CHAOS

L' effetto kanban nell'organizzazione del lavoro alla FIAT di Melfi
5.
Laura Fiocco



7. La determinante sociale del superamento del fordismo alla Fiat
La storia della Fiat dimostra in tutta evidenza le radici sociali del processo innovativo. L'esigenza di superamento del fordismo si presenta come necessità di far fronte alla crisi di governabilità esplosa alla fine degli anni sessanta nella forma di un movimento di contestazione generale del potere capitalistico, che si è tradotta, in un processo a spirale, nella disgregazione dell'ordine gerarchico interno alla fabbrica. Questo processo si è protratto fino alla fine degli anni settanta, cioè è continuato, dopo la cessazione del movimento di massa, nella resistenza individuale all'autorità. Si tratta quindi di due momenti particolari, caratterizzati da forme di resistenza diverse, ma che nella loro periodizzazione hanno inciso sulle modalità di ricomposizione dell'ordine interno e esterno alla fabbrica.
La risposta immediata della Fiat alla resistenza operaia è stata conforme alla natura del soggetto antagonistico: destrutturazione dell'operaio-massa. Alla fine degli anni sessanta la logica interna all'organizzazione fordista del lavoro, che aveva prodotto la concentrazione e massificazione della forza lavoro, si è rovesciata in potenziale esplosivo. Il suo disinnescamento si è articolato su due fronti strategici (oltre che su sperimentazioni fallite e aggiustamenti tattici [70]). Da un lato la deconcentrazione della massa operaia nella forma del decentramento spaziale dei nuovi investimenti in unità produttive di minori dimensioni - che verranno sempre più organicamente snellite (deverticalizzazione) e collegate in rete [71] - dall'altra la sua decongestione nella forma della sostituzione del lavoro vivo con lavoro morto, a partire dai punti caldi della fabbrica (automazione a "macchia di leopardo").
I processi di decentramento e di automazione continueranno a autoalimentarsi, fino a che, nella seconda metà degli anni ottanta, sulla base delle esperienze di Termoli e Cassino, incomincerà a diventare evidente che il "piccolo impianto ad alta tecnologia flessibile" presenta dei nuovi problemi, per cui la spinta all'automazione è stata bloccata [72] e il processo di trasformazione assumerà la forma dell'innovazione organizzativa.
La lettura di questo passaggio è cruciale per la comprensione di ciò che sta accadendo. La Fiat l'ha teorizzato quale trasformazione della fabbrica a alta automazione (Faa) in fabbrica integrata (Fi). Forse al di là delle intenzioni, questa suggestiva raffigurazione delle tappe di un processo, che presa di per sé semplifica il discorso tra gli addetti ai lavori, è diventata fonte di tutta una serie di fraintendimenti. In particolare, essa veicola l'idea di una cesura nel processo di superamento del fordismo, come se tra la fabbrica fordista e quella integrata ci fosse stato realmente un ordine produttivo (un modello) intermedio rappresentato dalla Faa. E, d'altra parte, nel sostenere che la Faa era "ammalata di libidine tecnologica" [73] per cui si è dovuto intervenire a "curarla", si induce a pensare che il processo di ristrutturazione degli anni settanta/ottanta avesse fallito i suoi obiettivi, cioè che fosse un percorso sbagliato da correggere perché inadeguato a superare i limiti soggettivi posti dal fordismo.
Nel dare per presupposta la cesura si perde di vista la determinante del processo, per cui è possibile sostenere che il passaggio è stato indotto dalla necessità di far fronte alle mutate condizioni di mercato. Cioè, ancora una volta, si sostiene "l'inversione del paradigma".
