di Carlo Lucidi
Ho reso visita a un feticheur/oracolo/guaritore, nel suo ambiente e nella sua cultura.
Mi ero presentato, su appuntamento, al solito villaggio di paglia e fango perfettamente
equipaggiato di blocchetto d'ordinanza, matita e macchina fotografica al collo, che è la
tenuta di rigore del bravo intervistatore, per un lavoro che avevo stimato di una
mezz'oretta.
Per accedere all'interno del recinto in rami intrecciati in cui si trova la capanna
dove abita l'oracolo, detto "Le Vieux la bas", ci si deve prima togliere scarpe
e calzini e lasciarli fuori, c'est sacrée ici. Una volta nel recinto, per
passare alla capanna si deve lasciare anche la camicia, e naturalmente la macchina
fotografica, la penna, il blocchetto ecc., c'est le fetich en dedans, e solo a
questo punto si può varcare la soglia della capanna, che è luogo di divinazione, culto e
terapia, passando per un'apertura alta non più di un metro e mezzo e larga lo stretto
necessario.
Stavo per entrare disinvolto e baldanzoso, ma sono stato fermato e mi è stato mostrato
come dovevo farlo correttamente e secondo le regole: camminando all'indietro, chinato
quanto più possibile e con le mani ben tese in avanti con il dono che avevo portato,
così ho capito perché nessuno voleva la bottiglia di cosiddetto gin che mi era stato
detto di procurarmi.
Eseguita l'entrata a norma, mi sono trovato all'interno di un luogo buio, con il sole che
filtrava a raggi sottili dalle frasche, dal foro d'entrata e dalla paglia del tetto da cui
pendevano centinaia d'ossa di vario genere, in particolare crani di scimmie, serpenti,
coccodrilli e capretti, e centinaia di vertebre confezionate a collana, tutte infilzate su
fil di ferro e poi sacchi, sacchetti, stoffe, involti e strumenti vaticinatori di vario
genere.
L'aria era ferma, pesante e piena di pulviscolo sospeso, sciabolato dai raggi di luce che
filtravano come lame.
Sul pavimento c'era una stuoia sulla quale, dopo l'entrata a gambero, sono stato fatto
molto cerimoniosamente accomodare.
Stavo per dare la bottiglia al vecchio, ma sono stato precipitosamente fermato da un
assistente che mi ha indicato dove deporla, debitamente genuflesso e fronte a terra, ai
piedi di una specie di termitaio, alto circa un metro e irto di oggetti infissi, che
occupava la parte più oscura della capanna, la maison du fetich.
Accanto a esso c'erano ceste piene di radici, foglie, bottiglie vuote, giare in
terracotta, statuette di legno rozzamente inciso, coltelli in ferro di varia foggia,
machete, mezzaluna, stiletto: tutta la dotazione necessaria per il culto.
Il Vieux attendeva in penombra e silenzio, immobile come il suo fetich, mi guardava senza
essere visto.
Di età indefinita e indefinibile, ma in linea di massima tra gli ottanta e i novanta, era
paludato in pesanti abiti tradizionali, in mano e al collo i segni del rango e della
funzione, ai suoi piedi una mezza dozzina di seminudi assistenti accovacciati in
semicerchio, altrettanto silenziosi e dignitosi.
Occhietti spiritati, barbetta rada e appuntita, i denti superstiti altrettanto.
In mano teneva un bastone di circa un metro completamente scolpito e lavorato, che batteva
vigorosamente sul pavimento mentre parlava, ogni volta che intendeva sottolineare
qualcosa.
Leggermente a disagio, stavo per parlare e spiegare il motivo della visita, ma avevo
appena aperto bocca che uno dei suoi assistenti mi ha fatto vedere come dovevo farlo:
genuflesso fronte a terra e senza guardarlo: tabù.
