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Dossier

War Economy

Aiuti umanitari, armi, finanza e media: quattro facce del mondo che cambia, dopo l'11 settembre. Ridisegnando priorità. E business.
Per capire chi guadagna e chi perde nell'economia di guerra, abbiamo consultato esperti e statistiche.
Scoprendo che ...
Questo dossier è il prodotto del lavoro comune delle redazioni di Volontari per lo Sviluppo e ALTREconomia

Aiuti umanitari

La cooperazione va alla guerra

Sono 71,4 i miliardi di lire stanziati per l'emergenza umanitaria in Afghanistan. Tutti destinati alle grandi agenzie internazionali, con poche eccezioni, che fanno lievitare i bilanci di qualche ong. Ma per il 2002 l'aiuto pubblico rimane allo 0,14% del Pil. Intanto si spendono 10 miliardi al giorno per i militari in missione.

di Marco Bello e Silvia Pochettino

Le guerre, già grande affare dei paesi produttori di armi, sono anche un business per le ong e le agenzie umanitarie? Secondo gli esperti no, e anche i numeri sembrerebbero confermarlo. Ma non del tutto.
Vediamo il fronte italiano. "Il ministero Affari esteri ha una difficoltà procedurale nel rispondere rapidamente a situazioni di emergenza - spiega Sergio Marelli, presidente dell'Associazione ong italiane - per questo utilizza sempre più il canale multilaterale, ovvero affida fondi alle grandi agenzie delle Nazioni Unite, che poi fanno intervenire le ong per realizzare gli interventi". Una strategia che è una scorciatoia per le proprie responsabilità, ma anche un modo di fare cooperazione a un livello diverso, quella di avere più peso nelle grandi agenzie. In questo modo, però, diventa difficile per gli organismi italiani accedere ai fondi e, soprattutto, impossibile partecipare alla concezione dei progetti. Così sono stati "triangolati" i 70,4 miliardi di lire straordinari stanziati dal governo italiano per l'Afghanistan (briciole comunque, se paragonati ai 10 miliardi al giorno preventivati per la partecipazione militare italiana a Enduring freedom), e affidati ad Acnur (Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati), Programma alimentare mondiale (Pam), Unicef e altre istituzioni.

Professionisti dell'emergenza

Unica eccezione il finanziamento diretto a una ong italiana, Intersos di Roma, che ha ricevuto sull'unghia un miliardo di lire per un programma di miglioramento delle condizioni di vita delle donne nei campi profughi pachistani, oltre ad avere in gestione insieme a Coopi di Milano i soldi raccolti dall'appello di urgenza dell'Acnur: 4 miliardi di lire tra ottobre e novembre. Per fare cosa? "Gestiamo due campi profughi in Pakistan, da 10 mila persone ciascuno" spiega Pierluigi Pugliaro, direttore generale dell'associazione che, nata nel '92, ha oggi un organico di 110 persone e 45 miliardi 300 milioni di lire di budget nel 2000. Professionisti dell'emergenza e dello sminamento (ma senza alcuna esperienza nel paese) Intersos ha spostato i suoi uomini dall'India, dove erano presenti dall'ultimo terremoto che ha devastato il paese.
Pronti a far le valigie per l'Afghanistan anche al Cesvi di Bergamo (20 miliardi di budget, 30 sedi estere), presente in Tagikistan da alcuni mesi. In previsione un grosso programma finanziato dalla Ue per la riabilitazione delle scuole nel nord-est afgano, per ora però in corso solo un piccolo progetto (50 milioni dalla Regione Lombardia) di prima emergenza; distribuzione di coperte, viveri, tende.
Altri poi hanno fatto scelte diverse, come Emergency e Medici senza Frontiere, ancora due colossi dell'emergenza, che hanno deciso di rifiutare i fondi pubblici di un governo che ha votato per la guerra, puntando tutto sulla raccolta popolare. Che non va poi male, almeno per Emergency (16 miliardi di fatturato annuo, di cui 6,5 destinati proprio all'Afghanistan) che ha fatto nascere oltre 60 gruppi di appoggio in tutta Italia. "Siamo nel delirio" ci dicono i contabili dell'associazione, che lavorano a tempo pieno solo per immettere in computer i nomi dei donatori.
Ma non così ottimista è la dottoressa Boldrini dell'Acnur di Roma: "La raccolta popolare funziona, ma tiepidamente". Quattro miliardi in due mesi non sono infatti paragonabili ai 20 raccolti per la Bosnia nello stesso tempo e meno ancora ai 140 della Missione Arcobaleno. "Quella dell'Afghanistan è una guerra lontana e su cui all'inizio c'è stata molta diffidenza da parte della gente".

