di Azzurra Carpo
da Pucallpa-Ucayali
In piena era di globalizzazione informatica, ci sono ancora piccolissimi gruppi che vivono come se i millenni della storia non fossero mai passati. Succede nell'Amazzonia peruviana dove, molto più in là dei villaggi dei 48 popoli indigeni conosciuti e regolarmente censiti, in un triangolo inesplorato di foresta che confina con il Brasile lungo le rive del Rio de las Piedras, si sono trovati recentemente resti di accampamenti temporanei abbandonati, orme molto grandi, avanzi di cibo che testimoniano la presenza di gruppi umani; che non hanno armi di metallo ma utilizzano asce di pietra, e vivono esclusivamente di caccia, raccolta di uova di tartaruga taricaya, frutta e radici, nel perfetto stile nomade dei primitivi cacciatori-raccoglitori.
Nudi e violenti, dicono di loro i pochi testimoni oculari che hanno intravisto ombre
fuggenti e misteriose, da lontano, nel groviglio della foresta. Pacifici e impauriti,
affermano altri. Vanno in gruppo. Corrono sempre, con le donne e i bambini al centro, come
nelle mandrie di huanganas, i cinghiali selvatici che, così, proteggono le madri
e i cuccioli. Non si fermano mai più di una notte nella stessa radura. Non usano la
canoa. All'alba, riprendono la corsa. O la fuga.
"Non contattati", vengono definiti dagli addetti ai lavori, ognuno dei quali
spera di essere il primo a contattarli per convertirli possibilmente al proprio Dio e
svilupparli secondo i canoni della "civiltà", che sarebbe poi - modestia a
parte - la propria, occidentale, urbana, industriale.
In attesa che ciò avvenga, a "contattarli" a dovere ci pensano i madereros
(in genere peones, piccoli salariati di grandi imprese di legname pregiato come il cedro e
il mogano), i cui fucili automatici annunciano trionfanti l'imminente arrivo della
civiltà sul Rio de las Piedras, il più remoto angolo di Amazzonia, abitato da uno di
questi gruppi in isolamento, i Maschos-Piros, descritti dai media locali con un senso di
vergogna nazionale, come gli ultimi selvaggi della storia, anzi, gli ultimi residui della
preistoria.
Dal folto della giungla, i Maschos-Piros, impauriti dai motori fuoribordo delle barche e
delle seghe elettriche, lanciano frecce. I madereros rispondono sparando
all'impazzata tra gli alberi. Decine di morti. Tutti Maschos-Piros, naturalmente.
Un conflitto mortale danneggia l'immagine del Perù come Stato democratico e, per
arginare la violenza etnocida dei peones madereros, il governo del presidente
Toledo ha pensato di favorire una mediazione tra gli interessi economici delle grandi
imprese e la paura dei Maschos-Piros, firmando nel novembre 2001 un decreto (non molto
efficace contro i fucili automatici) con cui istituisce una zona riservata per gli
"indigeni non contattati".
E così anche i Maschos-Piros hanno un "luogo" nella cartografia amazzonica.
Nessuno più sfugge al Grande Fratello. Ma, a distanza di dieci anni dalla Conferenza di
Rio che ha sottolineato come l'ecosviluppo amazzonico non possa essere scisso dallo
specifico etnico-culturale di quest'area, oggi ci sono organizzazioni indigene in grado di
opporsi alle generalizzazioni, mostrando che l'Amazzonia è un mosaico tutt'altro che
semplice e riducibile a schematismi interpretativi. Al contrario, è un arcipelago di
mondi culturali e linguistici diversi, anticamente in conflitto costante tra loro, sempre
in relazione, dove accanto a gruppi estremamente piccoli di indigeni, come i
Maschos-Piros, ci sono - anche e soprattutto - popoli numericamente significativi, con
culture millenarie che hanno il sapore di mille storici, dolorosi, "contatti";
inseriti da secoli nell'asimmetrica relazione di forze della politica nazionale.
Popoli che contano, con un'organizzazione "nuova": l'Aidesep (Asociación
interetnica de desarrollo de la Selva Peruana), un'ong di Lima che dal 1979 promuove lo
sviluppo culturale ed economico dei gruppi indigeni della selva peruviana (Aguaruna,
Huitoto, Huambisa, Ashaninca, Yanesha, ecc.). L'Aidesep porta avanti programmi di difesa
territoriale, sviluppo economico comunitario, educazione bilingue interculturale, ma anche
etnomedicina e promozione della donna. Con un occhio all'informazione, attraverso l'Unidad
Indígena, rete di diffusione via radio in lingue indigene su tutto il territorio
amazzonico.
L'ong peruviana vanta numerosi dirigenti indigeni perfettamente bilingui: alcuni hanno
completato gli studi universitari (magari con un dottorato presso le università
statunitensi o europee), usano normalmente Internet, il linguaggio giuridico delle Nazioni
Unite e quello degli indicatori di sviluppo umano delle agenzie di cooperazione. Giovani
dirigenti in grado di vedere con una propria ottica la complessità dei conflitti che
attanagliano l'Amazzonia, e che stanno aprendosi faticosamente uno spazio nella escludente
struttura dello Stato-nazione peruviano, varcando con sicurezza le porte del Parlamento o
dello stesso Palazzo di Pizarro, dove dialogano con il presidente Toledo e con sua moglie,
Eliane Karp, molto sensibile alla questione etnica.
