di Marco Bello
Roraima, lo Stato più a Nord dell'Amazzonia brasiliana. Scendiamo con una
piccola barca fuoribordo il Rio Catrimani, affluente del Rio Branco, enorme fiume che si
getta molti chilometri più a Sud nel Rio Negro, portando le sue acque in quello che
diventa il corso d'acqua più grande del mondo: il Rio delle Amazzoni. Il Catrimani non è
molto largo e possiamo vedere bene le due muraglie di foresta sulle sponde. Alberi alti
alcune decine di metri, ricoperti di piante parassite dalle foglie ora gigantesche ora
colorate. Il silenzio profondo è rotto dalle vibrazioni del piccolo motore, ma se lo
spegniamo restano i versi degli uccelli e di altri misteriosi animali. Sopra di noi
volteggiano altissimi gruppi di arara, i grossi pappagalli variopinti.
All'improvviso le acque limacciose del fiume sono percorse da una piccola canoa scavata in un tronco. Sopra, alcuni bimbi si divertono a guardare gli strani visitatori. Siamo in piena area Yanomami, l'ultima grande nazione indigena dell'Amazzonia. Vivono nella foresta disseminati in comunità di 50-100 individui tra il Nord del Brasile e il Sud del Venezuela. Sono raccoglitori e cacciatori e abitano in grosse capanne comunitarie (maloca), in perfetta simbiosi con la natura, di cui conoscono tutti i segreti. Dal lato brasiliano gli attivisti della Commissione pro Yanomami (Ccpy), ong locale, sono riusciti a ottenere il riconoscimento legale di un'area protetta di 77 mila chilometri quadrati di foresta. Qui vivono poco meno di 13 mila individui. La firma dell'allora presidente Fernando Collor arrivò alla Conferenza mondiale sull'ambiente Eco 92, di Rio de Janeiro, dopo lunghi anni di lotte. Ma il territorio degli indios continua a far gola a cercatori d'oro, commercianti di legname e latifondisti.
Dietro un'ansa del fiume si apre un altro spettacolo: iniziamo a intravedere la punta di un'enorme capanna di rami, fango e paglia di palma. "È la maloca del gruppo wixaporathëri - ci spiega la nostra guida, Guglielmo Damioli, missionario della Consolata che lavora con gli Yanomami dal 1981 - in lingua yanomae (una delle quattro di questo popolo) significa "dove abitano le scimmie veloci"". Essendo raccoglitori e cacciatori, questi popoli sono seminomadi. Abitano una zona fintanto che può fornire loro cibo a sufficienza. Ci sono poi equilibri che impongono il numero massimo di individui di una comunità. In questa zona, intorno alla missione "Catrimani", abitano 12 gruppi le cui malocas sono anche a diversi giorni di cammino l'una dall'altra. La missione, fondata nel '65, ha sicuramente mutato gli equilibri della zona. I missionari che si sono succeduti sono stati - e sono tuttora - determinanti per la difesa dei diritti degli indigeni, i quali per la bassa considerazione di cui godono nella società brasiliana e per gli interessi che la loro terra suscita sono stati spesso invasi e sterminati. L'approccio adottato in questa zona è di accompagnamento nel "rispetto della cultura e tradizioni yanomami, perché essi devono essere protagonisti della loro storia" dichiara Guglielmo.
Varcare la piccola soglia di una maloca è come entrare nella macchina del tempo.
All'interno un mondo ancestrale di suoni, odori, fumi e ombre, che tocca in noi una corda
spesso sopita: quella dei nostri antenati dell'età della pietra. In qualche modo ci
sentiamo collegati a quel mondo, che subito però appare così diverso, quasi ostile. A
poco a poco gli occhi si adattano alla penombra e le narici si saturano. Le orecchie si
abituano ai suoni gutturali lanciati da un gruppo di sciamani piumati dipinti di nero, che
danzano per celebrare un rituale. Muoviamo i primi passi nella nuova realtà. Ci viene
incontro un giovane, ci sorride, e in un portoghese molto stentato dice: "benvenuti,
questa notte ho sognato il vostro arrivo". Sarà vero? Forse è solo un bel modo per
accoglierci.
La sommità della casa comunitaria, alta forse 30 metri, è aperta per far fuoriuscire i
fumi ed entrare la luce: un raggio del potente sole dell'equatore si proietta sul suolo.
Ci accorgiamo che ogni spazio di questo microcosmo ha un significato ben preciso. Al
centro si svolgono i rituali, un po' di lato lavorano le donne, grattugiano manioca per
farne farina e quindi focacce, l'alimento base di questo popolo. In un'altra zona c'è il
fuoco comunitario e un tronco scavato dove si filtra la bevanda a base di manioca
fermentata.
Tutt'intorno, nei pressi delle pareti di rami e fango secco, ci sono gli angoli familiari.
Ogni nucleo, genitori e uno o due figli (la mortalità è molto alta nella foresta), ha un
suo spazio, delimitato da tre amache disposte a triangolo e un focolare al centro. Ci sono
anche le "camere" per gli ospiti: amache libere per le famiglie di passaggio.
Nel suo angolo un uomo fa a pezzi un macaco, per preparare un prelibato piatto. "È
un'occasione speciale, spiega il missionario. Una festa funebre, e sono stati invitati
membri di altri gruppi anche molto distanti da qui". Poco lontano è in corso una
riunione di "capi famiglia", uomini adulti con prole. Sono loro che prendono le
decisioni per il gruppo.