I numeri dell'Unione

E in Europa? A leggere il più importante rapporto al Parlamento europeo sulle politiche di sviluppo comunitario, la posizione sembra chiara: "Si stima che la politica di sviluppo è una componente essenziale dell'azione internazionale dell'Ue" perché "l'aggravarsi della povertà e il degrado dell'ambiente, come anche il forte aumento delle migrazioni, dei conflitti armati, avranno a lungo termine gravi effetti destabilizzanti sull'Ue e sul benessere dei suoi cittadini". Ma le ong europee nel documento di proposta sul budget della Comunità 2002 denunciano che mentre il bilancio totale è cresciuto del 3,4%, le voci della cooperazione esterna sono scese del 2,1%, accontentandosi di 4,8 miliardi di euro (il 4,8% del budget totale). Criticano anche la riduzione dei fondi per l'emergenza (sicurezza e aiuti alimentari) che occupano circa il 25% della torta totale degli aiuti: "Un taglio dell'8%, in termini assoluti, rispetto al 2001" recita il documento. Mario Gay, delegato per le ong italiane all'Unione europea, chiarisce: "la grossa fetta del bilancio dell'Unione per il 2002 in termini di cooperazione è sempre assorbita dallo sviluppo, solo una piccola parte è stata presa per la guerra in Afghanistan". Curioso è però verificare che mentre l'obiettivo principale, dichiarato nella "Politica di sviluppo della Comunità Europea" è lo "sradicamento della povertà", all'Africa subsahariana va solo il 2,6% e all'Asia il 9%.

