di Stefano Gulmanelli
Swartwater (Sudafrica). Un fantasma si aggira nelle campagne del Sudafrica: è l'apartheid. Dato per morto alle prime elezioni democratiche del 1994, lo spirito del regime che predicava la superiorità bianca sui neri e la segregazione di questi ultimi è più vivo che mai nelle remote cittadine delle aree rurali del paese. Lì, la nuova Costituzione - una delle più avanzate e garantiste del mondo - è muta. A parlare sono ancora gli sjambok, i frustini d'interiora d'animale, con cui i farmer (agricoltori) bianchi puniscono i lavoranti neri che, a loro giudizio insindacabile, hanno fatto qualcosa di sbagliato. E, tutto sommato, quando è il frustino a essere usato va ancora bene. Perché spesso il baas ("padrone" in afrikaans, la lingua dei Boeri) va ben oltre. Come Pieter Henning di Dundee, nel KwaZulu-Natal, che ha decapitato due dipendenti neri perché - dopo averli invitati a bere qualcosa - uno di loro, alla terza birra, si è sentito autorizzato a chiamarlo "Piet" anziché baas. O come quel farmer di Mpumalanga (ma lui lo chiamerebbe ancora Eastern Transvaal) che ha sparato al lavorante che per sbaglio aveva messo sotto il cane con il trattore.
Fortunatamente ci sono anche casi in cui il boero è clemente. Così almeno deve
essersi sentito Conrad Frederick de Beer quando ha completamente pitturato d'argento -
genitali compresi - Moses Nkosi, un ventunenne che, cercando di arrivare in tempo al
lavoro in una farm vicina, aveva oltrepassato la proprietà di de Beer. Moses se l'è, per
così dire, cavata con due giorni di bagni di alcool denaturato all'ospedale della contea.
L'elenco potrebbe continuare: con la donna costretta da un farmer a giacere nuda per
cinque ore dentro una bara per aver raccolto senza permesso legna da ardere nella fattoria
del baas o con l'odissea di quattro dipendenti Eskom (l'Enel sudafricana), legati
a un albero da Chris van Zyl, un boero che, sparando al loro camioncino di servizio,
urlava: "Kaffir maledetti, questo è quello che vi faccio se tornate"; tutto
questo perché i quattro volevano controllare una linea elettrica che passava sulla sua
fattoria.
In tutti questi casi, quello che colpisce è che quasi mai gli autori pagano per i loro
misfatti. È vero, a Henning - quello offeso dall'uso del nome di battesimo - sono stati
inflitti 30 anni di galera, ma il caso è più unico che raro. Tanto che "Piet",
commentando la condanna inflittagli, ha potuto dire che era stato trattato troppo
duramente. Nella maggior parte dei casi, infatti, i funzionari di polizia della zona, di
solito amici dell'imputato, sono poco solerti nelle indagini. Ma normalmente la questione
la chiude il giudice, quasi sempre bianco e comprensivo fino alla compiacenza: è così
che i farmer in questione di solito se la cavano con una pena poco più che simbolica. Un
esito che non è stato diverso per Nicolas Steyn, il cui caso fece scalpore nazionale e
portò perfino l'allora presidente della Repubblica Nelson Mandela sul luogo del misfatto.
Vista una ragazzina di undici anni con una bambina di sei mesi sulle spalle attraversare
la sua fattoria, il farmer Steyn non trovò niente di meglio che sparare per aria per
spaventare quelle che non erano nemmeno intruse, visto che la loro famiglia lì viveva e
lavorava. Una pallottola di rimbalzo uccise la neonata ma questo, nonostante l'ondata di
indignazione che percorse il paese, non ha impedito al magistrato giudicante di comminare
una pena - con sospensione - di soli sei mesi, con la motivazione del "tragico e
insolito incidente".
La "legge del farmer" sembra valere ancora in molte zone rurali del paese, ma
in una in particolare vige incontrastata: la Northern Province, quella che una volta era
il Northern Transvaal, il covo dei boeri "duri e puri".
"Se sei nero, qui te le danno di santa ragione", dice Momoko Matlakala, che vive
e fa il maestro a Tolwe, nel cuore di questo avamposto di "vecchio" Sudafrica.
