di Habibou Dogo
La notizia arriva in sordina su Radio France International verso sera. Il 28 agosto siamo stati tutto il giorno con le orecchie attaccate alla radio portatile, ma di fatto non si capiva se avrebbero firmato o no. Anche il presentatore della televisione nazionale, alle 20,30 ha cercato di sminuire la cosa: non si vogliono eccitare gli estremisti tutsi. L'atmosfera alla capitale, Bujumbura, era pesante. Fino alle dieci non c'è stata praticamente circolazione, nessuno degli stracolmi minibus cittadini che ogni giorno sfrecciano senza alcun rispetto del codice stradale per le vie della città. La stazione nord, di solito viva di gente e di bus che portano all'interno del paese, era deserta. I mezzi non osavano affrontare la strada che si inerpica sulle colline. Là dove, tutti sanno, sono appostati i ribelli.
Solo la paura c'era, ovunque. Le due settimane precedenti erano infatti state caratterizzate da un inasprirsi della violenza, da una crescita della tensione. Gli estremisti tutsi avevano tentato più volte di creare la "ville morte" (città morta) impedendo alla gente di uscire dai quartieri per andare al lavoro. Martedì 22, la sera, il mercato del centralissimo quartiere Jabe era stato dato alle fiamme. Incidente, dicono le fonti ufficiali. Raffiche di kalashnikov ed esplosioni, riportano i testimoni. Poi, il giorno dopo, la granata al mercato di Buyenzi: 11 morti e 25 feriti gravi. La polizia si è organizzata, la fermata dei bus al mercato centrale è stata evacuata, e i mezzi suddivisi in tante piccole stazioni. I controlli sono stati intensificati. Così sono state scoperte altre granate al mercato centrale e in alcuni quartieri, e la strage evitata. Alcuni volantini erano circolati e fatti arrivare a organismi non governativi: si intimava ai bianchi di lasciare il paese, per primi ai francesi. Le ambasciate sconsigliavano di circolare in città la sera e dicevano di muoversi il meno possibile anche nell'interno.
I ribelli sono molto vicini, sulle colline intorno alla capitale. Una massa di gente ha cercato rifugio nel quartiere di Kamenge. I militari hanno tentano di impedirlo con la forza: ancora morti. Alcuni quartieri periferici sono stati attaccati. L'esercito ha risposto con l'artiglieria pesante. Anche il 27 sera, la vigilia.
Voci di due tentativi di colpo di Stato circolano in quei giorni nella capitale. La tensione è massima il giorno della firma.
Il 29 sono iniziate ad arrivare un po' più di informazioni. Il presidente è rientrato e così anche gli altri membri delle delegazioni: sembra più lontano il pericolo di un golpe. Altri due partiti tutsi firmano l'accordo, si arriva così a 15 su 19. Sono il governo (il presidente Pierre Buyoya è stato il primo a firmare) e Assemblea nazionale, i sette partiti hutu compatti (Frodebu, Cndd, Palipehutu, Frolina, PP, Rpb e Pl), e sei partiti tutsi (Uprona, Parena, Inkinzo, Abasa il 28 e AV-Intwari e Prp il 29). Restano fuori Raddes, Psd, Pit e Anadde, partiti a dominante tutsi, estremisti e con poco seguito popolare. Il governo e i partiti tutsi hanno firmato con riserva, ovvero segnalando alcuni punti dell'accordo che vogliono ancora discutere. Il documento è stato modificato fino all'ultimo momento, alcune parti sono state ritirate.
Il punto che più ha diviso è il mancato cessate il fuoco ed è per questo che qualcuno non ha firmato. La fine delle ostilità si potrà raggiungere solo con un negoziato con i ribelli di Fdd e Fnl, non presenti ad Arusha. Jean Bosco Ndayikengurukiye, leader dell'Fdd, ha già dichiarato di essere disposto a incontrarsi su questo punto, a condizione che si smantellino i campi di raggruppamento e si liberino i prigionieri politici.
Per i gruppi estremisti il testo non contempla il genocidio dei tutsi. Impugnano un documento Onu del '96 che lo ammette e vogliono un'inchiesta. "È stato un negoziato imposto, non consensuale" dichiara uno dei leader. Modifiche sono state apportate al sistema elettorale, che deve garantire la minoranza, e al parlamento di transizione. La divisione dell'esercito (proposta al 50% per ogni etnia) è stata eliminata dall'accordo per essere ridiscussa.
Anche sulla figura del presidente di transizione non è stato trovato il consenso. Alcune voci darebbero un primo periodo a Buyoya (tutsi moderato) e un secondo a Domitien Ndayizeye, segretario del Frodebu. "Se gli estremisti tutsi nei quartieri sono stati contenuti prima della firma lo dobbiamo al fatto che il presidente è ancora ascoltato, soprattutto dall'esercito - rivela un intellettuale hutu - anche la transizione non potrebbe funzionare con un presidente civile, magari hutu, ci vuole ancora Buyoya". Il presidente ha definito la firma "un passo importante verso la pace perché contiene gli elementi essenziali di compromesso tra i burundesi" e assicura, rivolgendosi agli estremisti, "non mette a rischio la vita e non crea l'esclusione di nessuno".
A Bujumbura adesso regna la calma. Qualcuno si lancia in un commento, lievemente ottimistico o totalmente pessimistico. "I burundesi sono complicati - spiega un funzionario tutsi- questa firma non vuol dire niente". Racconta invece un giornalista indipendente "Sembra che si stia creando un po' di fiducia, c'è meno paura. La gente comune vede un piccolo passo, ma aspetta il cessate il fuoco". I media estremisti parlano di "catastrofe" e chiedono ai burundesi di "lottare con tutte le energie e tutti i mezzi contro questo accordo iniquo".