Nello Stato di Roraima, in una superficie poco superiore a due terzi dell'Italia,
vivono 320 mila persone, di cui alcune decine di migliaia sono indigeni. Oltre a Yanomami
e Waimiri-Atroari della foresta, nelle praterie del Nord abitano Macuxi, Wapixana,
Taurepang, Wai-Wai e altri gruppi. Hanno storia diversa dai primi, soprattutto perché
entrarono in contatto con i bianchi in tempi antecedenti, furono asserviti e le loro
tradizioni contaminate. Il futuro però ha incertezze comuni e, per questo, i popoli di
questa frontiera coordinano la loro lotta attraverso il Consiglio indigeno di Roraima
(Cir).
"Tutti sono in pericolo - assicura padre Luciano Sabatini, missionario della
Consolata - dai Macuxi che non riescono a far omologare la loro terra (riconoscimento
legale come area protetta, ndr.), agli Yanomami. La loro terra è protetta, ma il
ministro della Difesa ha proposto di smembrarla in "isole", per poter introdurre
l'allevamento e, soprattutto, la coltura intensiva del riso".
Roraima, ricorda il missionario, che dal '58 si batte per gli indios, è ben collegata ai porti commerciali del Venezuela, grazie a una strada asfaltata. Per questo i giacimenti minerari e la biodiversità della foresta, ma anche possibili colture per l'esportazione sono di grande interesse per i potenti locali. "Assistiamo dal '95 a un nuovo tentativo di appropriarsi di queste risorse. Il modo è il solito: militarizzazione delle aree e assimilazione delle popolazioni indigene". Rilanciato il progetto Calha Norte (protezione tramite l'esercito dei confini Nord del Brasile, ideato dai governi militari negli anni '70) con un investimento di 32 miliardi di vecchie lire (di cui la metà su Roraima), sono state costruite le prime caserme in aerea Macuxi (vedi VpS agosto/settembre 2001). La zona d'intervento del Calha Norte interessa i territori di 50 popoli indigeni.
Ma Sabatini mette in guardia sui metodi subdoli utilizzati dal governo: "Quello che stanno facendo è spaccare le comunità indigene". Creano associazioni (e le finanziano) per contrapporle al Cir; fondano nuovi municipi in area indigena, per minare il potere tradizionale con quello istituzionale; attirano capi locali, offrendo loro cariche pubbliche e soldi. Utilizzano anche le sette evangeliche che predicano la sottomissione e l'allontanamento dalle tradizioni. Costruiscono scuole "modello", utilizzate per sradicare la cultura di questi popoli partendo dai bambini (non si insegna la lingua indigena). Favoriscono l'immigrazione dagli Stati poveri del Nordest, come ad esempio il Maranhão, per avere nuovi contadini, occupare terra e aumentare la pressione per "l'integrazione" degli indios. "Così - continua Sabatini - creano una situazione di fatto, in cui i nuovi poveri fanno il loro gioco".
Sebbene la costituzione brasiliana del 1988 preveda il diritto alla diversità dei
popoli indigeni, non esiste ancora - perché fortemente osteggiato dai politici - un
regolamento che metta in pratica la tutela di questi diritti. È il caso dello Statuto
dell'indio: da più di dieci anni gruppi indigeni e organismi di difesa cercano di
farlo approvare, ma resta bloccato in parlamento.
Ci sono poi leggi, come la 1.610 del '96 che prevede la possibilità di prospezioni
minerarie in aree indigene, in aperta violazione della Costituzione.
"I popoli indigeni di Roraima hanno deciso di fare un appello al mondo", spiega Silvia Zaccaria, antropologa esperta in popolazioni amazzoniche. In un comunicato dell'8 aprile scorso, Jacir José de Souza, coordinatore del Cir, denuncia infatti: "Nella nostra terra constatiamo ogni giorno di più l'aumento della violenza, dell'aggressione all'ambiente, dell'intolleranza, della discriminazione, del razzismo, un vero e proprio "razzismo di Stato". I costumi e le tradizioni indigene sono minacciate da politici, coloni, latifondisti e impresari di Roraima, che hanno trasformato lo Stato in una terra senza legge, dove i diritti, garantiti dalla Costituzione, non sono rispettati". Anche l'Organizzazione delle donne indigene di Roraima (Omir), riunita in assemblea, lancia un grido: "Aiutateci a far valere i nostri diritti". "Noi come donne, autorità indigene e madri delle generazioni indigene esistenti e future, rivendichiamo la terra indigena come bene e diritto dei nostri popoli. Perché solo in essa si preserva la nostra organizzazione sociale, costumi, credenze e tradizioni, nonché la nostra stessa vita".
Nella maloca in riva al Catrimani il tempo sembra essere una dimensione differente. "Solidarità, spirito di corpo, autorità come servizio, lavoro per amicizia, simbiosi con la natura: sono tra le cose che gli Yanomami potrebbero insegnare alla nostra società" sostiene Guglielmo. Uscendo all'aperto il sole ci accieca. Alcune donne si dipingono di rosso usando il contenuto dei frutti di zenzero. Un gruppo di uomini ci accompagna fino alla nostra piroga. Salutandoli, ci chiediamo se il mondo si accorgerà dei diritti di questi popoli. Prima che sia troppo tardi.
Volontari per lo sviluppo -
Giugno 2002
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