesi dell'Unione Europea al 40%. Anche nella Gran
Bretagna tatcheriana, dopo 14 anni di potere, il più ideologico dei regimi neo-liberisti tassava i
cittadini molto di più di quanto avessero fatto i precedenti governi laburisti.
Il problema è che l'economia del mondo si è trasformata, con conseguenze drammatiche.
Prendiamo il lavoro e la disoccupazione, per esempio. La tendenza generale
dell'industrializzazione è stata quella di sostituire il lavoro umano con quello delle macchine.
Era stato assunto, correttamente, che la grossa crescita dell'economia, resa possibile da questa
costante rivoluzione industriale, avrebbe automaticamente creato sufficienti nuovi posti di
lavoro per rimpiazzare quelli persi. L' "età dell'oro" apparentemente confermò questo
ottimismo. Ma i recenti decenni di crisi cominciarono a disperdere lavoro ad una velocità
spettacolare, anche con industrie chiaramente in espansione. Fra il 1950 e il 1970, per esempio,
il numero dei centralinisti statunitensi per telefonate interurbane diminuì del 12%, mentre il
numero di chiamate crebbe del 500%; ma fra il 1970 e il 1980 crollò del 40% mentre le chiamate
triplicarono. Il numero degli impiegati diminuì ovunque rapidamente e l'aumento della
disoccupazione in questi decenni non è stato semplicemente ciclico, bensì strutturale. Il lavoro
perso in tempi di recessione non viene recuperato in tempi di crescita: esso non
sarà mai recuperato.
Una ragione di ciò è che, in un mondo in cui i flussi economici sono liberi di circolare
attraverso le frontiere degli stati, le industrie a lavoro intensivo migrano naturalmente dai paesi
ad alto costo del lavoro verso quelli a basso costo. Ogni lavoratore statunitense o canadese
divenne un lusso economico per le aziende, se a disposizione vi era un lavoratore in America
Latina o in Asia ad un decimo del suo costo.
Persino i paesi a economia pre-industriale o di prima industrializzazione sono stati governati
dalla ferrea legge della meccanizzazione, per cui, presto o tardi, anche il lavoro umano più a
buon mercato è diventato più oneroso di una macchina capace di svolgere lo stesso lavoro.
Nonostante il basso costo del lavoro brasiliano, paragonato a quello di Detroit o Toronto,
l'industria automobilistica di Sao Paolo ha incontrato, attraverso la meccanizzazione, i medesimi
problemi di crescente esuberanza di manodopera. Le prestazioni e la produttività dei macchinari
potrebbero costantemente crescere grazie al progresso tecnologico. Non così quelle umane.
In ogni caso, il costo del lavoro umano non può essere ridotto, per qualsiasi periodo di tempo,
al di sotto del costo del mantenimento in vita di una persona al livello minimo accettabile nella
società in cui essa vive. L'essere umano non è stato progettato efficacemente per un sistema
capitalistico di produzione: quanto maggiore è il livello tecnologico, tanto più dispendiosa è la
componente umana se paragonata a quella meccanica.
Per metterla in un modo diverso: i contadini, che sono stati la maggioranza dell'umanità per
gran parte della storia, divennero esuberanti, per le necessità dell'agricoltura a causa della
rivoluzione agricola. Ma i milioni di contadini non più necessari al lavoro agricolo furono
facilmente assorbiti dappertutto in occupazioni di tipo industriale, in cui la richiesta di
manodopera era enorme. Ma cosa succederebbe oggi a quei lavoratori che divenissero
esuberanti?
Anche se alcuni di essi potrebbero essere rioccupati nei lavori resi disponibili dalla rivoluzione
informatica, che continua a espandersi, sicuramente essi non ci sarebbe sufficiente offerta a
soddisfare la crescente domanda. Oggi noi siamo in presenza di una economia ristrutturata che
espelle lavoro umano dai cicli produttivi e che crea tensioni sociali che alla fine sono penetrate ai
più alti gradi dei governi. I lavoratori di una generazione che è stata abituata alla piena
occupazione e alla sicurezza di un lavoro, improvvisamente hanno scoperto che né il loro lavoro
né il loro futuro sono così sicuri. Le ripercussioni sociali di una tale situazione sono evidenti.