Questa posizione, che è diventata quasi un luogo comune, è sostenuta, tra gli altri, da Rieser. Egli ha ragione quando sostiene, in contrapposizione con un certo di tipo di interpretazione semplificata della sinistra sindacale, che il disegno della fabbrica integrata a partire dalla Faa non è stato una risposta al problema dell'integrazione (nel senso della "pacificazione") della classe operaia. Il sistema di controllo sociale, quello che garantisce un adeguato livello di governabilità della forza lavoro ed evita l'esplodere di conflitti dirompenti, "aveva funzionato egregiamente per tutti gli anni ottanta" [74]: la Faa rappresentava appunto la risposta alla ingovernabilità, e aveva realizzato l'obiettivo.
Ed è anche vero che ciò a cui la Faa "non riusciva più a rispondere, e per cui si è cercato una nuova risposta, era ed è ben altro", ma questo "altro" non sono, come egli sostiene, "i requisiti di efficienza, qualità, flessibilità, necessari per la competività dell'azienda" [75]. Il problema - lo dimostra il quasi collasso di Termoli 3 nel momento in cui si è cercato di attivare l'impianto alle sue potenzialità - era, alla lettera, quello di far funzionare una struttura che era già materialmente capace di rispondere alla flessibilità della domanda, cioè di operare ad un grado elevato di complessità, ma che non aveva il "produttore adeguato" per farlo.
Il perché dovrebbe essere evidente: basta leggere Termoli all'interno del processo di trasformazione in cui si collocava. Prodotta al fine di superare i vingoli soggettivi del fordismo, la Faa incorporava la destrutturazione dell'operaio collettivo fordista, nel mentre imponeva propri vincoli strutturali al suo funzionamento. Per questo l'insieme di coloro che continuavano ad essere posti come lavoratori diretti e indiretti [76], nemmeno con tutta la buona volontà, riuscivano, per dirla con l'ing. Pagana "a tirare fuori la produzione. (...) Se non gli cambiavamo la logica, era solo gente affaticata che non riusciva a tirar fuori le cose" [77].
E per cambiare la logica bisognava "abbandonare lo stabilimento tradizionale dove manutenzione, fabbricazione, gestione materiali, qualità, tutti ottimizzavano sé stessi e magari ci riuscivano, ma a scapito del sistema" [78]. L'ottica con cui si è proceduto per dare una forma adeguata al nuovo produttore collettivo è stata quella di partire dai vincoli posti dalla struttura materiale, tenendo conto - unilateralmente, lamenta il sindacato che è stato escluso dal processo - di quelli sociali: "Quello che noi abbiamo realizzato è stato di vedere il processo di fabbricazione come punto chiave, e poi fare in modo che tutti gli altri lo aiutassero" [79]. Così si è arrivati alla costituzione delle Ute facendo in modo che "tutti insieme armoniosamente" si attivassero affinché la produzione potesse continuare senza "disfunzioni".
Il fatto che il passaggio dalla Faa alla fabbrica integrata abbia assunto la forma della ristrutturazione organizzativa dimostra semplicemente che la divisione del lavoro è immediatamente organizzazione del comando. Ciò che Termoli ha reso esplicito è che una struttura non funziona da sola, neanche se è ad alta tecnologia supportata dal computer, e non funziona nemmeno attraverso la somma dei singoli individui che ci lavorano, ciascuno con i propri ruoli e le proprie mansioni [80]. Il produttore che la attiva non può essere se non una forza collettiva eterodiretta (come è sempre stato, da quando esiste il capitalismo): il nesso che costituisce i singoli lavoratori in una unità sinergica è l'organizzazione. Ed è sulla sua variazione che possiamo leggere le diverse fasi di sviluppo della società capitalistica.
