CHAOS

Editoriale


a cura della Redazione


La situazione, oggi, del movimento sindacale e del lavoro (quale conosciamo come polo della contraddizione con il Capitale) è la peggiore del secolo, di sicuro la peggiore dall'esistenza del cosiddetto ciclo fordista. Tra muri che crollano e nuovi assetti produttivi che si fanno avanti, la difesa e l'offesa sindacale si trovano privi di ragioni, argomenti, forza, capacità.
Della ragione e della forza che sbandieravano i lavoratori a Torino nell'autunno dell'ottanta (i "35 giorni") ora, persa la forza, non rimane neppure la ragione di idee troppo desuete nella virtualità del post-tutto.
A ben vedere, però, la debolezza -paradossale- del lavoro è stata quella di non essere abbastanza moderno, di non aver colto di se stesso i cambiamenti strutturali e congiunturali, oltreché culturali, che il capitalismo aveva messo in atto nelle sue forme produttive. Al fallimento culturale, dove si sbandiera come moderno le vecchie tesi e le vecchie compatibilità del capitale, è ovviamente seguito il fallimento normativo e di tutela, appena attutito dalla resistenza inerziale delle organizzazioni un tempo di classe.
Lo ribadiamo: senza ripensare in toto, ridiscutendo innanzitutto il nucleo della contraddizione Capitale-Lavoro, è impensabile la ricostruzione di un'identità delle classi subalterne e un'organizzazione sindacale delle classi stesse.
Quanti si sono sino ad ora soffermati a riprendere in modo meccanicistico temi dell'analisi marxiana, non hanno fatto altro che protrarre ulteriormente la fine di un approccio teorico e politico giunto ormai al capolinea. La metamorfosi dei sistemi produttivi -ancora in embrione e lontani dall'essere stabili e definitivi- ha delineato in quest'ultimo decennio i cardini entro cui si muove la strategia capitalistica e i possibili deterrenti sociali in grado di imporre il "gradualismo" necessario ad ogni trasformazione che non produca cruenti stravolgimenti sociali.
"Il secolo breve", come lucidamente sostiene E. Hobsbawm, finisce con il divenire lo specchio delle contraddizioni immanenti, senza poter dare, al contempo, una chiara possibilità di definizione delle forme di organizzazione, in un'altrettanto evidente impossibilità di comprendere l'inizio dell'analisi, della destrutturazione.
Quella che, in definitiva, qui si definisce contraddizione capitale-lavoro, non è altro che l'immanenza del divenire del capitale come forza produttiva illimitata, incredibile soggetto-oggetto della propria auto-degenerazione.
Non poche, a ben vedere, sono state le proposte di destrutturazione degli assetti produttivi definiti ormai come radicalmente "nuovi" e dominanti nei rapporti capitalistici. Senza disconoscere l'interesse e l'attenzione che meritano gli scritti sul toyotismo, ci pare troppo semplicistico ridurre l'intero, organico sconvolgimento della transizione capitalistica in una sola parola.
A fianco, infatti, di schemi produttivi che richiamano al sistema nipponico (lungi, tuttavia, dall'essere omologabili ad esso) si trovano modalità lavorative pre-tayloristiche, tecniche che esaltano le economie di scala di fordista memoria. La quotidianità presenta, anche nel nostro vivere la "periferia dell'impero", realtà sovrapposte tra loro, che complicano un quadro già normalmente di complicatissima lettura. Il tutto ingigantito dalla fine del welfare così come lo abbiamo vissuto e conosciuto. L'aspetto che rimane comune è la mobilità, ormai fulminea, che possiede il capitale nello spostarsi, anche fisicamente nella produzione, non già tra settori ma all'interno dello stesso settore produttivo. Questa "mobilità" è indice del grado di sviluppo che supporta l'integralità del capitale nelle forme in cui esso si manifesta nell'immediato, cioè, appunto, la produttività.
I lavoratori dei settori un tempo pubblici e ora "privatizzati" (con tutte le caratteristiche che tale termine assume in una realtà quale quella italiana), così come le produzioni spostate territorialmente in zone non metropolitane (fuori, quindi, dal "centro"), rappresentano altrettante modalità con cui il capitale trasformando se stesso, trasforma la società. Al tempo stesso rappresenta altrettante realtà con cui quotidianamente, nella contrattazione sindacale, bisogna fare i conti e con cui si rimane disarmati organizzativamente e di comprensione culturale. A questi due ultimi aspetti, infatti, è strettamente legata, innanzi tutto, la possibilità comunicativa, anche nei suoi aspetti più banali. Comprendere cosa e come cambia all'interno dell'assetto produttivo di fabbrica, in che modalità il capitale riesce a decostruire -ci si passi il termine- l'aspetto sociale del proprio essere creatore di ricchezze e di applicare una redistribuzione assolutamente impari.
Ciò che può divenire punto di partenza per una comprensione organica, diviene, paradossalmente, punto di disgregazione, tanto da non riuscire nemmeno ad individuare -se non per casi specifici e ben settorializzati- le caratteristiche essenziali del processo complessivo che definiamo capitalistico.
In secondo luogo, cosa cioè culturalmente muta in contesti socio-produttivi in espansione, porta a misurare la natura stessa del capitale che si legittima ancora -nonostante i cambiamenti tecnologici siano così forti e rapidi- nel suo essere forma produttiva immediata di beni, forma produttiva immediata di sfruttamento. La domanda posta, "cosa cambia all'interno del proprio luogo di lavoro", non può essere scissa da un'altra altrettanto fondamentale: come mantenere i margini di autonomia che si possiede? Qui il problema nodale sta nel recuperare integralmente quella forza di manifestazione critica di una certa sinistra e di settori fondamentali della classe lavoratrice. Nella certezza che senza adeguati strumenti organizzativi sarà impossibile raggiungere l'uscita del tunnel della ristrutturazione capitalistica, che assimila in modo indiscriminato le forme produttive e riorganizzative che gli sono più consone.




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