<<È un caso - ha domandato una volta uno scrittore - che, dei dieci assassini di massa
numericamente più grandi della storia americana, otto siano accaduti dal 1980 ad oggi e siano
stati atti compiuti da individui, bianchi e appartenenti alla classe media, che hanno passato
prolungati periodi di solitudine, frustrazione e rabbia? È un caso la crescente cultura dell'odio
negli Stati Uniti?>>. Sicuramente tutto ciò è diventato familiare nelle liriche della musica popolare
degli anni novanta, ed evidente nella crescente proposta di violenza e crudeltà mostrata nei film
e nei programmi televisivi.
Questo senso di disorientamento e di insicurezza ha prodotto veri e propri terremoti e
spostamenti nella politica dei paesi sviluppati. In tempi di insicurezza economica gli elettori
sono portati a sostenere qualsiasi partito abbia il potere. I partiti che hanno perso maggiormente
dal 1975 sono stati i socialdemocratici o i laburisti, il cui principale strumento di soddisfazione
del proprio elettorato - il sostegno statale di progetti economici e sociali - ha perso efficacia,
mentre il blocco centrale di quell'elettorato, la classe operaia, si è spezzata in mille frammenti.
Nella nuova economia transnazionale, i salari nazionali sono molto più esposti che in
precedenza alla competizione internazionale, ma la capacità di una loro difesa da parte dei
governi è molto diminuita. Le nuove forze politiche che hanno occupato questo vuoto politico
vanno dalla destra xenofoba e razzista a vari e nuovi "movimenti sociali" o partiti "verdi" che
sono emersi a sinistra. La stabile struttura politica che si è avuta finora nei paesi capitalistici è
cominciata a crollare. Ma c'è di più: le nuove forze politiche che mostrano le maggiori
potenzialità di crescita sono quelle che combinano demagogia populista, leadership personale e
ostilità verso gli stranieri.
Mentre l'economia transnazionale serra la sua stretta sul mondo, essa stessa mina lo stato-
nazione territoriale. Tale stato non può più controllare che una parte sempre minore dei propri
affari. Le organizzazioni il cui campo d'azione è effettivamente legato alle frontiere del proprio
territorio - per esempio i parlamenti e i sindacati - perciò perdono il confronto, mentre quelle
slegate da tale costrizione, come le multinazionali, il mercato monetario internazionale e i media
dell'era del satellite e della comunicazione globale, sono vincenti.
Paradossalmente, questo indebolimento dello stato-nazione è stato accompagnato dalla crescita
di movimenti regionalisti che aspirano allo spezzettamento dello stato-nazione in stati regionali
più piccoli. La crescita di questi movimenti autonomisti e separatisti è osservabile in Gran
Bretagna, Spagna, Canada, Belgio, Italia, e inoltre in Svizzera e Danimarca. È già andata oltre
invece in Cecoslovacchia e Jugoslavia, dove si è assistito alla frammentazione di questi due
stati.
Il fenomeno separatista è attribuibile, almeno in parte, al rapido indebolimento dello stato-
nazione, e alla sua incapacità di prevenire le disparità di crescita economica all'interno dei propri
confini. I governi degli stati vecchia maniera, centralisti o federalisti che fossero, così come
entità sovranazionali quali la Comunità Europea, hanno accettato la responsabilità di assicurare
lo sviluppo al loro intero territorio, e perciò in qualche modo di livellare oneri e benefici. Le
regioni più povere e arretrate erano sovvenzionate da quelle più ricche e più avanzate, o
comunque avevano la preferenza negli investimenti.
Nella nuova economia globale, comunque, le aree più ricche sono diventate più riluttanti che
mai nel sovvenzionare quelle più povere. Il problema dei centri urbani abitati dai poveri, e della
contrazione delle entrate fiscali dovuta allo spostamento verso i paesi della cintura, è largamente
dovuto a questo egoismo di ricchezza. Analoga origine hanno le crescenti disparità nelle
nazioni, nelle regioni e nei continenti.