In definitiva, la fabbrica integrata è il risultato di un processo che per destrutturare l'operaio massa ha prodotto il layout della Faa. Ma questa non poteva funzionare senza la costituzione di un nuovo lavoratore collettivo [81]. Il vincolo era dato dal fatto che non si trattava più, semplicemente, di organizzare "scientificamente" il modo di usare corpi umani quali ingranaggi flessibili di un mostro meccanico, come nella fabbrica fordista, bensì di prestare cervelli umani ad una struttura robotica incapace di autogestirsi le disfunzioni tecnico-operative (nonostante i dispositivi elettronici) e di autoripararsi. La continuità della produzione, dentro la nuova struttura, presupponeva la partecipazione attiva, sistematica e puntuale, di tecnici dedicati, collocati là dove ce níera bisogno, cioè nei reparti e non nella palazzina degli uffici. Il lavoro manuale, anche se continuava ad essere quantitativamente significativo, non era (e non è) più il centro motore della fabbrica.
a partire da questa centralità che si arriverà ad un nuovo ordine produttivo, quello che abbiamo visto iscritto nello stabilimento di Melfi.
Naturalmente, il come lo si è realizzato non era predeterminato dalla configurazione materiale della Faa: il sistema tecnologico pone dei vincoli, il modo in cui vengono superati è una questione di scelte tra soluzioni possibili. Con la scelta del "tubo" flessibilizzato dalle Ute si è organizzato in un modo particolare il lavoro di coloro che prima erano i quadri tecnici. Ma nel farlo si è imposta una nuova modalità di comando che ha esteso l'esigenza dell'autoattivazione anche al lavoro manuale.

8. La composizione della forza lavoro e le nuove contraddizioni
La divisione del lavoro che è scaturita dal processo di ristrutturazione è completamente diversa da quella fordista e con essa è mutata la composizione della forza lavoro.
Sebbene i lavoratori manuali continuino a svolgere le stesse operazioni individuali e parcellizzate di prima (avvitare bulloni, montare componenti), è mutata la loro collocazione funzionale nel corpo collettivo che attiva la struttura materiale. Il motore umano strategico della fabbrica integrata sono i "tecnici dedicati" che rappresentano il cervello collettivo dell'impianto (nella sua progettazione e operatività): l'insieme dei progettisti, sistemisti, tecnologi, rifornitori, manutentori, con le loro estensioni periferiche meno "intelligenti" ma non meno importanti, e cioè i conduttori di impianti [82]. il loro lavoro, il lavoro di questi nuovi operai, che rende possibile la continuità del lavoro degli altri e quindi il flusso della produzione. Ed è un lavoro non riducibile esaustivamente a operazioni preprogrammate e proceduralizzate perché il suo contenuto è dato dalla prevenzione e soluzione di problemi.
Questo insieme eterogeneo di capacità produttive deve funzionare, per usare la metafora di Ohno, come il giocatore di una squadra di baseball, "il cui coinvolgimento per il fine comune (vincere la partita) corrisponde - nella produzione - al just in time che attiva in un movimento armonico tutti i membri del collettivo" [83]. In questa frase il just in time connota una modalità di comando. Ohno sa bene che, in quello specifico "gioco di squadra" che è il lavoro di fabbrica, l'unità sinergica della "squadra" può rovesciarsi in unità antagonistica. Per minimizzare il suo potenziale di resistenza il lavoratore collettivo deve essere cellularizzato. E qui interviene il sistema kanban che rende possibile la separazione/divisione del lavoratore collettivo in gruppi più o meno piccoli unificati "armoniosamente" dalla catena dei pull.
Alla Fiat questa cellularizzazione corrisponde alla divisione gestionale in Ute, e rappresenta la continuità di un processo iniziato con il decentramento e l'automazione degli anni settanta: dalle grandi concentrazioni agli stabilimenti dispersi sul territorio e snelliti della forza lavoro resa eccedente dalle macchine, e poi, dentro questi, dai reparti alle Ute. Così, partendo dalla destrutturazione dell'operaio massa si è prodotta una diversa composizione tecnica della forza lavoro, che potremmo chiamare "lavoratore cellularizzato" [84].