Mi sono conformato alle regole e ho espresso attraverso uno dei suoi assistenti il motivo
peraltro annunciato e concordato della visita, che l'assistente, anche lui debitamente
prostrato, ha tradotto.
Il vecchio è rimasto silenzioso sul suo scranno, io e il mio postulante in attesa di
risposta debitamente genuflessi.
Dopo un silenzio e un tempo che le mie ginocchia dichiaravano eccessivo, ha risposto e
tutti gli altri si sono genuflessi.
Ha detto di avere, nella notte, interrogato il feticcio sull'opportunità della mia visita
e il feticcio aveva risposto che era necessario che superassi prima una serie di prove
preliminari perché fossi purificato e quindi degno di parlare con lui per suo tramite.
Fosse stato per il Vieux, mi dicevano gli assistenti, nessun problema, ma il problema sono
gli spiriti: quelli sì, sono esigenti, e non parlano mica con chiunque. Ho fatto presente
che mi bastava parlare con lui, le Vieux même, senza disturbare gli spiriti; mi
ha risposto che lui, le Vieux, è il corpo dove il fetich si è trasferito e quindi lui
adesso era il fetich e la sua voce era la voce del fetich, e mi stava facendo un grande
onore solo ascoltandomi.
Quindi, giocoforza, per avere l'intervista con il Vieux avrei dovuto conformarmi alla
prassi, prove e purificazioni incluse.
Quattro ore di purificazione nel recinto sacro, a base di: aspersioni con frasche di liquidi verdastri ribollenti in paiolo da strega, bagni e immersioni totali in altrettanti liquidi variamente odoranti prelevati dall'interno della capanna, suffumigi nerastri e leggermente untuosi, interrogazioni alle forze sovrannaturali attraverso lanci d'ossi e pietre, giri e salmodiazioni tutti insieme con la mezza dozzina di assistenti accucciati intorno al fuoco dove era stato messo a scottare un piccione sgozzato al momento, aspersioni di sangue dello stesso, successivamente da tutti mangiato bollito poco cotto ossa comprese, tracciature di disegni con polveri biancastre, geomanzia?, su tutto il corpo ovviamente nudo, rasatura di un po' di capelli e peli pubici bruciati sull'altare del feticcio, bevute di non so cosa, mangiate di come sopra, ripetizioni di mantra e invocazioni rituali, e una serie infinita di riti vari: alla fine non mi sentivo più le ginocchia, ma la curiosità e l'interesse a traversare quel ponte per dare anche una semplice occhiata dall'altra parte mi hanno debitamente sorretto.
A un certo punto, ormai impastato, pitturato in varia guisa, nudo come un verme e senza più blocchetto matita e pure parte dei miei peli originari, rinchiuso dentro quella capanna semibuia e affumicata da ripetute precedenti divinazioni e dal cui soffitto pendevano a centinaia ossa di varia e antica provenienza, accovacciato in mezzo a una serie di feticci impastati di fango e sangue e decorati con teschi biancastri di animali variamente ghignanti, in compagnia di quella mezza dozzina di concelebranti che da parte loro avevano sacrificato altrettanta peluria, tutti parimenti abbigliati e debitamente impastati, ai piedi di un le Vieux la bas che presidiava il silenzio e il sovrannaturale, stremato, mi sono baldwinamente chiesto: " Ma io che ci faccio qui ?".
Ho ghignato tra me e me per la retorica della domanda. In fondo non mi sentivo poi
troppo spaesato: dopo esser passato vicino a sadhu indiani, lama tibetani, sciamani
amazzonici, feticisti haitiani, guaritori corani, terapeuti nostrani e selvaggi, guru
ispirati e unti del Signore, tutti di varia estrazione e nazionalità, l'esperienza stava
solo continuando e questa era impagabile.
E visto che a me addirittura mi pagavano per farla, sarei stato un fesso a non apprezzarla
qualunque cosa fosse ancora in programma; al diavolo matita e blocchetto, godiamoci
l'evento che tanto digerisco tutto.
