| Questo dossier è il prodotto del lavoro comune delle redazioni di Volontari per lo Sviluppo e ALTREconomia |
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di Marco Bello e Silvia Pochettino
Le guerre, già grande affare dei paesi produttori di armi, sono anche un business per
le ong e le agenzie umanitarie? Secondo gli esperti no, e anche i numeri sembrerebbero
confermarlo. Ma non del tutto.
Vediamo il fronte italiano. "Il ministero Affari esteri ha una difficoltà
procedurale nel rispondere rapidamente a situazioni di emergenza - spiega Sergio Marelli,
presidente dell'Associazione ong italiane - per questo utilizza sempre più il canale
multilaterale, ovvero affida fondi alle grandi agenzie delle Nazioni Unite, che poi fanno
intervenire le ong per realizzare gli interventi". Una strategia che è una
scorciatoia per le proprie responsabilità, ma anche un modo di fare cooperazione a un
livello diverso, quella di avere più peso nelle grandi agenzie. In questo modo, però,
diventa difficile per gli organismi italiani accedere ai fondi e, soprattutto, impossibile
partecipare alla concezione dei progetti. Così sono stati "triangolati" i 70,4
miliardi di lire straordinari stanziati dal governo italiano per l'Afghanistan (briciole
comunque, se paragonati ai 10 miliardi al giorno preventivati per la partecipazione
militare italiana a Enduring freedom), e affidati ad Acnur (Alto commissariato
dell'Onu per i rifugiati), Programma alimentare mondiale (Pam), Unicef e altre
istituzioni.
Unica eccezione il finanziamento diretto a una ong italiana, Intersos di Roma, che ha
ricevuto sull'unghia un miliardo di lire per un programma di miglioramento delle
condizioni di vita delle donne nei campi profughi pachistani, oltre ad avere in gestione
insieme a Coopi di Milano i soldi raccolti dall'appello di urgenza dell'Acnur: 4 miliardi
di lire tra ottobre e novembre. Per fare cosa? "Gestiamo due campi profughi in
Pakistan, da 10 mila persone ciascuno" spiega Pierluigi Pugliaro, direttore generale
dell'associazione che, nata nel '92, ha oggi un organico di 110 persone e 45 miliardi 300
milioni di lire di budget nel 2000. Professionisti dell'emergenza e dello sminamento (ma
senza alcuna esperienza nel paese) Intersos ha spostato i suoi uomini dall'India, dove
erano presenti dall'ultimo terremoto che ha devastato il paese.
Pronti a far le valigie per l'Afghanistan anche al Cesvi di Bergamo (20 miliardi di
budget, 30 sedi estere), presente in Tagikistan da alcuni mesi. In previsione un grosso
programma finanziato dalla Ue per la riabilitazione delle scuole nel nord-est afgano, per
ora però in corso solo un piccolo progetto (50 milioni dalla Regione Lombardia) di prima
emergenza; distribuzione di coperte, viveri, tende.
Altri poi hanno fatto scelte diverse, come Emergency e Medici senza Frontiere, ancora due
colossi dell'emergenza, che hanno deciso di rifiutare i fondi pubblici di un governo che
ha votato per la guerra, puntando tutto sulla raccolta popolare. Che non va poi male,
almeno per Emergency (16 miliardi di fatturato annuo, di cui 6,5 destinati proprio
all'Afghanistan) che ha fatto nascere oltre 60 gruppi di appoggio in tutta Italia.
"Siamo nel delirio" ci dicono i contabili dell'associazione, che lavorano a
tempo pieno solo per immettere in computer i nomi dei donatori.
Ma non così ottimista è la dottoressa Boldrini dell'Acnur di Roma: "La raccolta
popolare funziona, ma tiepidamente". Quattro miliardi in due mesi non sono infatti
paragonabili ai 20 raccolti per la Bosnia nello stesso tempo e meno ancora ai 140 della
Missione Arcobaleno. "Quella dell'Afghanistan è una guerra lontana e su cui
all'inizio c'è stata molta diffidenza da parte della gente".
