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Incontro con Malika Mokeddem

Il ritorno e la memoria

L'infanzia povera in Algeria e il lungo cammino verso la libertà nella patria d'elezione, la Francia. La scrittrice algerina li racconta in cinque romanzi, storie subliminali della difficile transizione tra due identità.

di Tiziana Montaldo

"Dice un proverbio arabo: coloro che peccano con la penna, moriranno per la sciabola". A ricordarlo è Malika Mokeddem, scrittrice algerina, in una serata del ciclo di incontri del "Café d'éscrivains" organizzato dal Premio Grinzane Cavour al caffè Norman di Torino. Nata a Kendasa nel 1949, la Mokeddem rivendica con i suoi libri l'appartenenza sia alla cultura algerina sia a quella francese: ha dovuto lasciare infatti il suo paese per sfuggire ai massacri degli integralisti islamici, e da diversi anni vive a Parigi dove, oltre ad aver scritto cinque romanzi, ha fondato il Comitato d'Urgenza e Resistenza dell'Algeria Repubblica (Curare) per affermare i diritti alla libertà e alla convivenza pacifica.

I suoi libri si snodano in un percorso di crescita interiore: quali sono le tappe fondamentali che ha voluto raccontare?
I miei primi due romanzi "Gente in cammino" e "Les siècle des sauterelles" raccontano il ritorno in Algeria. La mia vita è stata un susseguirsi di rotture: ho lasciato il mio paese, mi sono laureata in Francia in nefrologia, solo nell'85 ho iniziato a scrivere. Ho sentito il bisogno di recuperare il passato, di rivivere la memoria di mia nonna. Lei diceva sempre che noi, come tribù nomade, non abbiamo radici, ma possediamo le gambe per camminare e la memoria. La storia dell'Algeria mi ha, in qualche modo, ucciso. Nel nostro paese la negazione dell'individuo è un fatto secolare. Le cause sono complesse: i genitori, la società, l'ignoranza, in una parola la tradizione, e non l'Islam. Ho sentito il bisogno di alzare la voce e l'ho fatto con il terzo e il quarto romanzo ("L'interdite" e "Dei sogni e degli assassini") che ho vissuto come un lungo grido di dolore e di rivolta. Con "La notte della lucertola", il mio quinto romanzo, mi sono liberata dalla storia. Se avessi continuato a raccontare degli integralisti avrei ammesso che avevano vinto, e avrei compiuto un'ingiustizia in più, perché l'Algeria non è solo terra di violenze. Per questo ho voluto raccontare una storia d'amore e d'amicizia fra una donna e un cieco, in cui emergesse l'"altra" Algeria, quella fatta della generosità della gente, della vita del popolo.

Protagoniste dei suoi romanzi sono le donne algerine e la loro faticosa conquista della libertà. Quali sono le difficoltà maggiori che devono affrontare?
Le donne del Nord Africa sono state estirpate alla società tradizionale dalla scuola. La scuola, l'istruzione ha forgiato una generazione di giovani ragazze che hanno scoperto la libertà. Alcune di loro, che come me appartengono agli ambienti poveri, sono state costrette ad affrontare una scelta difficile e dolorosa: rinunciare alla libertà e rientrare nella tribù oppure rompere con la tradizione e fuggire. Ma chi ha provato la libertà deve andare fino in fondo, staccarsi dal proprio gruppo per poi recuperare la tradizione con la memoria. Non c'è altra scelta, perché si può partire dall'Algeria, ma non si può far partire l'Algeria da se stessi. Per questo è così importante il "ritorno" nel deserto con la memoria. Solo le figlie della borghesia, più aperta al progresso, sono riuscite a mantenere con qualche compromesso i legami familiari. Per molto tempo le donne sono state viste null'altro che come "corpi", oggetti di desiderio, dunque potenziali strumenti di reati contro l'onore della tribù, dei genitori e anche dei mariti.

Come vede il futuro del suo paese? Crede che la letteratura possa facilitare un processo verso la democrazia?
Non so, non credo che l'impatto della letteratura sia molto forte. È la scuola il principale strumento per un futuro democratico dell'Algeria, perché è là che i ragazzi imparano a essere uomini liberi. Ho fiducia in questo paese, lo vedo come una pentola a pressione, in cui tutto si muove. Certo è difficile porre fine alle violenze dei gruppi integralisti, ma la democrazia non viene mai concessa, si strappa, è un lungo lavoro su se stessi, in cui bisogna imparare ad ascoltare gli altri. È un cammino tutto in salita, per capirlo basti pensare a quanto tempo ha impiegato la Francia, culla dell'Illuminismo, per fondare una vera e propria democrazia. L'Algeria esiste solo dal '62 e nella storia di un popolo è veramente molto poco.

Di cosa parlerà il suo prossimo romanzo ?
Sarà un romanzo di pace, di acquietamento. Non si svolgerà più in Algeria, ma nel Mediterraneo. Per me questo mare è un cuore che pulsa tra le due rive della mia sensibilità, perché il paese di qualcuno è la sua infanzia, ma la patria è una lingua e una letteratura: il mio paese è l'Algeria, la mia patria, la Francia. Molti vedono il deserto come uno spazio di libertà e l'acqua in esso come l'oro. Per me che vivevo con la mia tribù in un bacino idraulico, il deserto era l'isolamento. Il Mediterraneo è per me il luogo dell'infinito. Non a caso il protagonista del mio ultimo romanzo sarà un marinaio che vive sulla sua nave e ha perduto la memoria: dimostrerà l'impossibilità di vivere senza di essa.

Volontari per lo sviluppo - Ottobre 2000
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