Su questa nuova composizione si prefigura lo scenario dei rapporti di potere e le condizioni di vita (di tutti) in un prossimo futuro. Se la specificità del nuovo ordine sociale passa attraverso la polarizzazione tra i privilegiati (occupati) e gli esclusi (disoccupati) in un contesto di globalizzazione del capitale; quella dentro i luoghi di produzione può essere colta attraverso tre momenti che segnano la differenza con il passato: un substrato di sapere diffuso più complesso nonchè un crescente apporto di conoscenze specializzate, il che richiede un aumento generalizzato della scolarizzazione nonchè nuove logiche nei processi di formazione; un ambiente ergonomicamente più vivibile che, se combinato con tempi e ritmi di lavoro sostenibili, diminuisce la fatica fisica quotidiana; una modalità di esercizio del potere che passa attraverso il coinvolgimento, per cui i lavoratori devono essere posti in una struttura di relazioni che "li riconosce" come persone.
La radice strutturale di quest'ultimo sta nell'esigenza dell'autoattivazione, ma questa presuppone il consenso. Non è quindi casuale il fatto che la Fiat chieda la mediazione del sindacato nella forma della partecipazione. L'autoattivazione rappresenta infatti il vincolo specifico della fabbrica integrata ed è su questo che si gioca il futuro.
L'azienda tende al suo superamento cercando di trasporlo ideologicamente da vincolo soggettivo in vincolo tecnico (far fronte alle "disfunzioni", di qualunque natura, che inceppano il flusso produttivo); ma il lavoratore collettivo, se non cade nella trappola, può rovesciarlo in arma per conquistare una diversa qualità della vita.
La discriminante, in questo rovesciamento, non può essere semplicemente quella ipotizzata da Coriat nella distinzione tra "coinvolgimento incentivato" e "coinvolgimento negoziato". Naturalmente, in ogni caso, il soggetto e il contenuto della negoziazione sono tutti da definire. In particolare, al di là delle rivendicazioni tradizionali, si tratta di giocare dentro gli spazi aperti da quelle che Della Rocca definisce "ambivalenza delle regole". La forma del potere si esprime, e viene percepita dai diversi attori, "come disordine tra principi apparentemente opposti: tra gerarchia e partecipazione-coinvolgimento; tra prescrittività e intenzionalità di ruolo; tra specializzazione e integrazione; tra individualizzazione del lavoro e cooperazione; tra compartimentalizzazione delle conoscenze e sviluppo delle stesse attraverso non solo la formazione, ma anche e principalmente attraverso l'apprendimento organizzativo" [85].
Queste "ambivalenze" si riflettono, necessariamente, su strutture di aspettative che entrano in contraddizione con la realtà del lavoro quotidiano.
Ma questo livello della "negoziazione" è ancora dentro la vecchia logica, quella che dà per presupposto che l'individuo che lavora sia nient'altro che un lavoratore. Ciò che la nuova organizzazione del lavoro sta producendo, in processo, è una nuova forma del comando e, insieme, una nuova configurazione del soggetto antagonistico, il che presuppone una dislocazione del discorso che ricomponga il modo di esistenza dentro la fabbrica con lo spazio di vita: quel "fuori" che la Fiat vorrebbe ridotto a "prato verde". Si tratta cioè di passare dalle rivendicazioni sulle condizioni di esistenza dei lavoratori (soggetto eterodeterminato) a quello delle persone che si dà il caso lavorino (potenzialità di autodeterminazione).
Questo passaggio è iscritto strutturalmente nella nuova forma del comando: l'azienda è costretta a dare forma "umana" al modello direttivo, per cui deve porre i lavoratori come persone, non più come corpi-macchina della fabbrica fordista. Ma per realizzare i propri fini deve comunque ridurre le persone a lavoratori, cioè porli come meri portatori di ruoli. qui che la logica del "pensare all'inverso" produce i sui effetti contradditori e il "vedere all'inverso" funziona, oggettivamente, da sostegno ideologico alla riproduzione dell'asservimento.