Veramente per il pelame un po' mi è dispiaciuto.
Alla fine, riconosciuto degno e debitamente purificato, ho avuto l'autorizzazione a fare
le domande al fetich via le Vieux e ad averne le risposte, debitamente ricevute e
registrate assieme a un grande e ulteriore onore che mi è stato concesso: adesso sono
ufficialmente figlio, oltre che del Vieux, per suo tramite e per miei meriti
nell'occasione evidenziati, anche di un feticcio che si chiama Gnagà, quello che è stato
identificato come il mio omologo sovrannaturale, con il quale condivido e attraverso il
quale io stesso veicolo agli altri comuni mortali la forza interiore, il coraggio, la
saggezza e l'equilibrio che possiedo naturalmente in quantità, e che il feticcio ha
riconosciuto... e dire che qualcuno mi ha dato del pazzo.
Per quanto riguarda la malattia, il Vieux la bas in sostanza mi ha detto che ci sono
due tipi di infermità: quella che ti sei procurato da solo e quella che qualcuno ti ha
mandato - in Italia le chiameremmo "le fatture".
Di conseguenza il guaritore lavora di conserva con l'oracolo, e spesso sono la stessa
persona, come nel suo caso, perché prima di darti una posologia a base di radici, piante,
infusi ecc., ci si deve accertare che la causa della malattia non sia stata indotta da
qualche feticcio che tu abbia volontariamente o meno offeso, oppure da qualche nemico che
te l'ha "tirata".
Quindi, nel primo caso - quello del feticcio offeso - devi fare sacrifici a lui per
placarlo, e cioè - noi diremmo - ristabilire l'armonia personale con il contesto dei
valori e dei riti della propria cultura; nel secondo caso si deve capire chi è che te
l'ha tirata e perché, ovvero ristabilire l'armonia con il contesto relazionale nel quale
ti trovi, risolvendo il conflitto interpersonale con il mandante della fattura, non
necessariamente a cazzottate perché un po' di ragione ce l'hanno sempre tutti, ma questi
sono affari del cliente, il guaritore non ci si deve mettere, dice saggiamente il Vieux.
Ristabiliti gli equilibri tra i contesti con i riti appropriati, si può, ma solo dopo
aver accertato che lo stato di malattia non è indotto dall'esterno, metter mano alla cura
in senso strettamente farmacologico e/o rituale con le opportune pozioni erbe e infusi
rinforzati e potenziati da quei riti&cerimonie che la tradizione e l'esperienza
personale del guaritore hanno riconosciuto efficaci. Una procedura che, alla fine, non è
nemmeno troppo banale.
Per quanto riguarda erbe radici e prodotti il Vecchio è stato molto categorico: devono
essere di brousse, devono conoscere il ferro una sola volta nella vita, a raccoglierle
deve essere il guaritore stesso o un suo assistente, devono bollire a sufficienza.
Tutte queste condizioni pongono dei problemi. Uno, di brousse ormai ce n'è rimasta poca, è quasi tutto coltivato. Due, è difficile e faticoso prendersi ogni volta la briga di cercare in quella poca brousse per ogni singolo paziente: i rimedi, infatti, non possono esser stoccati, la cura è individuale e non ripetibile per tutti indifferentemente sic et simpliciter, ed è per questo che costa tanto - al guaritore sono necessari molti assistenti che cerchino i prodotti, che li preparino, che eseguano i riti. Se gli assistenti sono tutti figli del vecchio è meglio, il loro sapere sarà più profondo. Infine, gli altri guaritori, concorrenti del vecchio, non sono altrettanto competenti: fanno conoscere il ferro più volte alla pianta, sminuzzandola dopo averla raccolta per conservarla per altri pazienti, oppure le danno una bollita e via. La conseguenza è che gli infusi sono troppo forti o troppo leggeri, insomma mancano di sapienza e professionalità.