La maggior parte dei popoli amazzonici peruviani sono entrati in "contatto" con
l'occidente colonizzatore secoli fa, e da allora hanno vissuto esperienze diverse: dalla
schiavitù all'evangelizzazione, fino all'attuale lotta politica per il riconoscimento
delle cittadinanze culturalmente differenziate (la possibilità cioè di essere
riconosciuti non solo come peruviani, ma come indigeni e peruviani).
Da parte loro, i dirigenti locali hanno ottenuto - attraverso generazioni di lotta e di
organizzazioni alleate col terzo settore internazionale - di essere accettati come
interlocutori politici, dato che hanno appreso gli strumenti della democrazia della
società nazionale (le sue leggi) e internazionale
(diritti umani), per migliorare la loro situazione di indigeni e cittadini peruviani.
Insomma, i dirigenti hanno cercato il contatto. Ma i Maschos-Piros lo rifiutano, perché
questo contatto li ha decimati. Nonostante le leggi che dovrebbero proteggerli,
l'atteggiamento di molti personaggi nella selva (in special modo i madereros) non
differisce in nulla da quello dei bianchi cacciatori di uomini di un tempo.
Ma il problema va oltre il Rio de las Piedras e riguarda tutti i popoli autoctoni
amazzonici. Da sempre lo Stato-nazione/Grande Fratello si è divertito a delegare ai
peones di turno la gestione della "soluzione finale" degli indigeni,
riservandosi di definire e di aggiornare ogni volta, sia dal punto di vista
ideologico-politico, sia linguistico, i confini del "luogo riservato" a loro, in
relazione ai distinti gradi di consolidamento del suo sviluppo e alle mutevoli esigenze
della sensibilità internazionale.
Gli occidentali si sono riservati il monopolio del cambiamento come motore della storia, e
le vesti egemoniche, volta per volta, dello scopritore, conquistatore, evangelizzatore,
civilizzatore, colonizzatore, promotore di sviluppo, ambientalista, propulsore dei diritti
umani, situandosi nel luogo del logos, della razionalità.
Al contrario, hanno riservato agli indigeni la staticità, e le "non vesti" del
selvaggio/primitivo, situandoli nel luogo del rito, cioè della realtà magica,
del sapere pre-scientifico, dell'oralità senza storia, il cui valore si esaurirebbe nella
"rarità" di una foto rubata alla preistoria.
Storicamente si è imposta questa prospettiva etnocentrica. Contro di essa, però, i
dirigenti delle organizzazioni native amazzoniche rivendicano un altro "luogo"
per i popoli indigeni del terzo millennio.
A giudizio dei dirigenti di Aidesep, i Maschos-Piros non sono affatto "non
contattati", come testimoniano le mille forme storiche di approccio con altri popoli
indigeni limitrofi. Al contrario, data la serie traumatica di "contatti" avuti
finora, i Maschos-Piros sono in "volontario isolamento", espressione di un
diritto da rispettare.
Ma la protezione dei diritti umani e culturali non è una mera questione tecnica. Ai
Maschos-Piros non si deve dare una "riserva", una sorta di protezione
amministrativa della specie o di ecologia culturale. Per questo, in un documento che ha
ricevuto l'appoggio della Defensoria del Pueblo (istituzione pubblica presente in
tutta l'area ispanoamericana, per la difesa dei diritti dei cittadini nei confronti dello
Stato, ndr), degli organismi di difesa dei diritti umani e della stessa presidenza
della Repubblica, i dirigenti di Aidesep, lontani dall'essere pregiudizialmente contrari
al Grande Fratello e dall'accusarlo di voler "omogeneizzare", lo denunciano di
voler mantenere gli indigeni come primitivi, "museificandoli" per conservarli
meglio, recintandoli in riserve protette, cosa che converte il dinamismo della loro
cultura in imitazione di se stessa, obbligandoli a mantenersi fedeli a un presunto
primitivismo culturale, relegandoli in una presunta staticità del rito come
opposta alla dinamicità del logos e offrendo loro un "luogo" nella
mitologia del consumismo turistico mondiale.
Il luogo da loro rivendicato per i Maschos-Piros e per tutti gli indigeni è invece quello
dello spazio politico di partecipazione per le cittadinanze culturalmente
differenziate, cioè quello del riconoscimento del diritto a un ruolo da protagonisti
per i membri di una cultura e di un popolo nel determinare il corso della propria storia;
i tipi, le modalità e i ritmi dei cambiamenti; i costi sociali e culturali che sono
disposti a pagare (o non pagare); le responsabilità che sono disposti ad assumere e i
valori che possono interscambiare nel difficile processo di democratizzazione interna. In
un mondo che smetta una buona volta di globalizzare i recinti dove "contemplare"
le differenze.
Volontari per lo sviluppo -
Dicembre 2002
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