Nelson Mandela, il mediatore che ha spinto i dirigenti burundesi a firmare, riesce anche a strappare qualche garanzia. I paesi della regione si impegnano a portare i ribelli al tavolo del negoziato per il cessate il fuoco. In caso non accettassero aiuteranno il Burundi a combatterli. Promessa importante della Tanzania che ha, nei campi profughi lungo il confine, le basi dei guerriglieri hutu.
Lo stesso Mandela rilancia con un incontro il 20 settembre a Nairobi al quale oltre a Buyoya, Daniel Arap Moi (presidente del Kenya) e Paul Kagame (Ruanda) si vogliono portare i capi ribelli.
La pressione economica è stata una molla decisiva. Il presidente americano Clinton, invitato ad Arusha da Mandela, ha promesso che, se i burundesi sceglieranno la pace, gli Usa e la comunità internazionale aiuteranno il paese a far rientrare i rifugiati, assistere gli orfani, creare sviluppo e smobilitare l'esercito ribelle. Léonce Ngendakumana, presidente dell'Assemblea Nazionale, si dice fiducioso nella ripresa della cooperazione, annunciando per settembre una riunione a Bruxelles dell'Unione Europea sul Burundi e una a Parigi dei paesi donatori.
Il governo si prepara ad andare nei quattro angoli del paese a spiegare l'accordo alla popolazione e tentare di calmare gli animi. Cosa succederà nei prossimi giorni e nei prossimi mesi in Burundi è difficile dirlo. Un cambiamento c'è stato, resta da sapere se è sostanziale o solo uno schema vuoto ancora da riempire, se porterà veramente alla pace o se scatenerà quelle forze di reazione assopite ma in agguato. "Il Burundi è uno strano paese. Se non si firma c'è la guerra. Se ci si avvicina alla firma ricomincia la guerra" dice sconsolato un operatore umanitario. In ogni caso, oggi nessuno festeggia.
![]()
L'intervento Cisv-CaritasMattone dopo mattone...Dal 1990 il Cisv ha avviato un progetto per sostenere i gruppi produttori di tegole nelle province di Gitega e Karuzi, con l'obiettivo di migliorare le abitazioni locali, caratterizzate da condizioni igieniche e di abitabilità piuttosto scarse. Negli ultimi cinque anni l'intervento è stato portato avanti grazie alla collaborazione con la Caritas. Il primo forno è stato impiantato, appunto nel '90, grazie a una sperimentazione promossa dal Centro di Formazione Artigianale di Gitega per diffondere l'uso della tegola in ambito rurale. Ciò rientrava in un progetto più ampio di promozione delle realtà cooperative, al fine di rendere disponibili i prodotti fabbricati localmente riducendo le importazioni dall'estero. Poiché i forni producevano, se utilizzati a pieno ritmo, una quantità di tegole superiore alla capacità di assorbimento del mercato rurale, si è pensato di approfittare della richiesta di tegole da parte di imprese private e di agenzie di cooperazione che costituivano infrastrutture in ambito rurale (scuole, ospedali, ecc.). Tuttavia la crisi apertasi nel '93, all'indomani del tentativo di colpo di Stato (attuato per rovesciare il governo eletto democraticamente), ha segnato profondamente l'esperienza condotta fino a quel momento. I violenti scontri tra le fazioni hanno danneggiato le strutture fisiche e scoraggiato i gruppi; inoltre, da quel momento sono stati favoriti gli interventi di emergenza, per rispondere ai bisogni più immediati della popolazione, a scapito degli interventi di tipo "strutturale" (ricostituzione di strutture e attività di base) che si rendono comunque necessari. La progressiva normalizzazione della situazione del paese, pur non permettendo la pacificazione definitiva e completa, ha comunque dato un nuovo impulso alle attività artigianali. Così il Cisv, insieme agli artigiani locali, ha rimesso in funzione i forni e le strutture produttive: progetto che non sarebbe decollato senza il fondamentale appoggio della Caritas, che ha scelto di sostenere un programma di lungo periodo, capace di coniugare emergenza, ricostruzione e sviluppo, partendo cioè da una situazione di emergenza e arrivando a promuovere un'autentica azione di sviluppo locale. Il progetto ha fornito esperienza tecnica e capitali, mentre i gruppi hanno messo a disposizione la manodopera e si sono impegnati a rimborsare parte del capitale. Il supporto formativo per acquisire le tecniche produttive e i finanziamenti resi disponibili per la ricostruzione dei forni hanno permesso di riattivare le attività produttive. A queste si è collegato un importante programma di rimboschimento per salvaguardare la risorsa legno, indispensabile per le cotture dei forni. Con gli accordi di Arusha, firmati lo scorso agosto, è stato dato nuovo impulso alla ricostruzione del paese, al cui interno il settore habitat (abitazioni, scuole, acqua potabile) riveste importanza strategica. Continuerà dunque l'appoggio ai gruppi forni, per completare il percorso iniziato, ma il Cisv affiancherà a questo intervento un programma più vasto, per attivare diverse professionalità locali (falegnami, produttori di mattoni compattati, carpentieri) in grado di migliorare ulteriormente l'abitabilità delle case. Mario Sanguinetti |
![]()
|
Puoi versare il tuo contributo sul ccp. 26032102 intestato a Cisv, corso Chieri 121/6 - 10132 Torino, specificando nella causale: Burundi habitat.
Volontari per lo sviluppo -
Ottobre 2000
© Volontari per lo sviluppo