Nel quale, come un tempo, le scuole e le chiese sono ancora divise: "I bianchi di
questa cittadina hanno spostato i loro bambini a quindici chilometri da qui, nella scuola
di Swartwater in cui non ci sono neri", racconta il maestro. "Il risultato è
che le due razze sono tuttora ben distinte e separate". La politica della
riconciliazione e il "nuovo" Sudafrica sembrano lontani anni luce, quasi fossero
leggende metropolitane, favole delle grandi città distanti centinaia di chilometri. Qui
intorno, alle ultime elezioni, a molti lavoranti neri non è stato nemmeno dato il tempo
di votare perché "c'era da fare nei campi". Non che sarebbe cambiato molto:
"Hanno vinto i bianchi", dice Matlakala. "Ma non significa niente. Se fosse
successo il contrario avrebbero fatto comunque quello che vogliono". Come fanno da
sempre da queste parti. Dove gli unici neri che viaggiano in auto sono quelli stipati sul
retro di un camioncino guidato da un boero con pantaloni kaki e barba biondiccia. Dove -
ammette Kevin Hall - residente bianco di Swartwater - "c'è gente che prende 20 rand
al mese (seimila lire) e viene picchiata regolarmente". Dove se chiedi a un farmer di
Tolwe perché è contento di vivere in un posto del genere, ti senti rispondere: "Ho
il mio camioncino, la serva che lavora in cucina e un nero che cura la terra. Che cosa
potrei chiedere di più?".
Johannesburg (Sudafrica) - Fino a qualche anno fa, relegati nell'estrema punta
meridionale dell'Africa, i sudafricani guardavano al resto del continente nero solo da
lontano. Isolati dalle sanzioni internazionali e dal discredito del mondo, in particolare
quello africano, a causa di quella follia chiamata apartheid, non potevano varcare i
confini e mettere piede in quella che, con un misto di curiosità e di disprezzo,
chiamavano "black Africa", l'Africa nera. I sudafricani che oltre-frontiera ci
andavano lo facevano nel peggiore dei modi: come membri delle forze speciali per
destabilizzare i paesi limitrofi o per combattere contro altri eserciti africani, in modo
da creare un cuscinetto di sicurezza attorno all'Africa "bianca".
E tutto sommato non è che i sudafricani - quelli bianchi almeno, gli unici che allora
contavano - nel resto dell'Africa smaniassero per andarci. A loro bastava essere al sicuro
nel loro bastione di supremazia europea.
È così che il Limpopo, il fiume che abbraccia il settentrione del Sudafrica e lo
tiene separato dai dirimpettai a nord, lo Zimbabwe e il Botswana, era diventato più che
un semplice confine. Era una barriera psicologica fra la civiltà, a sud, e, come nelle
mappe degli antichi romani, un'enorme distesa dove hic sunt leones.
Poi l'apartheid è finito nel cestino della Storia: sono arrivati Nelson Mandela e il
nuovo Sudafrica e con loro la possibilità - e anche la voglia - di uscire dal lager (il
tradizionale cerchio che i coloni boeri facevano con i carri dinanzi al pericolo).
Prima lentamente, con la diffidenza tipica di chi si avventura nello sconosciuto, poi a
ritmi sempre più sostenuti, i sudafricani si sono addentrati nell'Africa nera. Fino a
invaderla. Un'invasione pacifica ma pur sempre un'invasione. Società, businessmen,
imprenditori, addirittura farmers in arrivo dal Sudafrica stanno occupando porzioni
crescenti dell'economia e dei territori africani. Al punto che ormai qualcuno chiama i
sudafricani i nuovi imperialisti d'Africa. Le piantagioni di zucchero di mezzo continente
sono finite in mano alla Illovo Sugar, società con base a Durban. I cellulari dell'Uganda
funzionano grazie a Mtn, un operatore sudafricano. Ad Ashanti, la più grande miniera
d'oro del Ghana, la seconda lingua più parlata dopo il dialetto locale è l'afrikaans,
l'idioma dei sudafricani bianchi afrikaner. In Mozambico, Malawi e Zambia gran parte della
gente va a far spesa nei supermercati Shoprite, un gruppo con quartier generale a
Johannesburg. Le banche sudafricane Stanbic e Absa stanno lentamente fagocitando i sistemi
bancari dell'Africa centrale (Tanzania, Uganda e Malawi), mentre decine di milioni di
africani si dissetano con prodotti della South African Breweries (Sab) - quarto produttore
di birra nel mondo - che si è comprata quasi tutte le fabbriche di questa bevanda al di
sotto dell'equatore africano.
Dopo essere stato per così tanto tempo il mercato naturale ma - per le ragioni
ricordate - anche il meno sfruttato, l'Africa è di fatto diventato il Risiko delle
società di Cape Town, Johannesburg e Pretoria.