E in Europa? A leggere il più importante rapporto al Parlamento europeo sulle politiche di sviluppo comunitario, la posizione sembra chiara: "Si stima che la politica di sviluppo è una componente essenziale dell'azione internazionale dell'Ue" perché "l'aggravarsi della povertà e il degrado dell'ambiente, come anche il forte aumento delle migrazioni, dei conflitti armati, avranno a lungo termine gravi effetti destabilizzanti sull'Ue e sul benessere dei suoi cittadini". Ma le ong europee nel documento di proposta sul budget della Comunità 2002 denunciano che mentre il bilancio totale è cresciuto del 3,4%, le voci della cooperazione esterna sono scese del 2,1%, accontentandosi di 4,8 miliardi di euro (il 4,8% del budget totale). Criticano anche la riduzione dei fondi per l'emergenza (sicurezza e aiuti alimentari) che occupano circa il 25% della torta totale degli aiuti: "Un taglio dell'8%, in termini assoluti, rispetto al 2001" recita il documento. Mario Gay, delegato per le ong italiane all'Unione europea, chiarisce: "la grossa fetta del bilancio dell'Unione per il 2002 in termini di cooperazione è sempre assorbita dallo sviluppo, solo una piccola parte è stata presa per la guerra in Afghanistan". Curioso è però verificare che mentre l'obiettivo principale, dichiarato nella "Politica di sviluppo della Comunità Europea" è lo "sradicamento della povertà", all'Africa subsahariana va solo il 2,6% e all'Asia il 9%.
Sulla divisione emergenza-sviluppo anche per l'Italia resta preponderante il secondo,
con circa 3.200 miliardi stanziati (di cui 80 per i progetti promossi dalle ong) contro
162 per l'emergenza (dati 2000). Sui fondi 2001, invece, non ci sono ancora dati
ufficiali, ma la politica è stata quella della concentrazione geografica, per non
disperdere gli esigui contributi: 80% a Balcani, Medio Oriente, Africa Settentrionale,
Corno d'Africa, Cina e India. Il restante 20% in Africa Occidentale, America Latina e
Asia.
Previsioni future? "Sulla bozza di finanziaria 2002 del governo italiano - spiega
Marelli - c'è una chiara mancanza di coerenza. Il ministro Ruggiero, all'indomani dell'11
settembre aveva promesso di incrementare le risorse per la lotta al terrorismo e la
prevenzione dei conflitti. L'attuale bozza di finanziaria, invece, propone di mantenere i
finanziamenti al livello del 2001 (0,14% del Prodotto interno lordo, quando la media dei
paesi dell'Ue è di 0,24%), più l'aggravante di un taglio di 35 miliardi ai progetti di
sviluppo promossi dalle ong". Con una nota di ulteriore preoccupazione per il 2003,
dove si parla di un fondo di 100 milioni di euro, ma ci sono forti dubbi che siano gli
stessi fondi già promessi a Kofi Annan per il fondo sull'Aids. E su questo dal ministero
degli Esteri riceviamo solo un "no comment".
E a proposito della guerra in Afghanistan, e ai suoi stanziamenti straordinari, c'è chi
dice che è ancora presto parlare di interventi umanitari: "La cooperazione italiana
ha inviato 52 ostetriche su proposta dell'onorevole Guidi - fa notare Javier Schunk,
coordinatore dei progetti del Cisv, ong di Torino che si occupa di ricostruzione e
sviluppo - ma questo è solo un gesto simbolico. Siamo ancora a livello di intervento
militare: chi pagherà i 300 miliardi al mese per il contingente italiano?".
Obiezioni di fondo sono poi avanzate da molte ong sul modo di intervenire: esempio
classico, quello dell'aiuto alimentare che, se non opportunamente studiato, dà il colpo
mortale alle deboli economie locali (157 milioni di dollari, circa 340 miliardi di lire,
lo stanziamento Usa di ottobre per i fatidici "pacchetti gialli" paracadutati
insieme alle bombe). "È necessario che le azioni di emergenza non compromettano lo
sviluppo futuro" chiarisce Emanuele Pinardi del Cosv di Milano, da anni attivo in
Somalia e in altri paesi in guerra. E che in questi giorni guarda con grande
preoccupazione al rischio dell'estendersi della guerra. "La crisi in Somalia dura da
11 anni, si poteva fare molto di più e prima, per dare un governo al paese. Creare un
tavolo di negoziati, azioni diplomatiche. Soprattutto da parte dell'Italia, che ha un
rapporto storico privilegiato con questa terra". La storia è sempre la stessa.
Situazioni di crisi si creano e si incancreniscono perché i problemi non si affrontano
all'inizio. E non si tratta solo di Somalia. Pinardi ricorda: "Il Sudan di oggi può
essere l'Afghanistan di domani".
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Finanza al fronteGià all'inizio di novembre, secondo il ministro del Tesoro degli Stati Uniti, Paul
O'Neill, sono stati oltre 43 milioni di dollari (circa 90 miliardi di lire) i fondi
bloccati in tutto il mondo perché sospettati di finanziare attività terroristiche. |
Volontari per lo sviluppo -
Gennaio 2002
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