Il Vieux era molto orgoglioso del suo scrupolo terapeutico e della fatica delle sue
raccolte in brousse.
Gli ho anche chiesto cosa fossero tutte quelle bustine confezionate in plastica con
etichetta inclusa contenenti rametti e foglioline sminuzzati che un suo assistente mi
aveva incautamente mostrato, ha risposto che era robaccia industriale proveniente da
Lagos, purtroppo la materia prima giusta non sempre è disponibile e a volte che vuoi
fare, magari controvoglia ma tocca arrangiarsi.
Ha avuto il pregio della sincerità, non mi ha mai dato l'impressione di un
acchiappagonzi, era convinto del suo sapere e scrupoloso nell'utilizzarlo con
scienza&coscienza.
Averne di professionisti così scrupolosi e onesti nella sanità pubblica e privata anche
in Italia.
Alla fine del colloquio, il Vieux la bas, a cui l'età indecifrabile e indecifrata, la ventina di mogli, la quasi cinquantina di figli viventi e la progenie innumerabile dentro il villaggio garantivano una incontestabile trasmissione in ambito familiare di rango, status e conoscenza, mi ha dotato - dietro ulteriore e dovuta ma non per questo da parte mia meno onorevolmente contrattata donazione (beninteso non a lui ma allo spirito feticcio a nome del quale lui stava solo parlando) - di poteri personali sul bene e sul male sugli altri; di cui spetterà a me fare buon uso utilizzando al meglio le doti suddette che lui ha visto che io già possiedo.
Ho chiesto anche se in qualche modo attraverso i poteri ricevuti fossi stato più o meno ammesso nel cerchio degli adepti del feticcio Gnagà. Mi è stato risposto da uno degli adepti, un po' piccato, che per esserne degni bisognava investire molti più soldi tempo e devozione di quanto stavo facendo io, e poi era una questione non solo di dedizione, ma anche di sangue: di chi mi proclamavo figlio io, semplice Yovò? (= uomo bianco, ndr). Lui del Vieux la bas, e quindi mi facessi poche illusioni.
Mi è stato assicurato che i poteri che avevo appena ricevuti mi proteggeranno -
insieme alle persone alle quali voglio bene e che ho debitamente elencato a voce e per
iscritto su apposito foglietto di carta deposto sotto il termitaio del feticcio perché
fosse correttamente veicolato - da ogni e possibile accidente, malanno e fattura.
Mi è stata inoltre garantita una vita piena di forza coraggio saggezza ed equilibrio, di
soldi non si è parlato ma tanto ci conto poco.
Mi sono ritenuto soddisfatto dell'esperienza sul campo e delle indicazioni ricevute.
E questo dimostra che un "rassicuratore" sociale, che nella cultura d'appartenenza abbia riconosciuti saperi e poteri e che su mandato della collettività governi il pericolo del disordine, beh, serve sempre a qualunque latitudine, religione o partito politico appartenga: si tratta solo di mettersi d'accordo sul significato di disordine. E spesso guarisce con la sapienza, la saggezza e l'empirica conoscenza d'erbe e radici disponibili sul territorio stesso. (Dimostra anche che la comunità è pronta a pagargli il servizio, che di solito lui vende caro, come pure a fargli la festa se non è efficace).
Appuntamento vago tra un mesetto per un'altra e diversa occasione cerimoniale ed
eventualmente per offrire (io) un paio di ungulati a quattro zampe in sacrificio, perché
la mia saggezza è ben salda sul terreno: quattro gambe, non svolazzo mica come un pollo a
due zampe, e poi mi è stato detto fra le righe che i feticci e i fantasmi hanno sempre
fame, e il villaggio avrebbe grandemente apprezzato la partecipazione alle spese per il
sacrificio da parte dello Yovò, nonché tonton (la barba bianca, il molto ascoltare e il
poco parlare e con molta lentezza, ma sempre con grande scelta del vocabolo - non sanno
che è la mia dotazione a esser limitata - mi hanno conferito dignità aggiunta, così
adesso sono l' Oyovò Oyovò Tonton, che sarebbe a dire bianco zio saggio. Quando l'abito
fa il monaco, la barba fa il tonton).