Il successo dei sudafricani è peraltro facilmente spiegabile: da un lato c'è un'Africa
che - spinta dai fallimenti delle economie pianificate e dalle pressioni dei Programmi di
Aggiustamento Strutturale di Banca Mondiale e Fondo Monetario - sta aprendo la propria
economia e mettendo sul mercato tutto il privatizzabile. Dall'altro ci sono società,
quelle sudafricane - divenute forti e potenti anche grazie all'autarchia e all'assenza di
concorrenza garantiti dall'isolamento - che, nonostante tutto, conoscono l'ambiente
africano e le sue regole enormemente meglio dei possibili concorrenti europei e americani.
Ma l'atteggiamento con cui questa debordante presenza si sta consolidando nell'Africa nera
non è particolarmente apprezzato dai "conquistati". "Sono arroganti, ci
trattano da morti di fame, pensano che siccome siamo poveri possono permettersi
tutto" dice con fastidio Joseph, che per vivere fa il tassista a Kampala, Uganda. E
anche se l'arrivo dei sudafricani ha migliorato, e di molto, la scelta di ciò che lo
zambiano medio poteva trovare da comperare, Kenneth, commesso a Chipata, al confine fra
Zambia e Malawi, non nasconde un certo risentimento: "Siamo la loro discarica. Nei
loro supermercati qui ci mettono solo i prodotti che non si vendono più a
Johannesburg". Un risentimento che non colpisce solo i sudafricani bianchi, nei
confronti dei quali, con il passato che si ritrovano, una certa acrimonia sarebbe anche
comprensibile. Bersaglio di frecciate ben più velenose sono i compagni di razza venuti da
sud del Limpopo: "I sudafricani neri sono ancora peggio, tracotanti e supponenti. Per
che cosa poi?" domanda con una punta di perfidia Desmond, guida turistica a Blantyre,
Malawi, per poi aggiungere, bruciante come una fucilata: "Se hanno un paese come
quello non è certo per merito loro".
Uno stato d'animo - quello dell'Africa nera nei confronti dei sudafricani, d'ogni razza e
colore - che in Sudafrica comincia a essere percepito apertamente.
E a preoccupare. Tanto che il Business Day, il Sole 24 ore sudafricano, tempo fa ha
dedicato alla questione un editoriale, in cui si raccomandava ai businessmen locali di non
sentirsi "i salvatori del resto dell'Africa". Ma che soprattutto terminava con
un consiglio mai così opportuno: "non trattate l'Africa come il vostro cortile. Non
fate l'errore che hanno già fatto gli americani con il mondo".
Johannesburg (Sudafrica) - "Abbiamo subito decine di raid delle forze speciali del
Sudafrica bianco.
Bombardavano le basi Anc sul nostro territorio. Una volta colpirono un ponte e morì il
mio migliore amico" ricorda Mwange Kauseni, businessman dello Zambia, in viaggio
d'affari a Johannesburg. "E ora? Mi trattano da bestia perché sono nero di tonalità
diversa dalla loro". È furioso Mwange, a ricordare ciò che il suo paese ha fatto
per aiutare i fratelli di razza sudafricani e come loro lo hanno ricambiato: "Ho
subito una tentata rapina. Quando finalmente sono arrivati i poliziotti, neri, mi hanno
messo dentro senza farmi parlare. E questo perché sono africano ma non sudafricano".
Si chiama xenofobia e, irrefrenabile, si sta impadronendo dei sudafricani neri, che
pure dovrebbero essere grati a chi viene da paesi che hanno sofferto, e non poco, per
appoggiare l'Anc nella sua lotta contro l'apartheid. Ma non è così: la memoria storica
dell'aiuto ricevuto è cancellata dalla sindrome dell'invasione: sono milioni - cinque, o
forse sei, nessuno lo sa - gli immigrati africani, in gran parte illegali, che, con
l'arrivo della democrazia, hanno varcato il Limpopo, il fiume che divide a nord il
Sudafrica dal resto dell'Africa. L'effetto è un nuovo razzismo, questa volta all'interno
della stessa razza nera. Sconcertante in un paese in cui la cicatrice del
"vecchio" razzismo è ben lungi dall'essersi rimarginata.