Nella fase fordista la reificazione degli operai era esplicita (legittimata dalla "natura" del sistema tecnologico), lo sfruttamento relativamente visibile, e la piena occupazione, combinata con il welfare, un obiettivo di "equilibrio" del processo di accumulazione. In quel contesto le prospettive di un mondo "a misura d'uomo" oscillavano su due fronti (strutturalmente determinati): da un lato la liberazione del lavoro (il lavoratore rivendicava il suo essere persona in quanto lavoratore: l'ideologia del produttore), dall'altro la liberazione dal lavoro (il rifiuto del lavoro salariato in quanto alienante).
Oggi - che l'individuo è posto ideologicamente come persona (singolarità sociale-socievole), ma si deve comunque usare questa persona come portatore serializzato di ruoli (risorsa umana) - l'opposizione tradizionale lavoratore/persona si presenta non solo invertita, ma è anche mutato il soggetto che "rivendica" la sua ricomposizione. Paradossalmente, nella nuova fase che si va prospettando è il capitale che deve sostenere, in modo esplicito, l'identità tra l'essere persona e l'essere lavoratore. Ma, per farlo, deve porre il luogo di lavoro come se fosse l'unico spazio possibile di realizzazione degli esseri umani [86]. In altri termini, dal punto di vista del capitale la contraddizione si concreta nel come comprimere i bisogni delle persone, le loro aspettative di autorealizzazione e di felicità, insomma, il loro mondo, dentro le mura di una fabbrica; come indurle a credere che l'unica esistenza possibile per un essere umano stia nel racchiudere la propria vita nel luogo di lavoro.
A questo livello non è nemmeno importante se la coercizione a "stare dentro" è percepita come indotta dalla legge cieca del mercato o dai rapporti di produzione capitalistici. In ogni caso i muri del "luogo di lavoro" sono troppo stretti, rispetto alle potenzialità dello spazio (fisico e sociale) prodotto dallo sviluppo del fordismo (società dei consumi) e dalla sua crisi (rivoluzione culturale), per poter configurare uno spazio di vita. L'individuo "ricco di sogni", per parafrasare Marx, sia pure quelli indotti dall'industria del tempo libero, non è più riducibile a "lavoratore".
Qui sta il punto debole della tesi sul consenso di Bonazzi secondo cui è possibile, attraverso il processo in atto di diminuzione dello sforzo dentro un ambiente di lavoro più vivibile, prefigurare un futuro in cui "la fine della penosità materiale diventa la premessa di una dedizione intelligente a tutto campo" [87]. Una dedizione a cosa? A produrre automobili rosse, gialle o a pallini? Sia le spinte individualistiche sia quelle solidaristiche tendono a convogliare la "dedizione" a sé e agli altri verso "il fuori", per cui la contraddizione principale non sta più nel come si lavora bensì nel perché "i privilegiati" dovrebbero lavorare vita natural durante.
Questa contraddizione diventerà sempre più esplosiva man mano che, da un lato, il processo di automazione si estenderà ai diversi settori e alle aziende più piccole, dall'altro, la nuova composizione della forza lavoro richiederà lavoratori sempre più scolarizzati o comunque plasmati dalla personificazione dei rapporti sociali interni e esterni al luogo di lavoro. A meno che non venga scongiurata attraverso la riduzione progressiva del tempo di lavoro. Una riduzione che sia flessibile, nel senso di operativamente "personificabile", ma che si traduca comunque nella diminuzione sostanziale, generalizzata, del tempo sottratto all'autodeterminazione dello spazio di esistenza [88].
su questo perno rivendicativo che si prospetta la convergenza degli interessi generali della società, inclusi quelli della regolazione del processo di accumulazione. Su di esso diventa possibile l'unificazione non della semplice somma dei "privilegiati" e degli "esclusi", bensì dei cittadini costretti a vivere in un mondo che pone il disordine sociale (la polarizzazione delle condizioni materiali di esistenza, la violenza diffusa causata dalle disuguaglianze, la mercificazione rampante dei rapporti interindividuali) come condizione di riproduzione dell'ordine produttivo delle singole aziende.

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