Alcuni nazionalismi separatisti si sono nutriti, nei decenni di crisi, di queste forme di egoismo
collettivo. La pressione maggiore a frantumare la Jugoslavia venne dalle "europee" Slovenia e
Croazia; ed una cosa analoga è capitata in Cecoslovacchia, dove la Repubblica Ceca si
proclamava "occidentale" rispetto alla Slovacchia. La Catalogna e i Paesi Baschi sono le regioni
più ricche e più sviluppate della Spagna, mentre l'unico esempio significativo di separatismo in
America Latina è rappresentato dal più ricco stato brasiliano, il Rio Grande do Sul. Ma il più
puro esempio di questo fenomeno è stata l'improvvisa crescita, sul finire degli anni ottanta,
della Lega Lombarda (diventata poi Lega Nord), che aspira alla secessione delle regioni
settentrionali dell'Italia.
Queste politiche nazionaliste e separatiste non sono programmi d'azione per fronteggiare i
problemi del tardo XX secolo, ma sono più che altro reazioni emozionali. E ancora, mentre il
secolo si avvia al termine, l'assenza di istituzioni e meccanismi realmente capaci di affrontare
questi problemi diventa sempre più evidente. Lo stato-nazione non è più capace di affrontarle.
Chi o cosa può farlo?
Vari organismi sono stati creati a questo proposito da quando sono sorte le Nazioni Unite nel
1945. La mera necessità di coordinamento globale ha moltiplicato le organizzazioni
internazionali, durante i decenni di crisi, più velocemente che mai: a metà degli anni ottanta
esistevano 365 agenzie intergovernamentali e non meno di 4600 non governative, più del
doppio rispetto ai primi anni settanta.
Inoltre, un'azione globale su problemi quali la preservazione dell'ambiente è stata sempre più
riconosciuta essere urgente. Nonostante ciò, le uniche procedure formali per il raggiungimento
di questi obiettivi (trattati internazionali sottoscritti separatamente e ratificati dagli stati nazionali
sovrani) si sono dimostrate lente, maldestre e inadeguate, come è stato dimostrato dagli sforzi
per la protezione del continente antartico.
Tuttavia, due erano le vie disponibili per garantire l'azione internazionale, e i decenni di crisi le
hanno viste entrambe sostanzialmente rafforzate.
Una era l'abdicazione volontaria del potere nazionale a favore delle autorità sovranazionali, ad
esempio innanzitutto la Comunità Europea. La forza della Comunità Europea risiede nella sua
autorità centrale di Brussels (non costituita su base elettorale), che può prendere iniziative
politiche indipendenti ed è virtualmente immune da pressioni politiche operate dai membri degli
stati nazionali.
L'altro strumento per un'azione internazionale è ugualmente, se non di più, separato rispetto
agli stati nazionali e le democrazie. Si tratta dell'autorità di cui sono investiti il Fondo Monetario
Internazionale (F.M.I.) e la Banca Mondiale, gli organismi finanziari internazionali cresciuti
durante il secondo dopoguerra. Appoggiati dall'oligarchia dei principali stati capitalistici, hanno
acquisito una crescente autorità man mano che gli incontrollabili capricci del mercato globale, le
crisi finanziarie del Terzo Mondo e il collasso delle economie del blocco sovietico hanno reso
un numero sempre maggiore di nazioni dipendenti dalla disponibilità del primo mondo ad
accordare loro dei prestiti.
Questi prestiti sono stati fatti pesare sempre di più sull'adozione a livello locale di politiche
economiche raccordabili con la lobby bancaria internazionale. Il trionfo negli anni ottanta della
teologia economica neo-liberista è stato, in effetti, trasferito nelle politiche di privatizzazione
sistematica e di capitalismo liberistico imposte a quei governi che sono troppo insolventi per
opporvisi, a prescindere da quanto siano risolutive per i loro problemi economici (come per
esempio nella Russia post-sovietica).
È interessante - ma purtroppo inutile - speculare su cosa penserebbero John Maynard Smith ed
Harry Dexter White della trasformazione delle due istituzioni che essi avevano fondato con
obiettivi molto differenti, perlomeno l'obiettivo dell'occupazione totale.
Come si è visto, Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale si sono trasformati in
strumenti internazionali molto efficaci nell'imposizione di scelte politiche da parte dei paesi
ricchi nei confronti dei paesi poveri. Mentre il ventesimo secolo volge al termine, queste scelte
politiche stanno per essere messe alla prova da due vaste regioni del mondo. Una è l'URSS con
le sue economie europee e asiatiche associate che, dopo il fallimento del sistema comunista, ora
giace in rovina. L'altra è quella riserva di dinamite sociale costituita dal Terzo Mondo.


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