George è mozambicano e vive a "Maputo". Non la capitale del suo paese, ma lo
squatter camp (bidonville) all'estrema periferia di Johannesburg e che prende il nome
dalle decine di migliaia di mozambicani che lì trovano rifugio. Lui, come tutti gli
altri, è venuto a cercare fortuna qui perché il suo paese, che pure sta riemergendo dal
buio in cui l'hanno cacciato vent'anni di guerra civile e un socialismo reale demenziale,
rimane uno dei più poveri al mondo. "Ti si rivolgono in "tsotsi" (il
dialetto delle township, ndr) " dice George, raccontando come i locali
insospettiti dal diverso tratto somatico cercano di scoprire se quello di fronte a loro è
uno straniero. "Se non capisci e non rispondi sei nei guai. A quel punto se ti va
bene ti spogliano di tutto, se va male ti accoltellano".
Ma la xenofobia non è prerogativa dei teppisti delle township. Thulo (non è il suo
vero nome) del Congo, maglietta sgualcita e un paio di jeans, da due ore in fila davanti
al Dipartimento degli Home Affairs (l'equivalente del nostro Ministero degli Interni) a
Johannesburg, ne ha anche per il Sudafrica ufficiale:
"Conosco le storie di come gli africani vengono trattati dai bianchi nei paesi
europei, ma ti garantisco, è niente rispetto a quello che subiamo qui". I compagni
di fila si affrettano a confermare, e raccontano delle botte della polizia,
dell'impossibilità di sporgere denuncia per i torti subiti, della continua perdita dei
documenti da parte degli uffici preposti alla regolarizzazione.
Punti di vista di disperati per i quali la vita è difficile dovunque? Non sembra, almeno
ascoltando il Professor Ade Ogunrinade, vice-rettore dell'Università di Wits a
Johannesburg e nigeriano. Decisamente uno dell'élite nera venuta da fuori: "È
triste dirlo, ma la gente con me è rude non solo perché sono straniero ma perché sono
nero". E a essere rudi sono soprattutto i fratelli di razza. "Un bianco, se sei
capace nel tuo lavoro, ti rispetta per quello che sei", dice un altro accademico
dell'Africa Occidentale, qui da 15 anni e che chiede l'anonimato, "un nero locale no,
ti farà capire che comunque non sei gradito né lo è il tuo lavoro. Ti viene
costantemente ricordato che non sei uno di loro".
Com'è possibile tutto questo? Dopo aver provato sulla propria pelle come brucia la
discriminazione, perché i sudafricani neri giungono a quest'infernale legge del
contrappasso alla rovescia? "Dopo anni di privazioni la popolazione nera del paese ha
aspettative crescenti" prova a rispondere Clarence Tshitereke, esperto di
immigrazione. Aspettative di una compensazione per tutto quanto non ha mai avuto: case,
acqua pulita, corrente elettrica, istruzione, servizi sanitari e lavoro. Tutte cose che il
nuovo corso aveva loro garantito "con la politica dell'affirmative action (in
base alla quale i gruppi tradizionalmente svantaggiati hanno la precedenza in opportunità
e lavoro, ndr) e lo slogan 'prima i sudafricani'".
Ma è una compensazione che non arriva, perché non si possono recuperare in qualche
anno decenni di discriminazione. A meno di non stravolgere il paese, cosa che il governo
si guarda bene dal fare. Perché non vuole essere l'ennesimo "caso africano" in
cui tutto viene dilapidato una volta che il potere passa ai neri. Né vuole spaventare la
comunità internazionale che sembra finalmente credere - dopo essere stata alla finestra
per 6 anni - che il Sudafrica può farcela e che forse è ora di far affluire nel paese
gli agognati "Foreign Direct Investment (Fdi)", i capitali stranieri che, soli,
possono far decollare lo sviluppo.
E così la trasformazione avviene con gradualità. Ma se per tanto tempo si è avuto
nulla, si vuole tutto e subito; e chiunque, anche il più derelitto, si sieda a tavola
senza quello che viene considerato titolo necessario - la sudafricanità - diventa quello
che, in modo dispregiativo, qui chiamano un amaKwereKwere, un usurpatore.
Soprattutto se certe dichiarazioni di certi politici fanno intendere proprio questo:
"Con la disoccupazione al 34 per cento e milioni di immigranti illegali nel paese,
possiamo presumere che, se gli stranieri irregolari fossero espulsi, il problema della
disoccupazione sarebbe risolto". A pronunciare queste parole qualche tempo fa non è
stato un demagogo da strapazzo in qualche township sperduta bensì Mangosutu Buthelezi, il
ministro degli Home Affairs, con una dichiarazione pubblica.
Con frasi del genere diventa persino comprensibile il titolo di un giornale locale, molto
letto dai neri sudafricani, per un recente articolo sugli immigrati: "I mostri che
vengono da nord del Limpopo".
Volontari per lo sviluppo -
Ottobre 2000
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