Ho chiesto se i capretti ce li saremmo mangiati tutti assieme, spudorato di uno Yovò; mi
è stato risposto, le parti grasse, le migliori, andrebbero bruciate sino
all'incenerimento, un sacrificio è un sacrificio mica un barbecue, in particolare cosce
costolette e parti succulente, perché è allo spirito che deve arrivare il meglio, mica a
noi, comunque si vedrà..
Tanto a me l'abbacchio alla griglia piace tutto, e poi è ricerca e documentazione, me la
vado mica a spassare, e inoltre noblesse di Yovò obbligherebbe.
Mah, insomma ,vedremo: anch'io ho un limite oltre che un budget, e il Cisv pure.
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Il progetto del CisvCredito alle donneNegli ultimi anni, in molti paesi del Sud sono nate istituzioni di microcredito con lo scopo di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni rurali, allargando la loro base economica e aiutandole ad affrancarsi dal controllo degli usurai, di cui spesso erano vittime. La creazione di sistemi di piccolo credito rappresenta, in un certo senso, il rovesciamento della "logica" delle banche tradizionali, che concedono prestiti solo a chi è in grado di fornire solide garanzie. La Banca dell'Africa, ad esempio, non concede prestiti inferiori alle 250 mila lire (equivalenti al reddito annuale di una persona poco agiata) ed esige garanzie che i meno abbienti non sono certo in grado di fornire. Il Cisv, impegnato da diversi anni nel settore del microcredito, sta lavorando in appoggio all'ong beninese Cbdiba, che ha avviato le Casse di Villaggio di Risparmio e di Credito Autogestite (Caveca) nei dipartimenti del sud del paese: si tratta di 34 piccole banche, gestite dalla popolazione dei villaggi attraverso appositi Comitati, che permettono a individui e gruppi di accedere a crediti di piccole-medie dimensioni (dalle 60 mila lire al milione a testa, per intenderci). Il denaro viene impiegato per la realizzazione di attività imprenditoriali, in grado di produrre un nuovo risparmio, che a sua volta potrà essere reinvestito. Questo circolo virtuoso coinvolge soprattutto le donne (principali beneficiarie del progetto di microcredito) che, tradizionalmente emarginate sul mercato del lavoro e svantaggiate sul piano economico-sociale, costituiscono la maggioranza dei poveri. Il Cisv intende inoltre favorire la sperimentazione di un modello comunitario di gestione del denaro: la cassa è di "proprietà" della comunità, ed è gestita da organi democratici scelti dai partecipanti al progetto. Viene così promosso uno schema gestionale collettivo, in grado di rinsaldare i vincoli solidaristici di villaggio. |
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Puoi versare il tuo contributo sul ccp. 26032102 intestato al Cisv, corso Chieri 121/ - 10132 Torino, specificando nella causale: Credito in Benin.
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Un manuale per conoscere il paeseI dati più aggiornati sul Benin, sulla sua situazione politica, economica e sociale. Ma anche la storia, le leggende e i costumi tradizionali, dai riti vudù alle creazioni artistiche, dalle usanze dei Somba e dei Tangba (le due etnie più importanti) alle pratiche di medicina naturale. E' quanto propone Volontari per lo Sviluppo nel "Quaderno Benin", pubblicato a ottobre nella collana Paesi e Programmi. All'interno, tra le altre cose, trovano spazio i progetti realizzati dal Cisv nel paese, e gli itinerari dei viaggi di turismo responsabile/le proposte di viaggio per i turisti "responsabili". |
Volontari per lo sviluppo -
Ottobre 2000
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