Spiccioli di Pil

Sulla divisione emergenza-sviluppo anche per l'Italia resta preponderante il secondo, con circa 3.200 miliardi stanziati (di cui 80 per i progetti promossi dalle ong) contro 162 per l'emergenza (dati 2000). Sui fondi 2001, invece, non ci sono ancora dati ufficiali, ma la politica è stata quella della concentrazione geografica, per non disperdere gli esigui contributi: 80% a Balcani, Medio Oriente, Africa Settentrionale, Corno d'Africa, Cina e India. Il restante 20% in Africa Occidentale, America Latina e Asia.
Previsioni future? "Sulla bozza di finanziaria 2002 del governo italiano - spiega Marelli - c'è una chiara mancanza di coerenza. Il ministro Ruggiero, all'indomani dell'11 settembre aveva promesso di incrementare le risorse per la lotta al terrorismo e la prevenzione dei conflitti. L'attuale bozza di finanziaria, invece, propone di mantenere i finanziamenti al livello del 2001 (0,14% del Prodotto interno lordo, quando la media dei paesi dell'Ue è di 0,24%), più l'aggravante di un taglio di 35 miliardi ai progetti di sviluppo promossi dalle ong". Con una nota di ulteriore preoccupazione per il 2003, dove si parla di un fondo di 100 milioni di euro, ma ci sono forti dubbi che siano gli stessi fondi già promessi a Kofi Annan per il fondo sull'Aids. E su questo dal ministero degli Esteri riceviamo solo un "no comment".
E a proposito della guerra in Afghanistan, e ai suoi stanziamenti straordinari, c'è chi dice che è ancora presto parlare di interventi umanitari: "La cooperazione italiana ha inviato 52 ostetriche su proposta dell'onorevole Guidi - fa notare Javier Schunk, coordinatore dei progetti del Cisv, ong di Torino che si occupa di ricostruzione e sviluppo - ma questo è solo un gesto simbolico. Siamo ancora a livello di intervento militare: chi pagherà i 300 miliardi al mese per il contingente italiano?".
Obiezioni di fondo sono poi avanzate da molte ong sul modo di intervenire: esempio classico, quello dell'aiuto alimentare che, se non opportunamente studiato, dà il colpo mortale alle deboli economie locali (157 milioni di dollari, circa 340 miliardi di lire, lo stanziamento Usa di ottobre per i fatidici "pacchetti gialli" paracadutati insieme alle bombe). "È necessario che le azioni di emergenza non compromettano lo sviluppo futuro" chiarisce Emanuele Pinardi del Cosv di Milano, da anni attivo in Somalia e in altri paesi in guerra. E che in questi giorni guarda con grande preoccupazione al rischio dell'estendersi della guerra. "La crisi in Somalia dura da 11 anni, si poteva fare molto di più e prima, per dare un governo al paese. Creare un tavolo di negoziati, azioni diplomatiche. Soprattutto da parte dell'Italia, che ha un rapporto storico privilegiato con questa terra". La storia è sempre la stessa. Situazioni di crisi si creano e si incancreniscono perché i problemi non si affrontano all'inizio. E non si tratta solo di Somalia. Pinardi ricorda: "Il Sudan di oggi può essere l'Afghanistan di domani".

Finanza al fronte

Già all'inizio di novembre, secondo il ministro del Tesoro degli Stati Uniti, Paul O'Neill, sono stati oltre 43 milioni di dollari (circa 90 miliardi di lire) i fondi bloccati in tutto il mondo perché sospettati di finanziare attività terroristiche.
L'aggiornamento della lista principale (la prima che è stata resa nota) è fatta da una task force Usa che comprende i dipartimenti del Tesoro, di Stato e della Giustizia, ma anche l'Fbi e la Cia. Centodieci i paesi che si sono impegnati a sostenere gli Usa in questa battaglia e in più di 60 sono già stati congelati dei fondi.
In Italia, dal 15 ottobre, è in vigore il decreto legge sulle "misure urgenti per reprimere e contrastare il finanziamento del terrorismo internazionale" che istituisce tra l'altro il Comitato di sicurezza finanziaria: oltre a poter richiedere accertamenti all'Ufficio italiano cambi e alla Guardia di Finanza potrà anche ordinare vere e proprie indagini (avrà a disposizione forse 600 uomini). A fine novembre erano alcune decine i conti bancari congelati perché "intestati a soggetti sospettati di connessioni terroristiche, inclusi nelle liste internazionali" (e su altri 49 si sta indagando). Ogni paese del G20 (Arabia Saudita compresa), conformemente alle sue leggi, ha preparato o sta preparando la lista di coloro che sono sospettati di finanziare il terrorismo e ne congela i relativi beni. Insomma, la lotta contro il finanziamento dei terroristi diviene globale. Non male, per un mondo che ha sempre dichiarato impossibile o quasi la lotta planetaria al riciclaggio di denaro sporco e al controllo dei flussi finanziari. Bisogna vedere quanto queste misure si mostreranno efficaci (e legittime): già nel 1998 l'allora presidente americano Bill Clinton aveva firmato un decreto per il blocco sul territorio americano dei beni legati a Bin Laden e alla rete Al Qaeda, ma le autorità federali non erano stati in grado di localizzarli.
Che cosa è cambiato da allora? Il fatto è che ora la finanza è uno dei fronti della guerra globale al terrorismo. (M.G.)

Volontari per lo sviluppo - Gennaio 2002
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